Boyhood (Richard Linklater 2014)

boyhood slowfilm recensioneRichard Linklater, anche un po’ sottovoce, è uno degli autori americani più coraggiosi, o quantomeno uno di quelli con più voglia di sperimentare con tecniche, generi e contenuti diversi. Boyhood è il racconto di Mason Evans Jr. dai sei ai diciotto anni, e della sua famiglia, ovvero della sorella maggiore, dei genitori separati, e dei vari matrimoni poco fortunati della madre, che obbligano il protagonista a cambi di casa e di amicizie. Particolarità del film è l’aver davvero seguito gli stessi attori per dodici anni, dal 2002 al 2013, per poterne documentare la crescita, l’invecchiamento, e intercettare l’impatto sul mondo dello scorrere del tempo. Linklater, naturalmente, non è il primo ad aver sentito un’esigenza di questo tipo: basta pensare al ciclo di Antoine Doinel o all’intera opera di Tsai Ming-liang, che per più di vent’anni ruota attorno al corpo e al personaggio di Lee Kang-sheng. Probabilmente è l’interesse principale di molti cineasti, da Greenaway a Malick, da Tarkovskij a Tarr, dedicarsi alle conseguenze dello scorrere tempo, declinando a modo proprio la specificità del cinema.

Linklater, ad ogni modo, ha uno sguardo e una scrittura lieve, mostra i volti e i cambiamenti di Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette e della figlia Lorelei Linklater con naturalezza, senza sottolineare particolari e accogliendo a ogni salto temporale i diversi attori all’interno della storia. Ciò a cui sembra più avvicinarsi, allora, è una parabola storica e familiare, che per alcuni versi ricorda quella di Heimat. Pur muovendosi su tempi molto più compressi e in situazioni che rimangono comunque ordinarie, Boyhood offre un interessante sguardo sull’America, delicato ma non stucchevole, realistico ma non cinico.

Fra canzoni epocali che attraversano le scene sotto varie forme e sguardi sulle esperienze di Mason sempre inseriti in contesti diversi e rappresentativi, spesso valorizzati da campi medi e piani sequenza, il film ha anche la “fortuna” di intercettare la digitalizzazione della società e dell’essere umano, portando il protagonista a confrontarsi con la costruzione della personalità attraverso i social network, e ad affrontare un nuovo tipo di memoria, di narrazione e autorappresentazione (avendo inoltre l’accortezza di non mostrare mai schermate di Facebook o cose simili). Boyhood, come i migliori racconti di formazione, segue l’ordinaria eccezionalità di alcuni individui, rendendoli rappresentativi del loro mondo. Nel racconto del suo segmento temporale non può fare a meno di individuare tappe, momenti particolarmente significativi per l’osservatore, ed esplicita anche questa necessità attraverso una frase, esasperata, della madre di Mason. Esplicita i limiti del cinema e anche del racconto personale – incentrato su pochi attimi, pochi giorni e avvenimenti, mentre gran parte dell’esistenza, fatta di abitudini e apparentemente di vuoti, scorre accanto a queste tappe – e facendolo rende la sua scrittura ancora più preziosa e consapevole.

(4/5)

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4 thoughts on “Boyhood (Richard Linklater 2014)

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