Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh 2017), La Ruota delle Meraviglie (Woody Allen 2017). Il racconto della propria vita come ultima speranza

tre manifesti a ebbing missouriNon c’è molto da dire su Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, perché è un film che non nasconde niente. Parlarne si riduce a elencarne le cose buone. Che ci sono, a cominciare dal cast, da Frances McDormand a Woody Harrelson a Sam Rockwell, tutti bravissimi. Ed è un film dove su un incipit drammatico si innestano altri registri, moventi grotteschi e isolati alleggerimenti comedy. Si tratta sicuramente del miglior film di McDonagh, che era stato bravo ma meno misurato con In Bruges, mentre con 7 Psicopatici mi aveva messo nell’imbarazzante situazione di non farmi piacere un film con Christopher Walken e Tom Waits.

McDonagh, sceneggiatore e regista, racconta diverse declinazioni del dolore e della rabbia, tutte forti e totalizzanti, racconta l’impatto devastante di queste emozioni quando sono espresse e imposte all’esterno, al paese sonnolento che è Ebbing, che preferisce nascondere le consuete perversioni. Tre Manifesti presenta diverse svolte narrative, con cui regala interesse a tutti i suoi protagonisti e li fa crescere (anche bruscamente), ma non mette mai in dubbio quale debba essere il senso del suo racconto. La complessità di McDonagh sta nella scrittura, in un certo senso dimostrativa, anche se efficace, e non si trasferisce alla lettura, che si trova a seguire indicazioni più che suggerimenti. Sicuramente, è già qualcosa.

(3,5/5) 

ruota delle meraviglie slowfilm recensioneLa prevalenza della scrittura  è anche più accentuata ne La Ruota delle Meraviglie, che ha un’impostazione assolutamente teatrale. Un Woody Allen in forma che ancora plasma il cinema nella sua forma più poetica, quella dei racconti di vita e dei personaggi comuni, che provano ad adattarsi all’eccezionalità delle loro vicende. Nei colori caldi degli anni ’50 e di un luna park sull’oceano, Allen condiziona e sconvolge i toni di un racconto potenzialmente devastante, riportando i momenti più drammatici nelle ellissi narrative e in eleganti uscite di scena. All’interno di una storia articolata, Allen focalizza le emozioni contingenti dei personaggi, e in quei momenti trova costantemente un equilibrio. A sottolineare l’intimità attraverso cui i protagonisti si raccontano, un rosso accentuato firmato Storaro, che ricopre i loro volti e i dialoghi avvicinandosi ancora di più alle luci artificiali del teatro, piuttosto che a quelle naturali del realismo cinematografico.

Naturalmente fondamentale, anche qui, l’apporto degli attori, su tutti quello di Kate Winslet, che guida l’intreccio fino a una notevole scena finale: un lungo pianosequenza con la macchina da presa che volteggia fra gli attori e segue il ritmo del dialogo, mentre, come Norma Desmond, ancora si illudono di poter definire la realtà attraverso le loro parole.

(4/5)

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Blue Jasmine (Woody Allen 2013), I Segreti di Osage County (John Wells 2013). Due racconti di solitudini femminili.

blue jasmine slowfilm recensioneDue modi per descrivere la solitudine femminile, entrambi efficaci e terribili. Due scritture attene a definire i propri personaggi, e allo stesso modo interessate a raccontare il loro mondo. Blue Jasmine si muove nel montaggio parallelo di due età differenti, quella in cui Jasmine a Park Avenue è la moglie di un uomo ricco, impegnata a infondere gusto ai suoi eventi mondani, e quella in cui è costretta a trovare rifugio dalla sorella a San Francisco, obbligata a un lavoro da segretaria e circondata da italo americani tendenzialmente antiestetici. In mezzo la crisi, accompagnata da dosi massicce di antidepressivi.

Woody Allen, alla scrittura e alla regia, tratteggia con maggiore realismo gli ambienti alto borghesi che ospitano quasi tutti i suoi ultimi film, mentre assegna ai personaggi popolari una dimensione macchiettistica, pur accordando a questi ultimi qualche possibilità in più: un tentativo di felicità che proviene, probabilmente, dalla maggiore disposizione all’adattamento. Anche dal loro non essere del tutto consapevoli di come dovrebbe andare una vita vera, ma il film questo non è abbastanza crudele da sottolinearlo apertamente, il suo bersaglio è un altro. Il bersaglio è Jasmine, essere la cui maggiore complessità partecipa a destinare alla sconfitta. Il film funziona perché Jasmine, Cate Blanchett, è viva, ed è capace di restituire un dramma dalle tinte insolite, attenuate ma non necessariamente meno intense. Cate Blanchett, come già le accadde nel film di Haynes, non è qui, è al centro della scena ma il suo volto, difficile da fermare nei cambiamenti di luce di espressione, racconta qualcosa che va oltre il suo personaggio. Questa volta una delle sceneggiature più equilibrate dell’ultimo Allen, sempre tendente a rappresentare lo sguardo che esercita su se stesso.

