Cronache dal Future Film Festival: Tokyo Tribe (Sion Sono 2014), The Road Called Life (Ahn Jae-Hoon, Han Hye-Jin 2014)

tokyo-tribePubblicato su Bologna Cult

Procede sicuro il Future Film festival di Bologna, ancora una volta baciato dalla bellezza delle sale piene. L’ispirazione del Future Film, destinato all’escursione in tecniche, campi, generi estremamente differenti, fa sì che la sua proposta sia sempre varia, eclettica, eterogenea, in una parola vivace. Ed è il suo bello.

Di Follie Notturne si tratta con Tokyo Tribe, ultimo lavoro del giapponese Sion Sono. E la follia nella pellicola di certo non manca. Tratto dal manga Tokyo Tribe II, per due ore ci porta in una Tokyo futurista e immaginifica, decadente ed eccessiva, divisa fra gang rivali che si combattono con ogni genere d’armi. Il tutto supportato da onnipresenti ritmi e canzoni hip hop, eseguite dai protagonisti in ogni momento della visione. Se nella scarna sinossi è facile scorgere una traccia narrativa, il film di Sono presto rinnega qualsiasi logica interna, demolendo sistematicamente il senso di ogni scelta o azione. In Tokyo Tribe un fiume ininterrotto di scontri mortali e musica travolge lo spettatore, che assisterà a ingiustificati cambi di prospettiva e di fazioni, a sparizioni di personaggi nel mezzo di una scena, alla totale mancanza di rispetto per la costruzione degli stessi e della loro storia. Lo scopo, evidente e dichiarato, è (di)mostrare l’insensatezza della guerra. Per farlo il film procede per accumulazione, spostandosi in un mondo allegorico e visivamente stratificato fatto di quadri e colori saturi, corpi nudi, invenzioni che ostentano gusto trash e grottesco – o meglio caricaturale – in una ridondante rappresentazione dell’inferno. L’impatto, in una certa misura, affascina, ma come ogni opera che adoperi sempre lo stesso registro, per quanto questo possa essere d’impatto, senza pause né accenti il risultato sarà monotòno. A parte questo, Tokyo Tribe vive di consueti richiami pop (Arancia Meccanica, I Guerrieri della Notte, Tarantino – anzi no, Bruce Lee) e in alcuni momenti sembrerebbe ricordare il maestro contemporaneo degli eccessi nipponici, quel Takashi Miike che con Izo – che comunque un senso ce l’aveva – aveva già sperimentato un inferno fatto di continui scontri all’ultimo sangue. Il film di Sono, pur ostentando una certa follia concettuale, è invece stranamente pudìco nel mostrare i segni della battaglia: anche se finto ed eccessivo, tutto rimane costantemente fuori campo: da questo punto vista lontanissimo dalle scelte effettivamente radicali, per rimanere con Miike, di un Ichi the Killer o di Visitor Q.

The_Road_Called_Life-p1The Road Called Life, è il nuovo film d’animazione dei sudcoreani Ahn Jae-Hoon e Han Hye-Jin, autori del bellissimo Green Days – Dinosaur and I, anche questo passato al FFF di qualche anno fa, di cui, purtroppo, non replicano interamente la sorpresa. Le ambizioni sono diverse, infatti The Road Called Life è un film antologico, costituito da tre storie ed episodi diversi, forma che di per sé non favorisce la realizzazione di capolavori. Il tratto d’unione è nella messa in scena di racconti, tradizionali o letterari, legati alla rappresentazione della vita in Corea. Tre toni diversi, che presentano anche diversi caratteri e scelte musicali. Il primo episodio è il più poetico, legato alla narrazione orale e tradizionale, visivamente molto bello, immerso in sconfinati campi di fiori bianchi e in un racconto malinconico e sospeso. La vicenda di tre venditori ambulanti e del loro viaggio notturno è certamente la migliore del film. Anche la seconda, legata al mondo rurale, è interessante. Qui il tratto e i colori sono più fumettistici, e il tono ironico. Su una base fatta di ritmata musica “etnica”, la voce fuori campo del protagonista racconta le sue pene d’amore, fondendo la parola col canto e costruendo un’atmosfera felicemente ingenua. Il terzo racconto, tratto da uno scritto del 1924, affronta la vita cittadina e il mondo di chi, come un guidatore di risciò in una città ormai piena di tram, è costretto ad affrontare, con la sua famiglia, un’esistenza di enorme tristezza e povertà. I disegni, sempre accurati, sono qui molto realistici e accompagnati da un jazz blues dall’impronta decisamente occidentale. A Lucky Day, questo il titolo dell’ultimo episodio, spinge sul melodramma e sconfina ampiamente nel patetismo, per quello che risulta un racconto comunque significativo, ma di certo il meno riuscito del trittico.

Tokyo Tribe: 3/5 | The Road Called Life: 3,5/5

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