Solo – a Star Wars story (Ron Howard 2018)

solo-locandinaDell’ultima ondata di Guerre Stellari, Solo è il film che mi ha divertito di più. Passato come il più stanco degli spin-off della saga iniziata quarantuno anni fa da George Lucas, il film firmato (dopo numerosi intoppi) da Ron Howard (ronauard) è uno degli episodi che più ricorda lo spirito originale. Solo è un film leggero e ben fatto, che cerca l’avventura e intanto riesce a tratteggiare un numero ragionevole di personaggi – non come Gli Ultimi Jedi, che ne colleziona di vecchi e di nuovi senza sapere cosa farci – e, soprattutto, lo fa in forma diretta. Nel presentare la genesi di Han&Chewbecca richiama gli indizi e i cenni narrativi presentati nella trilogia originale, ma non sente l’esigenza di ricercare una nuova lettura, di dissacrare. Che era, invece, l’unica preoccupazione di Rian Johnson, autore di un film irritante, perché tanta foga dissacrante può nascere solo dall’idea che Guerre Stellari sia realmente qualcosa di sacro, che abbia bisogno di essere intaccato. L’intera serie, invece, non è né sacra, né così forte da aver bisogno d’essere intaccata, perché lo è già, profondamente. È una cosa discontinua, eterogenea, e ogni singolo film funziona o non funziona esattamente come accade a ogni altro film al mondo, senza che influisca il rispetto esibito o negato nei confronti di un personaggio storico, il conteggio di quante spade laser siano o meno presenti, le specificazioni filologiche di cosa si possa fare usando la forza e altre robe del genere. Quando si ritiene che lo scopo principale di un film possa essere il rapportarsi al mondo e le conoscenze importati da altri film, quel che ne viene fuori è una cosa rozza e metareferenziale.

Han Solo non è un predestinato, è uno che naviga a vista, ed è per questo che ci è tanto simpatico. E una volta passati i primi minuti a confrontare mentalmente il volto e le azioni di Alden Ehrenreich con le espressioni e i gesti di Harrison Ford, il nuovo Solo riesce a vivere di vita propria. Ha poche cose da fare, ben individuate ma di non immediata realizzazione, che comportano una discreta quantità di scontri ed esplosioni, distesa su un tono narrativo semplicemente ironico. Solo prende molto dall’immaginario western e propone un’azione non (troppo) confusionaria, quasi classica, ha delle idee di design migliori dei suoi predecessori, azzecca almeno un paio di personaggi femminili (uno in forma di giovane guerriera, l’altro di robot), e per Chewbecca un’entrata in scena che non sarebbe dispiaciuta a Marlene Dietrich. Ci si diverte, va bene così.

(4/5)

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7 thoughts on “Solo – a Star Wars story (Ron Howard 2018)

  1. quando ho visto la guerriera ti ho pensato. e non avevo ancora letto questo post!
    aldo

  2. molto. l’ho visto sull’aereo che mi portava tanto tanto lontano da te.

  3. Sei sempre una gran bella penna quando chiosi le tue disamine filmiche, mai inseguendo la novità a tutti i costi ma seguendo molto più onestamente il filo sincero delle tue reali visioni cinematografiche e questa tuo non rincorrere a tutti i costi l’urgenza di pontificare su tutto, unita ad un’evidente cultura sulla settima arte dal sapore universitario e da cineclub rende i tuoi pezzi una lettura in primis estremamente gradevole.

    Se a questo si aggiunge la fortuna che tu sia anche un libero pensatore, un tuo lettore può essere rinfrancato, com’è accaduto a me questa sera, dopo la seconda visione del western cosmico della famiglia Kasdan (veri artefici di questo ritorno alle origini della vecchia trilogia), per non essermi sentiti stupido nell’aver gradito la visione.

    Pur proveniendo dalla parte più consumistica delle sue ex-colonie, la cosiddetta Religione Jedi sembra che tra i giovani della blasonata e spocchiosa Albione sia addirittura il secondo culto come numero di fedeli… Follie da nerd e tardo tali, ma anche l’indubbio fascino di un universo narrativo espanso dal taglio fantasy e fiabesco, a cui però gli ultimi due capitoli cinematografici avevano tolto la valenza cosmica, trasformandolo in un surrogato del MCU senza supereroi ed a cui senza dietrologia o falsa devozione Solo ha restituito dignità: sentire pronunciare il nome della località di Tatooine da parte di un Han giovane guascone, in cui il senso dell’avventura (dal sapore dei Raiders of the Last Ark scritti dalla stessa oenba) supera la delusione d’amore, riappacifica il lettore / spettatore con la saga… Ma siamo in pochi a pensarlo.

    Un abbraccio, Giuseppe e massimo rispetto.

  4. Sempre molto gentile, Kasabake :)
    E hai ragione, i Kasdan hanno sicuramente il merito di una sceneggiatura più aderente allo spirito originale, che è sopravvissuta alle disavventure nella regia (che comunque, non conosco i dettagli, ma m’è parsa efficace e abbastanza coerente).

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