Room (Lenny Abrahamson 2015), La Grande Scommessa (Adam McKay 2015), Mistress America (Noah Baumbach 2015)

room slowfilm recensioneHo visto Room quando ho scoperto che ha la regia di Lenny Abrahamson, ma non è troppo diverso da quello che avevo ipotizzato. È un film estremamente emotivo, in alcuni momenti difficilmente sostenibile. Abrahamson mette in scena una descrizione partecipata dell’azione che spezza il fiato, un po’ come fece, a memoria, Bloody Sunday di Greengrass. Ma Abrahamson, ed è il motivo per cui mi piace, solitamente fa il contrario: lascia distendere racconti privi di scene topiche e dirige con distacco storie di un’umanità posta o che si pone ai margini, lasciando che sia lo spettatore a doversi avvicinare a loro. Room invece travolge lo spettatore, con meccanismi che qualcosa di ricattatorio comunque ce l’hanno, lasciando gran parte del lavoro – altra cosa che non amo – a un bambino di cinque anni e ai rischi che questo corre. Di certo il film è ben fatto, un meccanismo ben congegnato, che colpirà soprattutto le donne per il rapporto madre figlio totalizzante e doloroso. Dopo una prima parte dedicata al thriller e l’ansia, Room ne ha una seconda più psicologica che descrive la totale identificazione nella figura altra, gli egoismi che ne nascono e i conseguenti sensi di colpa, la difficoltà della relazione con l’esterno e della sua comprensione. Il tutto in maniera fin troppo efficace e diretta. (3/5)

la grande scommessa slowfilm recensioneLa Grande Scommessa è dinamico e divertente, cosa strana (ma forse neanche così strana) da dire su un film che parla di speculazioni legate alla bolla del mercato immobiliare, che dal 2005 porterà alla crisi finanziaria l’America e gran parte dell’Occidente. Ho letto da più parti che si tratterebbe di un lavoro difficilmente comprensibile: non è vero. In una sorta di operazione Michael Moore 2.0, anzi, il film tratto dal libro di Michael Lewis ha fra le sue principali missioni quello di spiegare passaggi e tecnicismi, rendendoli quanto più immediati e appetibili. E, pur rimanendo a un livello inevitabilmente superficiale, ci riesce alla grande. Ci saranno, così, veri e propri siparietti con la celebrità di turno intenta a esporre in un discorso diretto con lo spettatore le basi della crisi, con linguaggio alla mano e in circostanze ancora più ammiccanti, a cominciare da una Margot Robbie impegnata in un bagno in vasca. Questa via di mezzo tra fiction e documento, con le spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore, non mi è nuova ma, al momento, mi ricorda giusto il Riccardo III di Al Pacino, che di tanto in tanto si voltava verso il pubblico per giustificare salti di intere parti o riassumerne e commentarne altre.

La sfilata di stelle, comunque, non è solo quella dedicata alla didattica frontale. Da Chritian Bale a Brad Pitt, da Ryan Gosling a Steve Carell, è pieno di attoroni che in pochi frasi e movimenti degli zigomi ti tratteggiano un carattere, ed è soprattutto questo aspetto scorsesiano il bello del film. Rimane l’impressione, però, che a voler costruire una serie di personalità accattivanti, ci si sia ridotti a dipingere ogni strafottutissimo speculatore come un antieroe che salverebbe volentieri il mondo, ma è invece obbligato, suo malgrado, a limitarsi a diventare tremendamente ricco. (3,5/5) 

mistress americaMistress America. Mi dispiace non averne scritto prima, perché a Baumbach voglio molto bene, e da Frances Ha anche a Greta Gerwig. Attrice e personaggio molto intrigante, che ha scritto il film con Baumbach e dà sempre l’impressione di portare sullo schermo una buona parte di sé; una cosa che credo si possa definire autenticità, ma che nel caso della Gerwig sembra andare a braccetto con tanto intelligente lavoro di costruzione e, in un certo senso, sperimentazione. Mistress America è un film di amicizia femminile, (ancora) più minimale e logorroico di Frances Ha, e per questo meno immediato. Motivo per cui mi sono ripromesso di rivederlo, ma ovviamente non è ancora successo. Un film parlato fino alle estreme conseguenze, eppure non ridondante, o rintronante, e comunque piuttosto asciutto. Alla costruzione dell’originale personaggio affianca riflessioni universali sulla ricerca di qualcosa cui valga la pena di dedicare la vita, sull’arte, sulla fragilità dei rapporti e su come, tutto sommato, alcuni rimangano comunque sottopelle. Un gioiellino che dura quanto un tempo di un film medio di supereroi, un’ora e venti. Devo rivederlo. (4/5)

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Frank (Lenny Abrahamson, 2014). Un inno alla non normalità.

frank slowfilm recensione anteprimaPubblicato su Bologna Cult

Titolo di punta del 10° Biografilm, con la grossa maschera di cartapesta che riempie i manifesti del Festival, Frank è un’anteprima italiana da non perdere, all’Arlecchino venerdì 13 giugno alle 22.00 e domenica 15 alle 21.00, al Lumière sabato 14 alle 15.00 e lunedì 16 all’Odeon, alle 19.00.

