Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

Dunkirk_Poster_Italia_01_midDunkirk è un film molto semplice, di cui non è facile parlare. Perché, per qualche motivo, ha suscitato un entusiasmo sfrenato e globale, soprattutto della critica, come non accadeva da tempo. Gli Americani in visibilio, il nostro MYmovies che spende il suo primo voto pieno, Rolling Stone che ritiene di aver visto il miglior film di guerra di sempre. Iperbole su cui passare con un sorriso, pensando ai capolavori di Kubrick e Malick, e lasciando comunque crescere le tue aspettative, ma che, a film visto, suona piuttosto ridicola. Bene, freghiamocene, facciamo finta che il mondo non sia impazzito per quest’ultimo Nolan come se fosse il primo film che abbia mai visto.

L’evacuazione di più di 300mila soldati inglesi dalla spiaggia di Dunkirk avviene per terra, per mare e per aria, e spaccati temporali rispettivamente di una settimana, un giorno e un’ora seguono lo svolgersi e il convergere delle vicende. L’ennesimo viluppo di Nolan che, più che per effettive necessità narrative, sembra seguire le rigide scansioni temporali per personali esigenze simmetriche e per confermare un marchio d’autore. Dunkirk comincia e per poco più di un’ora e quaranta rimane incollato alla sua idea di rappresentazione. Un’idea molto precisa, che impone una qualità dello sguardo e una scansione dell’azione definite in un punto di vista immutabile, non oggettivo ma assestato su una sorta di iperrealismo desaturato. Uno sguardo emozionale ma non empatico, che segue minuziosamente l’azione ma non partecipa alla stessa.

La scena, per quanto vasta e divisa in diverse linee temporali, è completamente unificata dalla fotografia uniforme di Hoyte Van Hoytema (un’impronta decisamente riconoscibile, già protagonista di Interstellar, Lei e  Lasciami Entrare) e dalla colonna sonora incessante di Hans Zimmer, un filo ininterrotto fatto di ticchettii d’orologio, battiti cardiaci e impennate liriche. Si realizza così un unico teatro, una sfera chiusa dove l’unica cosa che esiste è la guerra, sono suoi gli spazi e i suoni, gli esseri umani si muovono al suo interno come cavie consenzienti di un esperimento. Quando muoiono acquisiscono nello sguardo una fissità animale e i loro simili accettano l’ineluttabilità della cosa.

Sky Crawlers: un eroe c’è, in Dunkirk, ed è il pilota di caccia Farrier, un Tom Hardy nuovamente senza volto. Seguendo i suoi attacchi voliamo in prospettive aperte in cui mare e cielo quasi si confondono, delimitati dalla linea dell’orizzonte che si piega e si capovolge assieme alle evoluzioni aeree. In questi spazi, così come nelle altre situazioni, il nemico rimane senza volto, e lo spettatore, portato nell’azione senza passare per la costruzione dei personaggi, si trova in una visione impersonale. Anche l’eroe è tale perché fa cose utili, ma la sua costruzione personale è lasciata ampiamente ai margini. In questo il film è riuscito, raccontando una guerra senza l’epica, e quindi il fascino, che pietre miliari come Full Metal Jacket o Apocalypse Now hanno invece consegnato alla storia del cinema. Tanto la costruzione delle battaglie aeree, quanto la mancanza di definizione di un nemico e l’identificazione del pilota con la sua macchina, rimandano al bellissimo The Sky Crawlers – I Cavalieri del Cielo di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell), che però sviluppa, parallelamente, un apparato teorico parecchio più complesso. Cosa che volutamente manca al film di Nolan che, privo anche di scene madri, lascia una sotterranea sensazione di vuoto, se non di vacuità.

Non è un Paese per Vecchi: la caratteristica principale e identitaria di Dunkirk è il suo essere asciutto, un tratto che dà universalità alla storia e una qualità che eleva il suo essere un film di pura azione. No Country for Old men, che ha compiuto 10 anni, in termini di asciuttezza e racconto orizzontate e distaccato ha segnato un punto d’arrivo del cinema contemporaneo. Se i Coen tengono il tono dal principio alla fine, Nolan non rinuncia del tutto all’enfasi del racconto, concentrata in particolare nelle parole del padrone di una delle imbarcazioni civili impegnate nel salvataggio (altro eroe, legato al messaggio “umano” del film), e in quelle del comandante Kenneth Branagh; poca roba, ma che porta frammenti di un linguaggio di finzione all’interno di un film altrimenti rigorosamente descrittivo.

L’immancabile voto riassuntivo è 4 e non 3,5, perché sospetto che, ricalibrate le aspettative, quando lo rivedrò potrò apprezzarlo di più.

(4/5)

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10 thoughts on “Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

  1. Credo che il termine “capolavoro” sia un po’ abusato, più dal pubblico che dalla critica.
    “Dunkirk” mi è piaciuto molto, ma dello stesso Nolan posso dirne almeno tre film che personalmente ho apprezzato di più (“Memento”, “Inception” e “Il cavaliere oscuro”).

