The Zero Theorem (Terry Gilliam 2013)

zero theorem gilliam recensione slowfilm anteprimaCrepuscolare è una definizione che racchiude romanticismo, epica, disincanto, quando descrive l’anima ricercata da un autore per la sua opera. Ma quando il crepuscolo è vero, e le immagini che un regista mette in scena sono ricordi sfibrati di tempi passati, allora crepuscolare diventa una descrizione realmente brutale. Terry Gilliam è uno degli autori che seguo con curiosità e passione fin dai tempi della mia personale “scoperta” del cinema – chi nutre questo interesse ricorderà un periodo di onnivora voracità in cui era facile ed entusiasmante trovare nuovi sguardi, linguaggi, connessioni, mentre si formava un proprio gusto. Quello presente è invece un periodo in cui molti dei miei riferimenti si stanno dimostrando autenticamente crepuscolari.

Gilliam, regista artigianale e istintivo, per il suo stile personale e le leggendarie difficoltà che spingono quasi ogni suo progetto a dover essere ridimensionato e rattoppato, finisce per essere un esempio eclatante di un cinema che non riesce più a stare sullo schermo, che rimanda costantemente al passato senza avere la possibilità di riproporlo. Brazil, l’Esercito delle 12 Scimmie, a fatica e attraverso un lungo processo di sedimentazione, sono riusciti a definire attraverso il loro caos un’estetica e un ritmo del racconto che li pone fra i titoli più significativi e amati del genere. The Zero Theorem sembra un omaggio a quel cinema, un titolo di secondo piano che fatica a trovare un senso autonomo.

Qohen è il protagonista del film, o meglio protagonista del film è la depressione di Qohen, il buco nero che cova dentro di sé. In una distopia fatta di lavori alienanti e seducenti realtà virtuali, Qohen non riesce mai a combattere davvero. The Zero Theorem, che soffre di una visibile carenza di mezzi, sembra così rassegnato a ricordare altro da dimenticarsi di dare sostanza alle sue immagini. Anche il bravo Christoph Waltz stenta a regalare alcun tipo di fascino al protagonista, mentre rozze interfacce cyberpunk (parte di un abuso di costumi di carnevale che caratterizza il film) vengono messe in relazione solo nominale con distorsioni contemporanee – le connessioni virtuali, Facebook, il lavoro “astratto” – senza mostrarne un’evoluzione che possa dirsi suggestiva o più o meno dotata d’intuizione. Mentre la macchina da presa ha una mobilità molto più accentuata di qualsiasi scena sia chiamata a mostrare, a Qohen manca anche l’austerità necessaria per proporsi come protagonista totalmente annichilito e passivo. Rimangono alcune costruzioni oniriche, frutti isolati del budget ristretto, mentre l’ambientazione principale in una chiesa gotica diventa presto opprimente e vuota.

(2,5/5)

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3 thoughts on “The Zero Theorem (Terry Gilliam 2013)

  1. La tua recensione è interessante!
    Ho visto The Zero Theorem in anteprima alla mostra del cinema di Venezia e mi aveva colpito fin da subito. E’ un film complesso e delicato, molto difficile da rendere sul grande schermo. Penso che Gilliam ci sia riuscito, con qualche sbavatura, a far percepire il messaggio.

    Comunque se ti interessa ti rimando alla mia recensione ;)
    http://moviemaniacomment.wordpress.com/2014/07/10/the-zero-theorem-di-terry-gilliam-2014-anteprima/

    Ciao e complimenti per il Blog!

  2. “qohen leth” suona proprio come “qohélet” il libro terribile della bibbia che non c’entra niente col resto perché racconta della stupida ciclica inutilità priva di senso che è l’esistenza. mi pare che il vecchio terry volesse mettere in scena questa cosa, assieme facendo un remake mascherato di brazil. ma una cosa è essere nichilisti, un’altra è essere un po’ sciattoni – e questo valga anche per i jarmush, i von trier e gli tsai. che poi uno in un film non è che deve per forza parlare del senso della vita – cosa tra l’altro già fatta da tempo, e molto bene. e se pure la vita non ha senso, non è che tu me lo devi far capire con un film senza senso. insomma, ci siamo capiti. abbracci.
    ob

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