Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

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Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(5/5)

 

Aniara (Pella Kågerman, Hugo Lilja 2018), l’odissea della solitudine

Avevo pensato cosa scrivere di Aniara, ma troppo tempo fa. Sono rimaste, adesso, le sensazioni di Aniara. La solitudine che non riesce a trovare sollievo nella presenza dell’altro, la ricerca di una spiritualità, anche artificiale, che possa regalare un senso ad avvenimenti che rimangono puramente casuali. L’illusione del cinema, letteralmente proiezione di una via di fuga, di una distrazione, anche questa destinata a cedere alla pressione del tempo. Aniara è un piccolo film di fantascienza umanista che trova nel poema del nobel danese Harry Martinson i topoi del genere, lascia che si esprimano nel silenzio, nella fotografia degli spazi essenziali e dei colori pieni, che accolgono la nascita di riti di espiazione e ricerca del piacere; un’opera simbolica e ossessiva, dominata dall’ineluttabilità.

(4/5)

The Dead don’t Die, l’apocalisse di Jarmusch fra ironia stralunata ed evitabili forzature

Non me la sento di non lasciare traccia di un film di Jarmusch, anche se è un film che una gran traccia non la lascerà. L’umorismo stralunato di The Dead don’t Die (I morti non muoiono, Jim Jarmusch 2019) tutto sommato è vicino a quello di alcuni episodi  di Coffee and Cigarette, o di Taxisti di Notte, e l’apocalisse zombie di Jarmusch, viste le avvisaglie, sarebbe potuto essere più deludente. Per dire, Only Lovers left Alive credo sia peggio. I morti non muoiono spinge forte sul naif, e in molte occasioni il gioco tiene. Temevo qualcosa di (ancora più) sfilacciato, invece Bill Murray e Adam Driver, dimessamente, riescono a tracciare una linea, in cui si inseriscono una serie di micronarrazioni. In una abbondante prima parte l’ironia scazzata funziona, pur intervallata da gag troppo ripetute – il product placement di Sturgill Simpson, indubitabilmente autore della “theme song” – e in generale da una fiducia davvero eccessiva nella forza ammiccante dei richiami metanarrativi. Il film, però, ancora riesce a regalare dettagli, a volte nostalgici, poetici, affettuosi, e a costruire una realtà fatalista e disincantata dove anche le fini più atroci vengono accettate, tutto sommato in linea con un’assurdità dell’esistenza che non è mai mancata. A unire i due momenti, prima e dopo l’apocalisse zombie, c’è Tom Waits, eremita dei boschi cittadini, che osserva da lontano il disfacimento di una società per lui già insopportabile.

Nella seconda parte, quella piena di zombie, purtroppo si moltiplicano le gag davvero forzate e gli appunti didascalici rivolti al genere umano; scelte che con molta semplicità si sarebbero potute evitare, lasciando un film migliore. Jarmusch con i suoi film ha spesso viaggiato verso la fine del mondo, dal giovanile Stranger Than Paradise a Dead Man, e con diversi riferimenti in praticamente tutti i suoi titoli, ma, con attenzione, aveva anche conservato il dubbio e il mistero. The Dead sembra a volte un film volutamente disattento, che per non prendersi sul serio si avvolge attorno a una manciata di pensieri. E anche il personaggio di Tilda Swinton, non privo di un suo fascino ipercitazionista, è vittima di una delle scelte più sballate.

Purtroppo l’ho visto in italiano, e sono sicuro che in lingua originale guadagnerebbe. Fosse solo per la chiusura con un lungo recitato di Waits, con un testo – anche questo facilmente migliorabile – sulla vacuità dei desideri umani, che di per sé non è un gran che, ma la voce di Tom Waits, che sono stato costretto a immaginare, è la voce di Tom Waits. L’amarezza maggiore viene dal fatto che Jarmusch non è propriamente prolifico, una cartuccia – dopo l’eccellente Paterson – l’ha sparata così, e chissà quando gli torna la voglia.

(3/5)

Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)

American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

Game of Thrones, episodio 2 stagione 8, l’astuzia narrativa

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Della seconda puntata di questa ottava e ultima stagione di Game of Thrones, ho molto apprezzato questa tecnica raffinatissima per far sfilare via i confronti importanti, in modo da lasciar dialogare i personaggi, ma senza che si arrivi a niente. Sansa a Daenerys: Allora che ne sarà del Nord? Le mani si staccano, tensione, arriva un tizio REGINA è PRONTO DA MANGIARE SI FREDDA. Daenerys e Snow: Allora sei l’erede maschio al trono? Come possiamo affrontare questa notizia inatteREGINA I DRAGHI HANNO CACATO PER STRADA.

Game of Thrones, una storia di zombie e araldica

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Con spoiler sul primo episodio dell’ottava stagione. Perché la cosa è passata un po’ in sordina, ma è ricominciato.

Primo spoiler: la prima puntata dell’ottava stagione di Game of Thrones dura cinquanta minuti. Ne passano 25 e pensi che succederà tutto nella seconda parte. Non succede neanche nella seconda parte.

Secondo spoiler: nella prima puntata dell’ottava stagione tutti i protagonisti si incontrano, si salutano fra loro e scoprono o si avvicinano a scoprire cose di cui lo spettatore è a conoscenza da millenni.

