Zona rimozione

risate-di-gioia-monicelliRisate di gioia (Mario Monicelli 1960) ha rifatto la sua apparizione in tv in un caldo pomeriggio d’estate, a ricordare la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico. Film sorprendente, perfetto fino all’applauso a scena aperta per tutta la prima parte, elegantemente sostenuta da battute dai tempi impeccabili: a scambiarsele, per dire, ci sono Totò e Anna Magnani, qui anche nella storica e avanspettacolare rappresentazione di Geppina Gepi. Altrettanto entusiasmanti le escursioni, gli intrecci e gli incontri surreali nella Roma in bianco e nero, sospesa, lunare e autocitazionista di un Monicelli a tratti prejarmuschano (in particolare il Jarmusch di Mystery Train). Nella seconda parte il film svolge la trama della commedia in modo più lineare e narrativo, ma non perde mai la comicità e l’amarezza fino alla cruda conclusione. (4/5)
 
Ricordi prenatali hanno suscitato alcune scene de La Grande Guerra (Monicelli 1959), iscritte in tratti della memoria dedicati alla conservazione degli istinti più antichi, come quelli che portano a scavare una trincea. Un’altra coppia infallibile, quella di Gassmann con Sordi, per costruire un’epica della storia, del cinema e della guerra, resa realistica dalla rappresentazione degli aspetti più umani e comuni. (4/5)
 
basilicata-coast-to-coast-papaleoCommedia d’altro stampo e caratura quella di Basilicata Coast to Coast (Rocco Papaleo 2010), ma comunque profondamente italiana e sostanzialmente gradevole. Ottima apertura dove la voce di Papaleo afferma l’esistenza della Basilicata e ne canta qualità e luoghi comuni locali e meridionali. Il film non rinuncia a qualche pesante tocco di poesia e sentimentalismo, digressioni da videoclip autoprodotti e piuttosto forzata è la “prova d’attrice” di Giovanna Mezzogiorno, ma nel complesso l’opera rientra con merito nella categoria del “ce ne fossero”. (3/5)
 
Altra performance quella di Elio Germano, uno dei punti di forza di Mio Fratello è Figlio Unico (Daniele Luchetti 2007), bel ritratto delle contraddizioni degli anni ’60 e rappresentazione sincera dei legami fraterni e familiari, altrettanto complessi. (3,5/5)
 
Si cambia continente in Conflitto d’Interessi (Robert Altman 1998). Thriller noir incentrato sulle pericolose vicende dell’avvocato Kenneth Branagh, evoca le atmosfere tese e ambigue di Images, per poi adeguarsi ad un intreccio prevedibile e televisivo che in parte inficia anche le scelte estetiche e registiche. Rimangono nella memoria, ad ogni modo, alcune suggestioni (bella la sequenza iniziale in carrellata vivere-e-morire-a-los-angeles-friedkin“topografica” dall’alto ed efficaci le ambientazioni nei boschi spettrali) e un notevole Robert Downey Jr. nei comodi panni di investigatore alcolizzato e piacione. (3/5)
 
Un noir poliziesco anche più incredibile di quanto sperassi è il capolavoro di Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles (1985), in costante ricerca estetica ed estetizzante, spigoloso e vitreo come il miglior Mann, spietato nella costruzione narrativa e nel dipingere una serie di personaggi irrimediabilmente marci. E poi l’inseguimento in autostrada contromano, il volto dipinto di Debra Feuer, le esplosioni di violenza e la fotografia di Robby Müller, per una convincente raffigurazione dell’inferno. (4,5/5)
 
Come in una sauna finlandese, per esaltare lo shock, spostiamoci dal genio allo schifo. La domanda che pone Gentlemen Broncos (Jared Hess 2009) è questa: cos’è un film che dichiara apertamente di voler essere una merda e di aspirare a suscitare dei conati nello spettatore? La risposta per me è semplice: è esattamente e semplicemente una merda. Noioso e ripetitivo più di un criceto nella ruota quando non è disgustoso come un criceto nella ruota che si vomita addosso, Broncos ripropone la squallida umanità dinew-york-i-love-you Napoleon Dynamite, riuscendo solo a filmare una galleria di personaggi insulsi dallo sguardo assente. L’impostazione registica vagamente alla Anderson è un insulto. Si impara che i pitoni cacano sciolta. (1,5/5)
 
