Cogan – Killing them softly (Andrew Dominik 2012)

cogan recensione slowfilmNon ho ancora deciso se mi snervano di più quelli che dicono che Tarantino ha copiato tutto, o quelli che vedono ovunque registi che copiano Tarantino. Ad ogni modo, Cogan – Killing them softly mette in scena molti dialoghi tra killer, sicari e altri individui variamente sbandati, quindi a leggerne in giro è tutto un fiorire di rimandi a Tarantino e presunti plagi. A parte questo, il lavoro di Andrew Dominik successivo al fluviale – e generalmente apprezzato – L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, è stato tendenzialmente maltrattato. L’ho trovato, invece, assolutamente gradevole, ed è divertente come appaia opposto al film precedente. Dove Jesse James tende alle tre ore, ricercava un tono epico e distendeva i suoi silenzi fra spazi aperti, Cogan sfora di poco i 90 minuti, costruisce dialoghi in grigi spazi urbani – parcheggi, bar, camere d’albergo, abitacoli d’auto – e presenta un’atmosfera spoglia e disincantata.

I killer, al tempo della crisi, fanno un lavoro come tanti altri. Ne parlano, se ne lamentano, provano, a volte inutilmente, a conservare buoni rapporti fra colleghi. Adattamento di Cogan’s Trade di George V. Higgins, il film di Dominik presenta una buona costruzione dei dialoghi e dei personaggi, muovendosi fra secche caratterizzazioni e ripetizioni. Nella gestione dei ruoli e degli ambienti, nella costruzione dell’atmosfera fatta di discorsi di fondo ricorrenti, provenienti da televisioni e radio, ripetizioni che rendono il mondo chiuso, asfittico, prevedibile.

Anche nell’azione il film ha qualcosa da dire, alternando scene crudeli e antispettacolari a barocchismi virtuosistici fatti di ralenti esasperati, distorsioni lisergiche e musiche in primo piano. Il tutto corredato dell’ottima compagnia dei volti noti del genere, dal bravo ragazzo Ray Liotta al veterano stanco James Gandolfini, all’adeguato Brad Pitt, per un film che, forse, non voleva essere un piccolo film, ma può vantare un certo equilibrio e addirittura un’identità.

(4/5)

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