ENEMY: Jake Gyllenhaal e il suo riflesso

EnemyTiffHeadteaserposterFirst5901Pubblicato su Gli 88 Folli.

Il professore di storia Adam (Jake Gyllenhaal) scopre tra le comparse di un film un uomo a lui identico, Anthony. Comprensibilmente turbato dalla sua esistenza, Adam lo rintraccia addentrandosi in una storia fatta di inganni, conflitti e (a)simmetrie. Tratto – dal canadese Denis Villeneuve – dal romanzo di Saramago L’Uomo Duplicato, Enemy è visivamente e registicamente molto particolare, una delle opere più interessanti del 2013, che da noi ancora non ha avuto una distribuzione ufficiale.

È un film fatto di immagini e spazi, di architetture immortalate in una fotografia fredda e straniante, ed è la configurazione narrativa di una forma geometrica sbagliata. La forma è essenziale, quella del mondo che racchiude il protagonista e delle stanze che abita; sono stanze vuote, che impediscono ad Adam di connotarsi esteriormente, rivelandolo privo di una definizione interiore. Al tempo stesso, nella forma, l’ambiente è l’unica chiave di lettura, l’unico elemento univoco, con gli spazi che rimangono inalterati rispetto alle diverse possibilità e contengono gli indizi, riportando tutto a una stessa visione, che è quella della chiusura circolare e dell’isolamento dell’individuo.

Contenuto in una Toronto (taranta) labirintica e quasi sempre vuota, silenziosa se non per la tessitura musicale che contribuisce a sospendere la storia, Enemy ha l’inquietudine onirica di Cronenberg o di Lynch. Immerge il protagonista e lo spettatore in un mondo mai certamente definito, al tempo stesso ragnatela soffocante e proiezione generata dal protagonista stesso. Nelle vicende di Adam, ossessionato dalla scoperta del suo doppio, presto affiora la problematicità del suo rapporto con le donne – Mélanie Laurent e l’ipnotica Sarah Gadon di Cosmopolis – legata all’incapacità di fissare una propria identità. Nell’intreccio che segue l’osservazione e l’incontro con Anthony – un sosia o una proiezione di Adam, che si muove fra eventi rimossi e desideri istintivi – ogni scena è un tassello definito, parte di un’opera capace di raccontare per immagini, da provare a ricomporre ricercando una coerenza interna che probabilmente non c’è.

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Villeneuve parla del suo film come di un lavoro aperto alle interpretazioni, ma se in pellicole come Spider o Mulholland Drive l’intreccio può essere ricostruito, Enemy semina indizi che vanno in più direzioni e rimangono fra loro inconciliabili e, anche all’interno di una stessa scena, attribuisce ai personaggi delle reazioni emotive che sembrano non voler definire il grado di conoscenza (e di realtà) di ciascuno di loro. In questo modo, più che un film aperto, sembra un film (ricercatamente) incoerente, che conserva una radicale duplicità nell’incarnare lo scontro fra due storie differenti, una che ammette l’esistenza del doppio, l’altra che rinchiude tutto nella mente di Adam.

Quella di un film “sbagliato” è una possibilità affascinante, e se si pensa alle critiche che suscitò Hitchcock con il (falso) falso flashback di Paura in Palcoscenico, l’incoerenza della linea narrativa potrebbe rappresentare un problema serio. In realtà, oltre a far coincidere il tema del film – la doppiezza – con  la sua forma, Enemy non cambia il suo soggetto, trattando comunque i problemi dell’identità, dell’unicità, delle pulsioni contrastanti, dell’inevitabile riduzione del mondo e degli individui alle proprie visioni del mondo e degli individui.

Enemy non è il contenitore in cui questi temi trovano una soluzione narrativa coerente, è il luogo di una circolarità (in)conscia dove, tradendo la citazione dell’incipit, il caos non viene decifrato, non diventa ordine.

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(4,5/5)

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3 thoughts on “ENEMY: Jake Gyllenhaal e il suo riflesso

  1. Non è bastato “Prisoners” (di cui ho scritto un post che gradirei tu leggessi) per convincere gli esercenti a farci dono di Enemy…davvero un peccato non poterlo vedere! :(

  2. Pingback: Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite | SlowFilm

  3. Pingback: Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival | SlowFilm

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