Stray Dogs – Jiaoyou (Tsai Ming-liang 2013)

stray dogs tsai ming-liang recensione slowfilmStray Dogs, forse l’ultimo film in assoluto di Tsai Ming-liang, è un capolavoro. Seguo il regista taiwanese ormai da quindici anni e questa potrebbe essere la conclusione di una filmografia unica. Fin da I Ribelli del Dio Neon, 1992, Tsai ha seguito e filmato un unico corpo, quello di Lee Kang-sheng, osservandolo per più di vent’anni in un’unica grande opera, mentre cresce, invecchia, si gonfia, mentre quel corpo diventava quello di un venditore ambulante, di un attore porno, di un proiezionista in un cinema abitato dai fantasmi, della vittima di Salomè. Sempre lasciando che il tempo scorresse, visibilmente, davanti alla macchina da presa, un occhio che riveste il presente di nostalgia dilatando il tempo in lunghi pianosequenza, raramente disturbati da movimenti della camera.

Incentrando il suo cinema su una manciata di attori, Tsai li rende incarnazioni immediate di qualità, paure, desideri, e al tempo stesso libera i suoi film dalla presenza dell’attore, la storia dal compito di definire il personaggio, rendendo il discorso universale e portando sullo stesso piano le persone, gli ambienti e gli oggetti. Edifici abbandonati, case vuote, impersonale caos e rumore cittadino, gli spazi sono espressione della solitudine dell’uomo, sono luoghi in cui lo stesso spettatore viene a essere incluso, a volte costretto, ospite dell’intimità disperata rappresentata dal regista.

Per la dissoluzione definitiva del tessuto narrativo, Stray Dogs è uno dei film più liberi di sempre. Nella storia del senza tetto e dei suoi due figli, e di tre figure femminili che forse ne incarnano una sola, non c’è più la cornice della nouvelle vague, della cinefilia o del musical. Stray Dogs è un viaggio nella poetica del suo autore e nella sua vita, un film di pura sensazione che libera il linguaggio codificato da Tsai da qualsiasi cosa egli non ritenga opportuno o necessario. I piani temporali e le figure si confondono, senza che questa non costruzione diventi un elemento filmico. Da un certo punto di vista, Stray Dogs non è neanche un film, non è cinema, è un lavoro di un egoismo unico, un’emanazione su pellicola dei dubbi, la depressione, il disincanto dell’autore, è un’espressione totalmente personale e non del mezzo. Tsai Ming-liang si pone il problema del cinema e sa che non è necessario farne, come si pone il problema dell’uomo sapendo che non è necessario comprenderlo.

Mi sento quieto, e triste, quando vedo un film di Tsai Ming-liang, è qui la forza principale del suo cinema. Mi sento trascinato in luoghi e avvenimenti che è bello e doloroso conoscere, attraverso il lavoro unico di un autore che sa come rappresentarli, sento di osservare qualcosa che è stata osservata davvero. Il quadro fisso, l’immagine di uno spazio desolato che raccoglie un affresco in rovina e due figure immobili, una dietro l’altra, ad accumulare silenzio, tensione e lacrime; l’uomo che poggia la testa sulla spalla della donna; il distacco. Questa è la rappresentazione del distacco, che non ha niente a che vedere con il conteggio dei minuti, con l’immobilità, e neanche con le due specifiche figure, è semplice astrazione. Alcuni film sono una perdita di tempo, questa è un’opera che il tempo lo restituisce, restituisce la sua possibile densità, e non avrei potuto chiedere di più.

(5/5)

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2 thoughts on “Stray Dogs – Jiaoyou (Tsai Ming-liang 2013)

  1. …contento che ti sia piaciuto…..
    Non ci crederai, ma ho pensato esattamente a te quando lo vidi l’altro anno a Venezia…
    Te lo avevo anche segnalato, se non ricordo male…
    Bye,….EFFEMME

  2. Ciao Franco. Sì, mi ricordo. Da Venezia ho cercato più o meno ogni giorno un modo per vederlo. Devo dire, avevo un po’ paura fosse qualcosa di più vicino alle sue estremissime videoinstallazioni, invece è un film bellissimo.

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