New York I Love You (Fatih Akin, Yvan Attal, Allen Hughes, Shunji Iwai, Jiang Wen, Shekhar Kapur, Joshua Marston, Mira Nair, Natalie Portman, Brett Ratner, Andrei Zvyagintsev. 2008) è un film a episodi che conserva una media piacevolezza con piccole oscillazioni in meglio o in peggio. A recitarci c’è una sfilza di nomoni che neanche vi sto a dire. Il montaggio a volte frammentato degli episodi permette agli stessi di intrecciarsi, dando intelligentemente un tono più corale. Gradevole la frazione di Shunji Iwai (per il 2011 è finalmente previsto un suo nuovo film per quanto americano e dal nome Vampire…), e non male anche quella di Natalie Portman, per la prima volta in veste di regista e sceneggiatrice. Il tema è in generale l’amore, il tono indie-chic senza grosse sorprese, quanto può esserlo adrift-in-tokyo-satoshil’inserimento di no surprises (ops) nella colonna sonora. (3/5)
 
Quest’ultimo film è meno conosciuto ed è quello che fareste bene a notare. Adrift in Tokyo, portato a termine per noi  da Miki Satoshi nel 2007, è un bel film. Una commedia agrocomica con sprazzi di idiozia nipponica, ma ottimamente resa dalla recitazione convincente e internazionale di Jo Odagiri, studente arruffato e senza legami, e Tomakazu Miura, improbabile estorsore con istinti paterni. Il loro girovagare per  una Tokyo in versione inedita, in una veste prevalentemente antiestetica, alterna incontri con personaggi carichi e assurdi con la formazione di legami improvvisati, a sostituire quelli naturali, inesistenti o perduti. Un film divertente, poetico in forma autentica e autoironica, abilmente malinconico e poco incline ad ammiccare allo spettatore. (4/5)
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Streamers (Robert Altman 1983)

streamers-robert-altmanStreamers segue un altro film d’impianto teatrale, Jimmy Dean, Jimmy Dean, che ha per protagoniste cinque donne; qui, invece, il palcoscenico è tutto al maschile, immerso nel dormitorio di una caserma, a ridosso della partenza per il Vietnam. “Streamers” indica, in gergo, i paracadutisti in caduta libera, per i quali qualcosa non ha funzionato e aspettano di “piantarsi a terra come un coltello”. Anche il film, tratto da una pièce del 1976 del drammaturgo David Rabe, mostra i quattro protagonisti, due bianchi e due neri, in caduta libera, alternando momenti di confronto a scoppi di violenza verbale, che affonderà nella violenza fisica.

Altman porta lo spettatore all’interno del dormitorio, cercando primi piani e dettagli, lasciando gli attori alla loro spontaneità e riuscendo a dare un buon ritmo al film inevitabilmente verboso e claustrofobico. Si affronta la paura per la guerra e, in qualche modo, la curiosità che deriva dal non conoscerla, paura e curiosità per il diverso che all’interno delle dinamiche di gruppo si rivolgono anche a Ritchie, compagno di camerata omosessuale. Nell’atmosfera tesa e sospesa che alterna il gioco alla brutalità, compaiono di tanto in tanto due veterani, costantemente ubriachi e deliranti, che completano la sensazione di spaesamento e assurdità; Streamers è un film amaro, dove ognuno afferma e quindi nega se stesso, e ogni personaggio, ottuso e incompiuto, fortemente rappresentativo dei dubbi e le illusioni che le persone si autoinfliggono, cerca goffamente e inutilmente la fuga.

Curioso come in una recensione del 1984 compaiano le parole “negro” e “invertito”, e come da allora gli unici progressi fatti sembrino essere esclusivamente lessicali.

(3,5/5)

Una Coppia Perfetta (Robert Altman 1979)

Mi restano da vedere ormai pochi titoli minori, della corposa filmografia di Altman, ed è difficile aspettarsi il capolavoro, a meno di una sorpresa. Che non è arrivata con Una Coppia Perfetta, film appena garbato.

Altman scrive e filma quest’opera lieve ai limiti dell’inconsistenza pochi mesi dopo Quintet, forse la sua pellicola più cupa e pessimista. Anche se è un’impressione difficilmente accordabile ai processi e ai tempi del cinema, Altman, col suo susseguirsi di titoli, generi, temi e figure, dà realmente la sensazione che la sua sia una produzione emotiva. Un cinema pienamente umano ed emozionale dove il singolo film si avvicina all’espressione estemporanea di uno stato d’animo, e l’ironia (quasi) sempre presente sembra essere l’unica autodifesa, l’unica costante assieme allo sguardo allo stesso tempo intenso e distaccato, casuale nell’incrociare i fatti della vita, ma partecipe degli stessi.

