Gone Girl – L’amore bugiardo (David Fincher 2014)

gone-girlTolte le esasperazioni noir di Seven, la rozza meta-adrenalina di Fight Club o la reale, affilata sospensione di Zodiac, di Fincher rimane poco. La progressiva “normalizzazione” del suo cinema comporta che gran parte delle suggestioni imputate ai suoi film siano riconducibili ai soggetti che tratta, qui un adattamento del romanzo di Gyllian Flinn curato dalla stessa autrice. Gone Girl è tanto vincolato alle presunte virtù della scrittura da mostrare una messa in scena spesso pretestuosa, che si limita ad accentare e sottolineare, anche con le bordate sonore di Reznor e Ross, quei passaggi che aiutano lo spettatore a sentirsi arguto.

Sostanzialmente diviso in due film di poco meno di 90 minuti ciascuno, nella prima parte Gone Girl è un giallo thriller con un’unica soluzione possibile. È comunque la sezione più coesa, dove la coppia da copertina Ben Affleck + Rosamund Pike (Nick + Amy) proclama il proprio amore per una diversità che gli permetterà di essere felici per sempre. Gli sguardi sbarrati a favore di camera di Rosamund e la sua straniata rigidità lasciano però intendere come difficilmente tutto andrà liscio. Con la sparizione della donna, ci si addentra nel sottobosco disfunzionale e psicopatico americano – si dovrebbe dire occidentale, ma il tono le situazioni sono nettamente made in U.S.A.

La seconda parte è quella che più direttamente, e con più confusione, affronta le ambizioni del film. Ci si può trovare la rappresentazione della finzione che caratterizza la vita di coppia, l’amore, il vivere sociale, e anche un’esibita aggressività del potere dei media, al solito ottusi e feroci, grottesca emanazione di un pubblico affamato di storie semplici e d’impatto. Entrambe le linee non portano i temi – tutt’altro che originali – a risultati memorabili dal punto di vista estetico, né da quello della scrittura. L’intreccio, fra l’altro, perde gran parte del realismo che sarebbe necessario a realizzare un film asciutto e distaccato, indulgendo negli eccessi ammiccanti di una giornalista ottusamente rabbiosa e nelle indagini di un paio di investigatori con una scarsissima propensione all’analisi. Fino a una soluzione che vuole disegnare una contorta e cinica gabbia, senza prendersi la briga di darle forza e plausibilità.

Ma c’è una chiave di lettura più interessante, che è anche la linea che percorre il film nella sua interezza, richiamando semplicemente la totalità della sua superficie, più che sottotesti abusati. Si tratta della storia di Amy, cresciuta come personaggio dei libri dei suoi genitori nella collana Amazing Amy: un modello edulcorato e perfetto, sempre un passo avanti a lei, inattaccabile da indecisioni o fallimenti. Il discorso più convincente sulla personalità e la raffigurazione di sé all’esterno il film lo fa qui, raccontando con Amy la storia di una donna la cui esistenza è sempre stata un artificio. Prima la manipolazione a opera dei genitori, quindi il tentativo di riappropriarsi della narrazione (ri)scrivendo la vita di proprio pugno, scegliendo le strade e le modalità per la costruzione della finzione. Amy era scritta dai suoi genitori, adesso vuole scriversi da sola. E non ha alcuna remora a distruggere le vite degli altri per nutrire la propria, rimanendo comunque condizionata dall’obbligo di raggiungere il modello di perfezione che da sempre l’è stato cucito addosso. I tratti della storia peculiarmente individuali portano quel che nel film è più convincente anche sul piano del discorso universale. Rimane, ad ogni modo, un film che sembra più interessato ad approfondire gli aspetti più facilmente d’impatto del suo script, andando in una direzione non troppo lontana dalle debolezze che, senza troppa ispirazione, vuole ridicolizzare.

(3/5)

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6 thoughts on “Gone Girl – L’amore bugiardo (David Fincher 2014)

  1. Bell’analisi!
    A me il film è piaciuto, un ottimo thriller, ma devo ammettere che soprattutto nella seconda parte perde qualcosa e si sente…

    Ciao!

  2. Premetto con il dirti che la tua analisi è molto arguta, importante perchè va controtendenza. Personalmente, nonostante le molte volte in cui sia stato in una sala cinematografica nel corso del 2014, ho trovato questo film un’esperienza sensazionale. Ci sono passaggi illogici, certo, tuttavia non vedo nel cinema di Fincher una progressiva normalizzazione. Se pensi che in Seven il matrimonio era un’isola felice, una speranza per la società, allora avrai notato come Gone girl esplori dimensioni e paure ancora più oscure! Se sei interessato ad approfondire la mia opinione fai un salto su thecinemacompany!

  3. Grazie Andrea, ciao a te :)

    Ciao Ivan, infatti mi sembra che la regia di Fincher sia soggetta a una progressiva normalizzazione, mentre le suggestioni e le paure che citi sono, come dicevo, da imputare alla scrittura. Fincher in Seven o Fight Club era (specialmente in quest’ultimo) non particolarmente raffinato (per non dire piuttosto tamarro), ma riconoscibile e d’impatto. La sua regia è adesso più rivolta all’essenziale, il che è bene, ma non mi sembra abbia trovato una cifra personale e apprezzabile. Né abbia del tutto abbandonato alcuni eccessi del suo linguaggio (qui, ad esempio, il vestito di sangue di Amy, ostentato ben oltre il verosimile), che si fa solo più sporadico, ed in un certo senso più preoccupato a guidare lo spettatore verso una lettura specifica.

  4. Sono molto d’accordo sul finale, che è l’unica cosa che mi ha fatto storcere un po’ il naso. In particolare, oltre all’assurdità che tu sottolinei, a me ha dato fastidio la volontà di chiudere in un certo modo il film, anche contro la logica, solo per tirare le fila della propria tesi, volutamente cinica. (Per il resto però il film m’è piaciuto assai).

  5. Ciao Nood, credo debba farmi una ragione della mancanza di sintonia con Fincher e le sue scelte. Già The Social Network mi parve incredibilmente sopravvalutato.

  6. Io Seven lo apprezzo enormemente. Fight Club non mi va proprio giù, davvero insensato ed esasperante!

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