T2 Trainspotting 2 (Danny Boyle 2017)

t2 trainspotting 2 slowfilmHo visto T2 nella migliore delle condizioni, cioè ricordando poco del primo Trainspotting, giusto le scene storiche: l’immersione nel gabinetto, sprofondare nel pavimento, Iggy Pop, il bambino che gattona sul tetto, la merda nelle lenzuola, scegli la vita, poco altro. Insomma, per quanto abbia un’idea positiva di Trainspotting, non è un oggetto intoccabile né inarrivabile, non  mi costringe a vivere nel passato.

Trainspotting 2 per una buona prima parte sembra un film. Punta molto sul ritrovo dei vecchi volti, ma intanto li porta nel presente, sono passati vent’anni e nessuno tiene nascosta questa informazione. Si tratta di volti invecchiati, corpi malandati, goffi tentativi di dissimulare una mezza età avanzata che c’è, non come Harrison Ford, che è condannato a fare Gianni Morandi tutta la vita. Renton e Simon Sick Boy si pestano selvaggiamente, si amano alla follia, aggiornano le loro invettive antiborghesi all’epoca digitale, improvvisano anche una bella canzone anti cattolica per evitare un linciaggio. Poi, non so come dire, diventa una terribile cazzata. Gran parte della colpa è degli altri due personaggi originali: Spud è diventato un idiota sapiente con velleità (meta)letterarie e risultati posticci,  mentre Begbie è un insopportabile coglione, un killer uscito da un film di serie C che passa il tempo a sbraitare, rincorrere Renton e, nella vita familiare, imbastire scenette imbarazzanti sul rapporto padre scoppiato figlio coscienzioso.

T2 ha dalla sua parte anche un Danny Boyle dalla regia ritmata, ma che sa fare a meno degli split screen, le accelerazioni, le animazioni e le altre sue robe iperpubblicitarie. Infila, in principio, una serie di quadri sconnessi ma divertenti. Poi il film sceglie la vita, sceglie il genere, stanco e svogliato, e Trainspotting si dissolve nella nuvola di autocitazionismo forzato e normalità che nessun film sulla dipendenza e la disillusione meriterebbe.

(2,5/5)

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