Il Piccolo Principe (Mark Osborne 2016)

piccolo principe slowfilm recensioneLa congiuntura socio-cinematografica presenta una corrente, nutrita da agguerrite singolarità fino a testate come Wired, schierata per la purezza dell’arte, che indica come alternativa “intellettuale” al film di Zalone proprio Il Piccolo Principe. Il che rende l’idea di come il libro di Saint-Exupéry, di per sé una piccola opera gradevolmente naïf, sia stata idealmente ingigantita fino ad assumere la gravità di un trattato di ingombrante filosofia spicciola. Così l’ingenuo inno alla spontaneità della fanciullezza, diventa il pretesto per l’ennesimo attacco livoroso verso opere altrettanto popolari, che non possono vantare connotazioni altrettanto poetiche e profonde.

La produzione francese firmata Mark Osborne (autore di Kung Fu Panda, mica di Tekkonkinkreet o The Secret of Kells), non è la semplice trasposizione del libro e delle figure che già contiene, ma un’operazione più complessa che, se da una parte mostra una certa intraprendenza, dall’altra rispecchia il terrore che il cinema mainstream nutre nei confronti delle opere compiute. Il Piccolo Principe animato, infatti, presenta un sequel del testo originale e un’ampia cornice in cui i nuovi personaggi ricostruiscono la vecchia storia e i suoi mondi. Il contenuto contemporaneo, in computer grafica, mostra una ragazzina e sua madre incastrate in un mondo grigio e squadrato, in cui interviene l’elemento perturbante dell’anziano aviatore, irriducibile sognatore, che decenni prima ha scritto del principino incontrato dopo essere precipitato nel deserto. Anche nella costruzione di una realtà senza fantasia – molti film, da Metropolis a Brazil,  già lo hanno dimostrato – occorre una certa fantasia, per rappresentare i dettagli dell’inquadramento in una società spersonalizzante, dell’invadenza della burocrazia e del fraintendimento delle umane necessità. Tutto questo, qui, viene reso in modo elementare e un po’ noioso, con città grigie formate da parallelepipedi tutti uguali, attraversate da auto tutte uguali che sono parallelepipedi con le ruote. Molto carine, invece, le effettive raffigurazioni di stralci dell’originale, affidate a una raffinata stop motion che rispetta e aggiorna il tratto delle figure. Viene da chiedersi se, banalmente, non sarebbe stata più efficace una trasposizione integrale, per un’opera meno pop, ma che racchiudesse per intero la leggerezza dell’originale, qui relegata a inserti isolati che impediscono allo spettatore un’effettiva immersione.

Ma questa è la tendenza: frammentare, stracitare, accumulare. E i “nuovi” inserti qui finiscono per ripetere pedissequamente i concetti dell’originale, tramutando delle idee poeticamente semplici in ripetizioni alquanto banali. Fino alla seconda parte del film, l’irrinunciabile sequel, dove la protagonista, in un mondo che deve qualcosa anche all’immaginario di The Wall, incontra un piccolo principe cresciuto in maniera irritantemente goffa e remissiva. Si tradisce, dunque, la chiusura che dava identità al libro, per esplicitare gli stessi concetti in una nuova ed estremamente didascalica messa in scena.

(3/5)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...