Il Regno d’Inverno (Nuri Bilge Ceylan 2014)

regno d'inverno slowfilm recensioneUna domenica passata a vedere Il Regno d’Inverno (196′ minuti liberi in una sola giornata ormai non sono facili da collezionare) è una domenica ben spesa. Nuri Bilge Ceylan è un artista solido, amato dai festival, e tra i pochi eredi di un cinema autoriale che dà significato alla propria ricerca visiva, accompagnata da una scrittura altrettanto forte.

Ispirato a dei racconti di Cechov, tradotti da Ceylan e la moglie Ebru in un’intensa pièce cinematografica, Il Regno d’Inverno è un film fatto di dialoghi e riflessioni, confronti tra personaggi perfettamente (in)definiti. Nelle abitazioni scavate nella roccia di un villaggio rurale dell’Anatolia, il borghese Aydin scava, o mette in mostra il suo scavare, alla ricerca della propria umanità. Ex teatrante, aspirante scrittore, padrone di molte della case del luogo e del caratteristico albergo Othello, trascorre le giornate a formare il proprio giudizio sulla giovane moglie, sulla sorella, sull’imam dai piedi puzzolenti in arretrato con l’affitto, concedendosi a tutti loro, e realizzando in ogni quadro dialogico un capolavoro di solitudine e incomunicabilità, condizioni esistenziali che abitano Aydin e ogni altro personaggio.

Pur caratterizzato dai luoghi splendidamente inospitali, territori selvaggi spazzati dalla neve e rosicchiati dall’uomo, Il Regno d’Inverno ci guida nell’animo delle sue figure come ha saputo fare Bergman, o in alcune occasioni Woody Allen invitandoci, invece, negli spietati salotti newyorkesi. Un elenco dei temi e della mancate (ri)soluzioni sarebbe inutile e incompleto. Ma quello di Ceylan non è solo un film parlato. Come in C’era una Volta in Anatolia, la ricerca estetica è evidente, e ancora vicina a Tarkovskij. L’altro tarkovskijano per eccellenza, Bela Tarr, affronta temi non dissimili con una maggiore propensione ai toni apocalittici e opprimendo le sue pellicole di una disperazione che sembra inflitta da una forza esterna. In Ceylan il dramma è più solidamente umano e autogestito, ma in entrambi i casi al centro del discorso c’è l’autoinganno. Tarr sembra aver ereditato l’aspetto puramente visivo, mistico e sospeso di Tarkovskij, Ceylan la forza e la pervasività dei dialoghi che caratterizzavano le ultime sue pellicole.

Anche se si sviluppa prevalentemente in interni, Il Regno d’Inverno presenta degli ambienti fortemente significativi, che rispecchiano gli attori trasferendo verso l’esterno i colori, ospitando gli oggetti delle loro vite, mostrando orizzonti e vie di fuga che nessuno sembra avere il coraggio di affrontare. Negli spazi contenuti e conviviali molta attenzione viene riposta nella dinamica visiva dei dialoghi, con un personaggio spesso costretto nell’immagine allo specchio, l’immagine cristallo che rende virtuale l’interlocutore e lo distacca della realtà dell’altro. Compresenze di solitudini alle quali non c’è neanche motivo di negare la buona fede, ma che nel falso tentativo di comprendere l’altro continuano ad affermare una disperata voglia di affermare loro stessi, senza peraltro riuscire a definire chi o cosa si è davvero.

 (4,5/5)

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2 thoughts on “Il Regno d’Inverno (Nuri Bilge Ceylan 2014)

  1. (OT: Scusa, ma non hai ancora commentato Youth di Sorrentino?)

  2. Pingback: I film del 2015 che mi hanno accolto meglio | SlowFilm

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