i segreti di osage county slowfilm recensioneDiverso il tono di I Segreti di Osage County. Nell’impianto corale e teatrale che John Wells eredita dal drammaturgo Tracy Letts il realismo si fa tagliente. Il tempo della storia è unico, ma vive in diretta dipendenza col proprio passato, inevitabilmente torbido e ancora denso di dolorose rivelazioni. Nella campagna desertica dell’Oklahoma tre sorelle e varie frange familiari si riuniscono attorno alla matriarca Violet (Maryl Streep) dopo la scomparsa del marito, anziano scrittore che sceglie di mettere fine alla propria vita.

Sono tante le figure di Osage County, tutte in lotta per affermare la propria essenza ed esistenza, in un confronto serrato che pure le vede irrimediabilmente isolate. Wells conferma la preminenza della parola, riesce a completarla idealmente con il silenzio dell’ambiente, che nel dramma prende la forma distesa dell’inglobante deleuziano, e con la forza di immagini che trovano la durezza della terra nei volti e gli sguardi delle donne.

Con una Julia Roberts tesa e perfetta, capace di fare la differenza come non avevo visto in altre occasioni, l’assoluta prevalenza di figure femminili forti e ferite rende ancora più desolante l’anima del film. Le donne, contrariamente ai ruoli salvifici o eroicamente materni a cui il cinema ci ha abituato, si rivelano del tutto inadatte a condividere la propria vita o a entrare in contatto con quella degli altri, e mentre descrivono una famiglia guasta vanno incontro alla scoperta di colpe e segreti dal sapore primitivo.

Blue Jasmine 3,5/5

I segreti di Osage County 4/5

 

Midnight in Paris (Woody Allen 2011)

midnight in parisÈ un Allen che mitiga parecchio le irritanti ansie borghesi degli ultimi film, fatte passare per raffinati dilemmi esistenziali. L’ecosistema di riferimento rimane più o meno lo stesso, ma Midnight in Paris ha il pregio di essere un film lieve e minuto, sapendo di esserlo. Si comincia con una parata di immagini da cartolina, la galleria di icone monumentali che solo Parigi può offrire. E lo spirito del film è in parte questo: fare un elenco di cose belle. Gil / Owen Wilson è uno sceneggiatore hollywoodiano, aspirante romanziere. Con la fidanzata bionda va in giro per la più romantica delle città della Vecchia Europa, lui affascinato cerca i riflessi dei suoi idoli culturali, lei, da perfetta americana, si guarda intorno come in un centro commerciale, l’aria sprezzante e la carta di credito come guida turistica. Gil, nostalgico di professione, nella notte di Parigi trova – letteralmente – un passaggio verso gli anni Venti, e lì, entusiasta, ricomincia il suo elenco di nomi e di volti: Hemingway, Picasso, Dalì, Buñuel, Fitzgerald… la playlist culturale di Allen.
Un film lieve, lo è per il candore con cui evoca le sue figure, per il tono leggero con cui tratta le inevitabili e scontate vicende sentimentali, per qualche battuta che fa sorridere e per la spontaneità con cui Woddy Allen cuce su Wilson le sue parole e i suoi gesti, senza nessuna intenzione di creare un personaggio che non sia lo stesso Woody. In questo Midnight in Paris ribadisce la sua malinconia, e se Gil dice di volersi liberare del fascino effimero che è nel richiamo del passato, Allen lo contraddice e rimane (consapevolmente e malinconicamente) incastrato in un film in cui torna giovane, ugualmente impacciato seppure più carino, e finisce con una ragazza che ricorda i suoi amori passati.In sala dal 2 dicembre.

