Lucky (John Carroll Lynch 2017), l’ultima ballata di Harry Dean Stanton

lucky-locandinaPubblicato su Bologna Cult

Per vedere un buon film, spesso, occorre vedere un piccolo film. Lucky è un piccolo film che ruota attorno alla figura di Harry Dean Stanton, uno degli attori feticcio di David Lynch e celebre caratterista, qui in un ruolo da assoluto protagonista. Classe 1926, Stanton è morto a 91 anni, poco dopo la fine delle riprese.

Un corpo cinematografico, il suo, che si mostra sin dalla prima scena, ambientata nella casa in cui Lucky vive solo (ma “Fra lo stare da soli e il sentirsi soli c’è una gran differenza”), dove pratica i suoi piccoli riti e i suoi esercizi fisici e mentali. Un corpo asciutto e uno sguardo disincantato che, ancora, attraversano il tempo. Quando Lucky esce di casa, nella sua tenuta da cowboy, si ritrova negli sconfinati spazi americani, fatti di terra, polvere e cactus, e solitamente si dirige verso uno dei suoi locali preferiti. Uno di quelli da cui non sia stato cacciato per averci fumato una sigaretta proibita (“Quelle ti uccideranno” “Se non lo hanno fatto fino ad ora, vuol dire che non possono”).

La fauna da bar – o da saloon – è quella opportunamente composta da personaggi ormai assorbiti dalla propria storia, memorie viventi delle proprie esistenze, che si raccontano, si punzecchiano, e si prendono cura l’uno dell’altro. Il regista John Carroll Lynch (nessuna parentela con David, che pure nel film ha una parte) dà a Lucky il tono di una piacevole ballata, senza forzare i toni del racconto, che inevitabilmente tocca i temi della morte e della necessità di tirare le somme della propria esistenza, così come quelli dell’accettazione individuale e della ricerca dell’altro. Si susseguono ricordi e vicende personali, grandi e piccole, fra cui un dialogo intenso fra il protagonista e il veterano Tom Skerritt che dà la chiave alla conclusione del film, racchiusa in un sorriso dai molti significati.

(4/5)

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