Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5
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3 thoughts on “Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

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