Terzo spoiler: incredibile come il fenomeno pop televisivo culturale del decennio abbia la scena più brutta che si ricordi, almeno dai tempi del lassismo trash degli anni ’80. Parlo naturalmente della svolazzata posticcia su dorso di drago, esteticamente improbabile, fisicamente impossibile e concettualmente riprovevole. Culminante su un incrocio di sguardi languidi con cascata sullo sfondo, insomma l’avete vista, avete presente l’intensità.

Alcuni attori di Game of Thrones. John S(k)now – la esse è privativa – ormai dovrebbe sapere le cose, ma ha sempre l’aria di quello che non le capisce. La regina dei draghi, madre degli eunuchi, protettrice del trucco e parrucco, semplicemente non ha un grande interesse per la recitazione. Mentre Cersei se togli la musica drammatica e i chiaroscuri medievali e ti concentri sul suo volto è una continua rassegna di espressioni ambigue in stile Occhi del Cuore. Molto italiana.

Quarto spoiler: anche qui, come succede ogni tanto e prevalentemente senza utilità, spunta fuori il figlio del re ammazzato dal cinghiale, quello che fa il fabbro. Sono quasi sicuro che nella frenesia abbiano ucciso, in questi anni, tutti quelli che potevano sapere chi è in realtà. “Merda, Ditocorto (vado a caso, Ditocorto comunque era uno che ne sapeva a pacchi) pure l’abbiamo ammazzato, non c’è più nessuno che sappia chi è questo tizio”. Un personaggio tirato dietro dalla prima stagione, senza uno straccio di documento d’identità.

Questa stagione finale di GoT sarà un preciso alternarsi di scene di zombie con scene di ricerche genealogiche e studi di araldica, necessari per stilare una classifica delle teste coronabili. I momenti migliori quando le linee si incontreranno, studi di araldica condotti da zombie, che strizzano gli occhi, curvi, su tomi polverosi. Spoiler: questa parte prenderà per intero le ultime tre puntate.

La Fantastica Signora Maisel – stagioni 1 e 2 (Amy Sherman-Palladino 2017 – 2018)

maisel locandinaNon so quanto sia conosciuta The Marvelous Mrs. Maisel, ma lo scopo di questo post, altruistico e filantropico, è quello di avvertire come sia, sotto tutti i principali aspetti, la serie tv più riuscita e gradevole in circolazione. Per introdurre l’apprezzamento a La Fantastica Signora Maisel esprimerò prima un superficiale dissenso verso la serie più celebre e amata di Amy Sherman-Palladino, Una Mamma per Amica. Una premessa non indispensabile ma che potrebbe comunque indirizzare verso di me delle piccole dosi di antipatia e disapprovazione. D’altra parte, vivo per lo scandalo e per impressionare la borghesia.

Una mamma per amica un po’ all’inizio la vedevo (anzi forse ne ho vista un bel po’), poi, oltre la logorrea, il tenore stesso della serie mi ha respinto, con gli amorini, la patina e i momenti intensi. Credo anche sia scritta bene, ma non è scritta per me. Mrs. Maisel eredita (almeno una parte del)l’amore smodato per le parole, e la qualità del timbro umoristico; questo in Gilmore Girls era un modo per veicolare una roba melò e straordinariamente prolissa, mentre la scrittura qui è il centro stesso della struttura. Ma seguendo la bravissima Rachel Brosnahan – casalinga ebrea nella New York di fine anni ’50 che scopre progressivamente la propria attitudine istrionica e prova ad affermarsi come comica -, a prendere per mano e far sentire subito coccolato lo spettatore c’è anche una ricerca di regia spesso notevole. Fatta di piani sequenza, ricostruzioni storiche accurate ma non invadenti, sempre funzionali al discorso complessivo, grande cura e inventiva nel trattamento del suono. Si riesce a rendere uno spaccato di quegli anni, della comunità ebraica e il suo rapporto con l’esterno, della condizione della donna e la conquista degli spazi, attraverso il ricercato equilibrio fra realismo e spettacolarizzazione, trovando nell’umorismo la cifra per trattare argomenti e avvenimenti non banali né innocui.

maiselIn generale, ero scettico verso una serie su una comica/sui comici, a me gli stand-up comedians piacciono, ma è rarissimo che trovi un autore/attore che mi convinca in pieno (devono sembrare tuoi amici, e allora la cosa diventa terribilmente soggettiva), e di solito in uno spettacolo le battute davvero riuscite sono una manciata. Temevo quindi una roba stiracchiata, alla ricerca costante di humour che non può sempre arrivare, mentre credo che il punto forte di Maisel sia proprio come riesce a diffondere i monologhi umoristici nell’intera vicenda (la protagonista è sempre all’interno di una performance, con l’ausilio di spalle più che buone e sublimi nel caso di Tony Shalhoub, nei tormentati panni del padre), e, d’altra parte, come riesce a integrare le scene sul palco all’interno dell’intreccio. Gli spettacoli completano dialetticamente le vicende della protagonista, offrendo una sorta di “a parte” che arricchisce la lettura del tutto.

Se la prima stagione ha un incipit folgorante, ma riporta anche alcuni momenti più deboli, in particolare quando la gavetta mostra passaggi piuttosto improbabili,  la seconda è assieme più fluida e complessa, una struttura corale che mette meglio a fuoco i personaggi, lasciando a ognuno gli spazi che consentono di svilupparsi. Deve piacere questo tipo di narrazione un po’ decentrata, e a me piace molto. E come una sorta di angelo guida, un’entità narrativa sospesa fra realtà storica e diegetica, troviamo un adorabile Lenny Bruce.

La serie si trova comodamente su Amazon Prime Video.

(4,5/5)