Inherent Vice – Vizio di Forma (Paul Thomas Anderson 2014). Un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso

viceLa situazione sta sfuggendo di mano, questo blog è un colabrodo. Dovevo scegliere se scrivere un post veloce sulle cose che non ho scritto e probabilmente non scriverò mai, o una roba su Inherent Vice.

Ecco una roba su Inherent Vice, perché tutto sommato mi dispiacerebbe lasciarlo dissolvere del tutto, e questa possibilità di dispiacere mi chiarisce un po’ cosa penso del film. Perché è anche un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso (nutro il sottile desiderio che questa frase venga pubblicata sulla quarta dell’home video “Inherent Vice – Un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso”). Forse farlo sarebbe anche sbagliato, stupido, sicuramente una perdita di tempo. Ho inseguito mentalmente Inherent Vice per settimane, alimentando l’idea che sarebbe stato qualcosa di meraviglioso. Colpa anche del trailer, che esaspera in un montaggio furbissimo gli elementi più assurdi e in qualche modo familiari, i controtempi, le reazioni eccentriche, le spudorate scritte al neon, i motto panukeiku: cose da Grande Lebowski e Paura e Delirio a Las Vegas. Non che non ci siano, Lebowski e Paura e Delirio, ma c’è soprattutto Inherent Vice, che è una versione modernamente sottotono di questi, più l’Altman de Il Lungo Addio, più P T Anderson. Che aveva già ampiamente saccheggiato Altman (più quello di America Oggi e I Protagonisti) con Magnolia, film che non mi piace, poi il ragazzo è cresciuto.

Per cominciare, Inherent Vice ci regala nomi come Larry Doc Sportello, Christian Bigfoot Bjornsen, Shasta Fay Hepworth, Japonica Fanway. Sono solo una parte dei players, nomi che si rincorrono in un intreccio noir andato affanculo fin dalla prima scena. Succedono cose attorno a Doc, un investigatore che incontra tante persone e tutti la sanno parecchio più lunga di lui. Si incrociano più o meno casualmente vicende spesso confuse, per lo stato estremamente frammentato del film, ma comunque tendenzialmente riconoscibili. L’interesse principale, però, è nell’atmosfera, i tempi e i volti. Nei continui insulti verso gli hippie, drogati e sfocati, come se attorno a loro il resto del monto riuscisse invece ad avere qualche senso. Le pupille lucide, le espressioni che non concordano con l’azione, l’ennesimo stravolgimento dei generi del cinema americano è di nuovo il modo più diretto per raccontare davvero l’America, l’unico modo per dare il senso della storia è riversarlo in epici antieroi perennemente sopra le righe e soffocati dalle righe, in conflitto perenne con la rappresentazione che tradizionalmente si dava ai loro personaggi. Altman, si diceva.

Inherent Vice può essere visto da molto vicino, e presenterà una serie di momenti assurdi, spesso divertenti, o da più lontano, e rappresenterà efficacemente l’assurdità del tutto. Da Il Petroliere passando per The Master fino a Vizio di Forma, tre film differenti in cui si scorge la prosecuzione di un’analisi metodica, e si rafforza la capacità di realizzare cinema asciutto e contemporaneamente eccessivo, austero e bislacco. E una linea comune, anche nel proliferare di personaggi, il rapporto fra due uomini, il petroliere e il suo prete, Freddie Quell e Lancaster Dodd, Doc e Bigfoot. Sempre due personalità speculari, ognuna affascinata e ossessionata dall’altra, due aspetti dello stesso animo e un complesso rapporto fatto di intimità e lenta conoscenza, che da una parte consente ai film di sviluppare un lato caldamente (dis)umano, dall’altro permette di tenere in scena in ogni momento la confusione.

(4,5/5)

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6 thoughts on “Inherent Vice – Vizio di Forma (Paul Thomas Anderson 2014). Un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso

  1. Pingback: Paul Thomas Anderson Vizio di forma (Inherent Vice) | Rassegna 2015

  2. Film strano da giudicare, per me ha più difetti che pregi (come tutto il cinema di P. T. Anderson), però devo ammettere che mi sta crescendo dentro, e che a distanza di giorni dalla visione continua a “parlare” con il mio subconscio… Forse più per i personaggi e le atmosfere che non per la trama (complicata a livelli chandleriani), meriterà una ri-visione…

  3. Ciao, Christian, da quanto :)
    In realtà ho avuto (e ho tutt’ora) una reazione molto simile alla tua. A volte penso che la sua frammentarietà ed “eccentricità” sia eccessiva e non sempre a segno, un po’ come Ubriaco d’amore, però ricordo anche un mucchio di situazioni e scene interessanti, da mettere a fuoco (com’è stato, tutto sommato, anche per Lebowski e Paura e Delirio). Sono abbastanza sicuro che ogni ulteriore visione possa solo giovargli.

  4. bello bello bello. ai tuoi riferimenti aggiungerei il pasto nudo, sia libro, che film, complotti e paranoie. non solo è cinema postmoderno, che utilizza consapevolmente e in maniera innovativa elementi del passato, ma è anche cinema che abbandona la narrazione tradizionale, pur restando cinema mainstream (non è sokurov, per intenderci), il che per me è un punto ancora più importante. lo metterei assieme, per certi versi, all’ultimo villeneuve, all’ultimo refn. speriamo non comincino a ripetersi o a compiacersi troppo della loro ficaggine! (mo so’ curioso di leggermi pynchon, anche se ammetto di aver abbandonato, anni fa, mason&dixon dopo poche pagine).
    ob

  5. Pingback: I film del 2015 che mi hanno accolto meglio | SlowFilm

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