Una Coppia Perfetta è una commedia romantica che vede i due protagonisti incontrarsi tramite i video di un’agenzia matrimoniale e conoscersi gradualmente, attraversando incidenti e ripensamenti. Dopo una bella scena iniziale, dove un diluvio si scatena su un’orchestra sinfonica all’aperto, il film traccia le caratteristiche di due famiglie, arcaica e chiusa in sé quella di lui, una comune che ruota attorno ad un gruppo musicale quella della ragazza; entrambi i nuclei, apparentemente opposti nell’ispirazione e composizione, sono in realtà due regimi patriarcali fortemente decisi nel negare la libertà del singolo, portando la coppia ad incarnare dei Romeo e Giulietta un po’ scalcinati. Purtroppo la vicenda non è sostenuta da una sceneggiatura adeguata, le battute non sono particolarmente brillanti e, se Matha Heflin ricorda il fascino spigoloso di Shelley Duvall, ed è quindi organica al cinema di Altman,  Paul Dooley non è abbastanza carismatico da reggere una storia che lo vede quasi sempre protagonista. Forse sarebbe bastato un Elliott Gould, per avere un film migliore.

(2,5/5)
 
My beloved monster and me  / we go everywhere together  / wearing a raincoat that has four sleeves / gets us through all kinds of weather (Eels).

Roba da bambini.

Nel suo primo film Robin Williams si trova ad indossare grossi avambracci pelosi, mentre Olivia, inevitabilmente, è incarnata da Shelley Duvall. Bizzarro film di Altman, Popeye (1980), probabilmente il suo dal budget più alto; visto da piccolo, in mezzo alle altre produzioni Disney, risultò un po’ noioso. È tempo di rivalutazione, mi sono detto, e, procuratomi il director’s cut, ho rivisto un film un po’ noioso. Sì, ho apprezzato le belle scenografie, la costruzione di un mondo anche affascinante, ma sostanzialmente pieno di fessi. Troppe le gag da comica (meglio, slapstick, che fa più figo), personaggi sempre tarantolati, incespicanti, strabuzzanti occhi. Altman si è forse attenuto fin troppo ai ritmi e le caratterizzazioni del cartone (che di per sé non è mai stato spassosissimo), riempiendo il suo film di effetti speciali naif e bofonchiamenti caratteristici, che in un’opera di più di due ore risultano difficili da digerire. Un film, ad ogni modo, non del tutto riuscito, ma singolare. Meglio la seconda parte, quando succedono più cose e la gente inciampa meno. Non è, però, ancora tempo di riabilitazione, proverò tra altri 20 anni.

Ortone, prodotto da Chris Wedge, regista dell’era glaciale e soprattutto del cortometraggio Bunny, che con la sua colonna sonora di Waits rimane una delle cose più belle di sempre, è invece decisamente ben fatto. Non ha avuto un particolare successo in Italia, eppure del filone è l’opera più divertente, veloce e originale. Dal lavoro del Dr. Seuss, da noi sconosciuto, non so se a ragione o a torto. L’elefante Ortone trova un mondo in un granello di polvere, lo poggia su un fiore e cerca un posto dove possa stare al sicuro. Il tutto si svolge alternativamente nella variopinta foresta di Ortone, abitata da animali bislacchi, volubili e piuttosto reazionari, e nel mondo dei Chi. Inevitabile pensare a Burton nelle architetture del mondo fantastico (ma è assolutamente più agile e spassoso di autoriali spose cadaveri, che però vuoi mettere quanto sono gotiche), mentre si tratta con ogni probabilità di ispirazione comune, con una buona modernizzazione del tratto di Seuss in un 3d che richiama i cartoni fatti “a mano”. Film morbido per tempi duri, da vedere con o senza l’alibi di un nipote o figlio o fratello minore, che potranno comunque apprezzare un po’ di insegnamenti sull’enormità di ogni vita, sull’importanza della fantasia e sulla possibilità che ci sia un enorme dio elefante a vegliare su di noi.

