Inside Out (Pete Docter 2015) – la Pixar ibrida CGI e Power Point

È impossibile farsi un’idea di Inside Out che non si relazioni, oltre al film in sé, al suo impatto devastante sull’Occidente industrializzato. Se il film della Pixar, con una certa benevolenza, può definirsi caruccio, il significato rivoluzionario, il moto empatico, la meraviglia immaginifica di cui è stato ricoperto ha dell’inverosimile. Se poco poco girate per i network sociali o per le recensioni / impressioni online, sapete a cosa mi riferisco. Dal punto di vista narrativo, Inside Out si avvicina pericolosamente al nulla. Il percorso di crescita di Riley, la ragazzina protagonista, è mostrato attraverso l’esemplificazione visiva delle sue emozioni, pupazzetti chiassosi posti alla plancia di comando delle sue azioni, mentre le sue esperienze “esteriori”, fra traslochi e disillusioni affettive, sono ridotte all’osso. Lo smarrimento di Gioia e Tristezza è lo smarrimento di Riley di fronte all’approssimarsi dell’adolescenza e l’abbandono delle sicurezze infantili e, a meno che non si possa credere di star assistendo alla nascita di un individuo apatico e atarassico, l’avventura delle emozioni nell’interiorità di Riley ha solo una strada da seguire. Attraverso una visualizzazione che più che didascalica appare apertamente didattica, la Pixar e Pete Docter, che in altre occasioni avevano detto molto meglio cose molto simili (con Up, Monsters & Co o Nemo), formalizza una sorta di sfarzoso Power Point in CGI.

Sfarzoso, fino a un certo punto. Perché mi sta bene il percorso, l’ennesima declinazione del Paese delle Meraviglie (è un format che amo), ma devo dire che il cinema ha visitato Paesi decisamente più meravigliosi. Ho rivisto recentemente con Bianca, che adesso ha tre anni e spiccioli, molti film di Miyazaki, apprezzando nuovamente quelli che mi hanno sempre affascinato e scoprendo di amare alcuni di quelli che mi avevano coinvolto di meno. Il confronto più diretto e inevitabile è con La Città Incantata: si tratta semplicemente di un altro mondo. Dal punto di vista dell’immaginazione, dei contenuti, dell’emozione. Ma anche un film come Il Castello Errante di Howl, con le sue interpretazioni tutt’altro che univoche, le continue mutazioni, l’intersecarsi di piani che comprende, oltre alla crescita, la vecchiaia, l’amore, la paura, la fuga, la guerra, la vanità, il sogno, offre allo spettatore una visione che non è certa, né rassicurante. Eppure è facile, per tutti, perdersi oltre che nei pensieri, nei quadri densi di dettagli, nella rappresentazione di interiorità realmente affascinanti, complesse e sfuggenti. Il mondo di Inside Out, invece, non mostra che l’evidenza, in ogni immagine l’icona immediata del concetto che si è presi la briga di voler insegnare. Mentre i quadri risultano praticamente vuoti, attraversati da personaggi che spiegano passo passo la funzione di architetture sorprendentemente prive di sorpresa. Salutato come un’avventura all’interno delle emozioni e della memoria, Inside Out sembra aver fatto dimenticare che gran parte dei racconti ha lo stesso tema (un altro esempio, occidentale e ben riuscito, Nel Paese delle Creature Selvagge), mentre questo della Pixar si è preso la libertà di spazzare via il racconto stesso.

A distanza di un paio di settimane, dunque, sfumata la simpatia per una Disgusto che sembra una fashion / food blogger e per la spietata rappresentazione dell’indolenza che regna nella sala dei bottoni del gatto comune, Inside Out lascia una coda più vicina al fastidio che alla meraviglia. Unico contenuto di una certa originalità e verità, non tanto l’importanza di Tristezza, piuttosto scontata, quanto l’affermare che quando ci rivolgiamo alla memoria e ai ricordi di età passate, questi assumono necessariamente un tono nostalgico e malinconico.