  2. Ciao Serenate, capolavoro e genio sono fra le parole più sputtanate della contemporaneità. Per quanto di solito l’entusiasmo più o meno inspiegabile venga da pubblico, in questo caso la critica si è lasciata andare a reazioni ancora più scomposte. Dagli esempi che ho fatto in apertura, alla critica oltreoceano da cui ho letto titoli e frasi quasi imbarazzanti, questo Dunkirk è chiaramente il film da beatificare.
    Di Nolan ho una visione atipica, i suoi film che mi piacciono di più sono quelli di solito meno apprezzati, e viceversa. I suoi più amati, a cominciare dai Batman, mi sembrano incapaci di individuare un tono coerente e fin troppo ambiziosi, insomma se la tirano. I suoi titoli che preferisco sono Interstellar e Insomnia (che però non ho più rivisto).

  3. sto recuperando le recensioni su Dunkirk, dopo aver visto il film e averne finalmente scritto anch’io…
    intanto complimenti per la tua recensione, mi trova fondamentalmente abbastanza d’accordo, nel senso che concordo su quasi tutte le premesse, ma poi alla fine il mio giudizio è leggermente più basso, nel senso che ho trovato Dunkirk un film poco più che “normale” e in quanto tale ha deluso le mie aspettative che erano piuttosto alte…

  4. Ciao Vincenzo, a dire il vero con il passare dei giorni la sensazione che mi ha lasciato il film è soprattutto quella di vacuità. Riflettendoci, la costruzione (il montaggio temporale, le scelte visive e il loro scopo) è anche più complessa di quanto non si percepisca a caldo, ma non sono sicuro sia un bene, e al momento sull’operazione complessiva confermo e rinforzo i miei dubbi.

  5. Non concordo a pieno con la tua recensione. A me Dunkirk è piaciuto da impazzire, sia per la storia che per il modo in cui è realizzato (come hai detto tu bella fotografia, belle musiche e bella regia), ma quei difetti, cioè quelle cose che non ti sono piaciute, sono ciò che fanno Dunkirk un film unico nel suo genere. C’è un motivo preciso per cui non vediamo il nemico o non c’è un protagonista. Nolan ha voluto creare qualcosa di reale e contro la guerra, perché sì, è un film contro la guerra. Ti lascio il link della mia recensione, perché sinceramente, mi piacerebbe molto che tu la leggessi, per capire meglio il mio punto di vista: https://mjpsreviews.wordpress.com/2017/09/03/dankirk-recensione/

  6. Ciao Matteo, auguri per la tua prima recensione :)
    Per la verità, quelli che hai citato non li ho indicati come difetti, cioè non sono difetti di per sé. Quel che intendevo, è che Nolan ha fatto un film dove i nemici non vengono identificati, ma non ha sviluppato questa scelta (come pure quella della ricercata composizione cronologica) dando spazio a una reale esigenza concettuale. E ha voluto un film molto asciutto, ma non del tutto privo di momenti “romanzati” che in questa costruzione spiccano e stridono più del solito.
    È un titolo che dovrei rivedere per riuscire a coglierne a pieno la forma, ma sono abbastanza sicuro che non abbia le caratteristiche per rientrare tra i miei preferiti, in generale e fra i film di guerra.

  7. Prima di tutto grazie, per avermi risposto, per il follow e per aver letto la recensione, se lo hai fatto, ma credo di sì. Concordo con te sul fatto che ci sono dei momenti romanzati, come il discorso finale di Churchill, di cui penso sia vera solo la frase “le guerra non si vincono con le evacuazioni”. Questa è vera, non so tutto il discorso, ma non credo. Quello che ti volevo dire è che la scelta di non identificare il nemico serve proprio a costruire il messaggio anti-guerra che questo film ha. Alcune recensioni, come quella di badtaste (vedila così magari capisci meglio quello che intendo). hanno fatto leva su questa cosa e qualcuno (sempre quello di badtaste) ha detto che non si vedono “nazisti cattivi bruciare”. Nolan ha voluto evitare questo per due grossi motivi. Uno. la coerenza. Le truppe tedesche si erano fermate su ordine di Hitler. I motivi non si sanno, forse temeva un imboscata, non si sa. Il secondo, è che il nemico non è il cattivo. Si dice sempre che la guerra la fanno i vincitori, e purtroppo è così. Dunkirk, almeno, cerca di togliere questa ideologia del buono e cattivo, ma fa entrare in un panorama di guerra dove ci sono solo schieramenti nemici, fatte da uomini, e non sono essi ad essere cattivi, ma la guerra. Ecco, questo è il messaggio del film.

  8. L’intenzione di Nolan è chiara, l’unica cosa che dicevo è: prendi un film come quello di Oshii, Sky Crawlers, fa la stessa scelta, quella di non visualizzare il nemico, ma su questo impianto sviluppa un film concettualmente più interessante. Naturalmente quello di Nolan non è un film di sci-fi, ma le cose si possono dire in tanti modi, il genere indirizza verso uno spettro di soluzioni narrative, non limita i contenuti. E non sto neanche dicendo che Nolan avrebbe dovuto metterci chissà quale messaggio, ma che, tutto sommato, si tratta di un film meno equilibrato di quanto avrebbe voluto essere. Anche perché la manipolazione forte ce la mette, quella sulle linee temporali, ma mi sembra sia una costruzione un po’ gratuita.

  9. Purtroppo non ho visto il film, quindi non posso dirti la mia. Può essere anche che sia d’accordo con te. Però sinceramente l’ho trovato un film molto molto bello e le linee temporali le ho trovate geniali

  10. Pingback: Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017). L’assenza dell’uomo e la ricerca del desiderio | SlowFilm

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