Eisenstein in Messico (Peter Greenaway 2014)

eisensteinChe Peter Greenaway, da sempre feroce censore del cinema come trasposizione narrativa del romanzo ottocentesco, dovesse incontrarsi con Sergej Eisenstein, teorico e fautore del montaggio delle attrazioni, del cinema dedicato e destinato alla ricerca di un linguaggio specifico, era nella natura delle cose. E la natura ha fatto il suo corso seguendo la via più diretta: un biopic, un documentario che porta il cinema del regista sceneggiatore pittore videoartista gallese in un ambiente, guarda un po’, più ordinato e narrativo del solito. Eisenstein in Messico – o Eisenstein in Guanajuato – ricostruisce le vicende del regista russo nel 1931, del suo viaggio propedeutico al poi incompiuto ¡Que Viva Mexico! La scelta, quindi, è per un periodo decisamente significativo della sua vita, con inevitabili conseguenze sulla sua parabola artistica.

Fondato su ricerche e documentazioni minuziose, il film di Greenaway trova nel suo soggetto lo spontaneo riflesso del suo autore, una nuova occasione per costruire elencazioni, accumulazioni, geometrie architettoniche e architetture dei movimenti di macchina, schermi e informazioni che si moltiplicano e si ripetono nel quadro scomposto e parole, tante parole. Dialoghi e monologhi (auto)riflessivi, che nell’arte ritrovano una volta di più l’occasione per analizzare l’amore e la morte. La morte è onnipresente nella cultura messicana, l’amore e le sue complicazioni sono gli oggetti principali della scoperta di Sergej che a Guanajuato, con il vistoso aiuto della guardia del corpo Palomino, a 33 anni fa i conti con la propria sessualità.

Se alla bellezza degli spazi aperti è riservato un montaggio piuttosto serrato, quasi a non voler indugiare in una rappresentazione troppo “facile”, sono i ricercati interni – in particolare la camera d’albergo di Eisenstein – e la architetture – palazzi, cimiteri, sotterranei labirintici – a ispirare piani sequenza, cerchi vorticosi della macchina da presa, deformazioni ottiche, compenetrazione e confusione degli ambienti. Se una lunga carrellata orizzontale – figura a cui Greenaway è affezionato – segue il protagonista fra tavoli, archi e colonne, rincorrendo le sue parole e attestandone la (falsa) continuità del flusso, sono proprio le parole che si impongono come contrappunto e completamento delle scene visivamente più esplicite. Esplicitazione e visibilità del pensiero, del rapporto fra i corpi, dell’incontinenza dei fluidi e delle tecniche filmiche, Eisenstein in Messico è un film che si mostra senza sosta e costruisce, molto più di altri (recenti) lavori di Greenaway, un percorso narrativo consequenziale e compiuto. Meno indulgente verso il quadro immobile, frontale e costruito su volumi pittorici, il film rinnova e aggiorna l’arte del regista, senza peraltro aggiungere nulla. E nel condurre un’esposizione in cui si leggono elementi autobiografici e si costruiscono scene di una certa crudezza, conserva un distacco enciclopedico e straniante che sembra, a volte, rifiutare consapevolmente un’intensità che forse sarebbe stato più sorprendente vedere assecondata.

(3,5/5)

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