È un film di fiction, quello dell’irlandese Lenny Abrahamson, ma strettamente legato al racconto di storie di vita, mettendo in scena le vicende iperreali di un immaginario gruppo musicale decisamente di nicchia, i Soronprfbs. Ci sono film che inseguono le azioni e altri che, attraverso lo svolgersi dell’intreccio, cercano la rappresentazione dell’interiorità, dell’animo dei protagonisti; il film di Abrahamson fa parte di questo secondo gruppo, ed è abitato da personaggi che appaiono incubatori di dubbi, di incertezze, e di guizzi vitali. Gran parte dei Soronprfbs è costituita da abituali frequentatori di reparti psichiatrici, e all’interno del gruppo la crisi – individuale o relazionale – è all’ordine del giorno. La nostra guida è Joe, un giovane musicista dalle aspirazioni pop, che entra per caso a far parte della band di Frank (Michael Fassbender). Quest’ultimo è un talento musicale, propenso alle composizioni sbilenche e psichedeliche, che ha sostituito il suo volto con una grossa testa di cartapesta, una difesa verso il mondo esterno di cui non si priva in alcun momento.

Attraverso i conflitti innescati dal confronto con il nuovo arrivato Joe, che vuole rendere appetibili al pubblico le capacità del gruppo, e il rifiuto di ogni compromesso da parte del resto della band e in particolare della radicale Clara (un’ottima Maggie Gyllenhaal), si sviluppa uno dei temi centrali del film: quello che riguarda la creatività e l’espressione artistica. Problema strettamente legato a quello dell’identità, concentrato nella figura grottesca di Fassbender che, al di là delle sue capacità musicali, sembra impossibilitato a identificarsi con un carattere definito, che possa essere accettato e riconosciuto dagli altri. In continua oscillazione fra il desiderio di rispecchiarsi, e forse ricomporsi, attraverso l’apprezzamento di un pubblico, e la spinta a esprimere solo il proprio caos individuale, Frank è un inno alla non normalità, che Abrahamson riporta e amplifica nella struttura e la storia del film.

C’è anche tanta musica in Frank, molto curata, che riflette i documentari e le biografie di nomi leggendariamente oscuri del rock, da Daniel Johnston e Captain Beefheart, citati dallo stesso regista, ai ricordi degli aneddoti su Jim Morrison, che eseguiva i suoi primi concerti dando le spalle al pubblico, e Mick Jagger, che i racconti vogliono così permeabile alle suggestioni esterne da rimanere incastrato nel personaggio che interpretava nel film Sadismo.

Ma Frank è anche un film ironico, divertente, in ogni aspetto più movimento di Garage, il bell’esordio dell’autore, che è invece più formale e meditativo. Conserva rispetto allo stesso la capacità di mescolare i toni e i registri con naturalezza, e di sapersi avvicinare a personaggi non semplici senza essere enfatico, né eccessivamente distaccato.

Garage (Lenny Abrahamson 2007)

Se Josie avesse avuto la fortuna di nascere negli Stati Uniti, probabilmente avrebbe corso per migliaia di chilometri e poi sarebbe diventato ricco vendendo gamberetti. Invece è irlandese, ha un’anca malmessa, e la sfortuna di stare in un film che rappresenta le persone, invece di idealizzare e propagandare una società.

Josie lavora a una pompa di benzina, in un paese dove tutti si conoscono e ognuno incarna un personaggio, utile a coprire una natura istintivamente viziosa e distruttiva. Josie, invece, non è furbo abbastanza da costruirsi una facciata, e finisce per diventare il perfetto agnello sacrificale.

Abrahamson mostra le cose per quello che sono, seguendo i silenzi e le violenze nascoste o ignorate; inserisce tutto in poetici scorci naturali, che pure testimoniano e subiscono l’oggettività del racconto.

Un piccolo film ben realizzato, distribuito a due anni di distanza in circa tre sale.

(4/5)