Mia Madre (Nanni Moretti 2015)

mia madre, nanni moretti, marghetita buy, recensione, slowfilmMi piace molto Nanni Moretti, anzi è uno di quegli autori a cui può anche capitare di voler bene. Dell’ultimo Moretti apprezzo l’evidente volontà di fare film non sofisticati, non edulcorati né “troppo belli”, alla ricerca di semplicità e sincerità che vanno, in maniera piuttosto inevitabile, verso un racconto sempre più personale, intimo, e doloroso. Mia Madre m’è parso un film estremamente spontaneo e, per il suo autore, necessario. Meno di altre volte, però, mi è sembrato necessario anche per i suoi spettatori. L’evento doloroso attorno a cui ruota La Stanza del Figlio racchiude in sé la forza devastante, innaturale e ingestibile, di dover elaborare il lutto per la perdita del proprio figlio. La malattia della madre, in quest’ultimo film di Moretti, rappresenta una situazione ovviamente più comune, e lo fa, appunto, con quella ricercata mancanza di orpelli che nel complesso consegna un film fortemente sbilanciato verso un racconto autobiografico (fin troppo) ordinario.

A spartirsi la rappresentabilità di Nanni sono la regista Margherita Buy e, nella parte del fratello professore, lo stesso Moretti. Pur confermata nella parte solita di donna nevrotica e magnetica, insicura nel relazionarsi con gli altri e nel comprendere se stessa, è nella Buy e nel suo personaggio che la pellicola trova il suo lato più affascinante. Margherita, con le sue frasi sul cinema e sulla difficoltà dei rapporti personali, è la rappresentazione più diretta dell’esteriorità di Moretti. Ma anche il fratello Giovanni, ovvero lo stesso Moretti, pur in secondo piano, porta sullo schermo un lato del regista. Quello più intimo, quello che più negli anni si è posto domande, non solo su di sé, finendo, umanamente, per stancarsi. È prevalentemente il suo il “personaggio con accanto l’attore”, seguendo una frase che, in tono anche autoironico, spesso viene citata nel film.

La rappresentazione individuale del dolore, dello smarrimento, passa soprattutto attraverso la Buy ed è efficace. Una forte vicinanza, non escludo volontaria ma difficile da rinvenire per il grande pubblico, la si ritrova con la gestione e la rappresentazione delle emozioni di Tsai Ming-liang. Visage, nel 2009, è costruito dal regista taiwanese attorno alla perdita della madre, e la casa allagata, per Lee Kang-sheng come per Margherita Buy, è la rappresentazione di una tristezza ingestibile e pervasiva.

Per il resto, Mia Madre si muove su due spesse tracce. La prima segue il film a cui lavora Margherita, assieme a un John Turturro nella parte dell’attore italo americano fanfarone e viziato. Qui la vicenda ha alti e bassi, momenti di reale riflessione sulle caratteristiche del lavoro di una vita, e cliché di disimpegno, lasciati prevalentemente a Turturro, dove forse si sarebbe potuto ricercare una maggiore originalità. La seconda traccia è, naturalmente, quella della madre malata, raccontata attraverso lunghe scene quotidiane, descrittive della degenza e dei rapporti con i figli e la nipote, dove solo in parte si riesce a legare alla vicenda la forza emotiva, singolare e universale, dello sguardo di un artista.

(3,5/5)

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