(3/5)

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10 thoughts on “Inside Out (Pete Docter 2015) – la Pixar ibrida CGI e Power Point

  1. è tutta colpa della nuova massoneria dei neuroscienziati! hanno colonizzato ogni cosa, ora anche i cartoni animati. uff…
    con una serie di sentimenti irrapresentabili,
    sara

  2. Fra vent’anni ce lo troviamo ne I Simpson, come quando in classe di Bart fanno vedere quei documentari anni 50 tipo “perché fumare aiuta negli sport agonistici”.
    (Pasquale Leale?)

  3. fra vent’anni spero di essermi tolta il vizio di comunicare col mondo, vedere film d’animazione e non, serie tv (ah l’hai visto poi mr. robot?) etc. etc…cercherò di praticare l’ascesi per non intossicarmi oltremodo!

    p.s. pasquale leale è il mio amico immaginario che scriveva lettere d’ammore a una mia amica che pativa la solitudine. ho deciso di non ucciderlo. lasciamelo stare :)

  4. Visto mr. robot. M’è parso ottimo il pilot (per quanto da noi questi discorsi abbiano ormai un terribile retrogusto sciochimico), buono fino alla metà abbondante, meno buono nella conclusione. ma vale sicuramente la pena.
    A me piacciono le serie cazzare, e ti dirò che sex drugs & rock’n roll mi ha dato alcune soddisfazioni.
    I film d’animazione a me piacciono molto, quando son belli. Vero è che quelli belli belli non sono neanche tanti. Visto mai Tekkonkinkreet?
    A ogni modo, Pasquale Leale, sei certamente a un passo dall’essere un’immagine divina di questa realtà. Stringi i denti ancora un po’.

  5. sì sta’ attento che a breve potrei apparirti con le fattezze di obi one!
    tekkonkikreet è capolavoro. sex drugs & rock’n roll lo vedrò mo’ che qua inizia a nevicare…
    e sottoscrivo a pieno quello che dici di mr. robot, parola per parola. a un certo punto vorrebbe fare lynch ma fa solo la palla (sorry) e poi ci son un paio di cose che non mi son tornate proprio: scene e roba che riguarda il pazzo che vuole a tutti i costi diventare capo e di cui non ricordo il nome.
    t’abbraccio

  6. dici bene, dici benissimo, e dice bene pure pasquale. io quando sono depresso ho la diarrea. rappresentami questo, pixar!
    prof. o. bartz, phd.

  7. Pur trovandomi abbastanza d’accordo sulle tue considerazioni, da “addetta ai lavori” trovo che inside out sia uno strumento psicoeducazionale formidabile e la mia gratitudine per la pixar è infinita.
    È molto probabile che esistano strumenti più raffinati ed originali di questo film, ma credo sia proprio la sua semplicità narrativa, direi quasi elementare, che permette di entrare in contatto con concetti che per moltissime persone non sono affatto scontati (per esempio che tutte le emozioni siano importanti, che la tristezza non ha solo una valenza negativa….).
    grazie invece delle segnalazioni…suggerimenti preziosi che immagino diventeranno presto ”
    “attrezzi della mia cassetta”

  8. Ciao Roberta, non metto in dubbio la linearità e la chiarezza di quest’ultima fatica pixar. Anzi, quando lo accosto a un power point (con un po’ la voglia di provocare, lo ammetto) lo faccio proprio perché credo sia troppo simile a uno “strumento”, più che a un film. Per chi voglia utilizzarlo in tal modo, è certamente un traccia che può essere utile, ma come prodotto cinematografico più questo aspetto viene enfatizzato e meno lo trovo interessante. Sono sicuro che in alcuni dei titoli che ho indicato troverai spunti anche più validi, e artisticamente più coinvolgenti. Ciao, buona serata.

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