(3/5)

Megamind (T. Mc Grath 2010), Narnia – il viaggio del veliero (M. Apted 2010) Incontrerai L’Uomo dei tuoi Sogni (W. Allen 2010)

MegamindLa ricerca del fascino del villain di Cattivissimo Me più il romanticismo e l’allegra noncuranza verso le leggi della fisica di Piovono Polpette più Superman e una spruzzata di Batman uguale Megamind. Ch’è un film per niente disprezzabile, ma in queste produzioni alla solida canonicità della storia va ad aggiungersi una realizzazione gradevole, ma ormai altrettanto codificata. Per un film d’animazione, un genere dalle potenzialità espressive ed estetiche immense (come ci mostrano da sempre i Giapponesi e come riesce a ricordarci la Pixar quando è in stato di grazia), essere solo un patchwork, per quanto ben fatto, è una scelta precisa.
 
Dopo la parentesi più movimentata e laica del Principe Caspian, Narnia col suo Viaggio del Veliero raggiunge vette inesplorate d’infantilismo e catechesi. Uno strazio da ogni punto di vista.
 
incontrerai l'uomo dei tuoi sogniIl fatto che più del film si finisca quasi sempre per discutere dell’inquadramento dello stesso nella carriera di Allen, la dice abbastanza lunga su Incontrerai L’Uomo dei tuoi Sogni. Pur elegante e tutto sommato scorrevole, You Will Meet a Tall Dark Stranger pare sostituire gli appuntamenti dal terapista; adagiato negli sguardi e gli ambienti borghesi, nelle vicende appena vivacizzate da imprevisti che sembrano lasciati in sospeso più per sopravvenuta noia del suo ideatore, che per un reale e significativo disegno autoriale. 

Megamind: 3/5

Le Cronache di Narnia – Il viaggio del veliero: 1,5/5

Incontrerai L'Uomo dei Tuoi Sogni: 2,5/5

Categoria residuale. Una questione d’ordine mentale.

Harry Potter e L’ordine della Fenice (David Yates 2007). Gli erripotter mi danno sempre l’idea di essere una digressione da qualcosa di più importante. Il risultato è che non ricordo mai di cosa trattano, se non per indizi tipo “quello del torneo”, “quello del grifone”, “quello di quando sono piccoli”. Il memorabile visivo è, se possibile, ancora meno, se non per un’atmosfera generale che mi azzarderei a riconoscere come coerente. Questo è l’erripotter “della maestra cattiva, bigotta e schiava della burocrazia”. (3/5)

Harry Potter e il Principe Mezzosangue (David Yates 2009). “quello degli amori giovanili in zona Cesarini” non è fra gli episodi più accattivanti. Ogni minuto dei centocinquantatre si somma al precedente senza essere dotato né di grazia né di leggerezza. A fine saga, quando ci saranno le maratone per i maniaci, questo di corpi sul campo ne lascerà un bel po’. (2,5/5)

Grazie, Signora Thatcher (Mark Herman 1996). Minatori professionisti, dilettanti in una banda di ottoni, fanno i conti col liberismo thatcheriano. Fra Loach e Full Monty, tre parti d’impegno sociale, due di pathos e una di romanticismo britannico. (3,5/5)

Il Regista di Matrimoni (Marco Bellocchio 2006). Lui, aereo e geniale, si chiama Elica, l’amico che scappa Smamma, la diegeticamente bona, Bona. Bisogna dedicarsi e concedere parecchio a questo film, supporre che la sua supponenza voglia dire tante cose. È un genere che mi trova svogliato. (2,5/5)

Una Notte da Leoni (Todd Phillips 2009). Sulla scia di Cose Molto Cattive, ma più scanzonato. Nessuna trovata particolare, ma alcune inevitabilmente divertenti. (3/5)

La Bussola D’oro (Chris Weitz 2007). Non è male, per non essere un film. Nessun tentativo di farne un’opera narrativamente autosufficiente, è un incipit. (3/5)

Killshot (John Madden 2009). Completato adesso per sfighe di produzione, ma girato prima di The Wrestler, in USA è uscito direttamente in dvd. Scelta non fuori misura. Parte benino, poi ripete sempre gli stessi agguati per quattro, cinque volte. Battute d’alleggerimento poco efficaci, Rosario Dawson sprecata, il buono appena uscito dal camper di Barbie. Mezzo punto in più per Rourke, che ormai anche se solo sta lì, sta già lavorando piuttosto bene. (2,5/5)

Vicky Cristina Barcelona (Woddy Allen 2008). È esattamente come temevo che fosse. Questo non significa che io avrei saputo girarlo, ma ho saputo evitarlo. Almeno al cinema. Pensierini e musichette, una Barcellona dove artisti anticonformisti scoprono Gaudì e Mirò, una voce over  da andare a cercare il fuori campo per prenderla a calci nel culo. E buttare lì un finalino minimalista serve a poco. (2/5)