Popeye: 2,5/5

Ortone: 4/5

Changeling (Clint Eastwood 2008); Quintet (Robert Altman 1978)

Tanto per cominciare a me Million Dollar Baby non mi era piaciuto alla follia, e gli ultimi due film bellici, invece, non mi sono piaciuti per niente. Bello, invece, questo Changeling che fa vacillare per la prima volta l’(evidentemente) attaccabile venerazione della critica verso il tetragono Clint. Clint Eastwood, quello che fa cinema classico, invisibile. Quello che è repubblicano ma fa film progressisti. Quello che ha solo due espressioni che tornerà a mostrare in un nuovo film già pronto che si chiama Gran Torino e potrebbe essere una figata. Insomma Changeling è un film piuttosto straziante, racconta tutti i mali del mondo, ma non mi va di scriverne in maniera straziata, perché sono stanco. Film comunque sobrio nella rappresentazione della sofferenza (mentre million dollar sobrio spesso non lo era)  e sotto molti punti di vista cazzuto, femminista, cattivo con i poliziotti e i manicomi, buono con i preti e alcuni avvocati. Dai, lasciamolo così. Se vi va aggiungete voi qualcosa. Ma tanto lo so che di questi tempi  a nessuno va di fare un cazzo.

Annus horribilis in decade malefica in stolto secolo. E siamo solo all’8.

Quintet. Da anni dovevo vedere Quintet. Altman, neve e predestinazione. E ghiaccio e geometrie ed acciaio. La futura apocalisse di Altman è in abiti rinascimentali. Un mondo bianco glaciato dove in uno degli ultimi insediamenti umani si gioca il Quintet, solo uno vince, gli altri, nel pregiudiziale stato di cadavere, vengono mangiati da cani grossi e neri. Molte suggestioni e molte idee in questo film, ancora abitato da dipinti che osservano lo spettatore e lo colpevolizzano. Un mondo sterile, abitato da vecchi, uno spunto che sarà poi ripreso (in maniera così così) da I Figli degli Uomini. Ma soprattutto empatia e sentimenti al minimo storico, con Paul Newman che è l’eroe solo perché i passi che seguiamo sono i suoi. La neve di Altman è magnifica, è bianca come tutte le nevi, è muta, ricorda le impronte e seppellisce i corpi.

Changeling: 3,5/5

Quintet: 4/5

Gimme Five

Un po’ di film li ho visti, ultimamente, e per non accumularne troppi, ecco che li maltratto velocemente.

Terapia di Gruppo, ammettiamolo, è proprio bruttarello. Ed è un peccato, perché c’è Goldblum, e ovviamente c’è Altman, e non ho idea di cosa sia il lavoro di Christopher Durang (autore della piece ispiratrice), ma il lavoro è fra i più superficiali del regista, scoperto nell’ironia e non particolarmente originale nella costruzione delle dinamiche. Su una quarantina di film qualcuno doveva capitare. Va nel gruppo, per fortuna ristretto, delle opere poco riuscite, assieme al Dottor T e le Donne e Pret a Porter.

Control è la storia di Ian Curtis, leader dei Joy Division. È un bel film, doloroso, in bianco e nero. Gran parte del suo fascino lo deve alla biografia lacerante di Curtis, diviso fra ribellismo sui generis, patologie spossanti e depressione. Il film sceglie una via inedita, evitando di farcire la ricostruzione “storica” con musichette evocative e spaccati sociali. Al contrario, l’immagine rimane incollata sul protagonista, ritaglia interni con belle fotografie (solo a volte un po’ troppo belle), e nei momenti migliori lascia che ogni cosa venga risucchiata nel nulla del cantante, in silenzio. Il fatto che alla base dello script ci sia la testimonianza della moglie sbilancia il racconto sul rapporto di coppia, ma nel complesso la cosa funziona, riuscendo a tratteggiare una figura inedita e affascinate senza voler creare a tutti i costi una mitologia.

1408 l’ho visto sulla scia dell’entusiasmo per l’ultimo Darabont, pur sapendo che sarebbe stata cosa del tutto differente. Infatti 1408 è un horror classico, di quelli che hanno le stanze stregate esplorate da scrittori scettici. Nella prima parte il film è costruito davvero bene. Finché non succede nulla. Samuel L. Jackson, gestore d’albergo, si limita a raccontare il perché sia decisamente sconsigliato pernottare nella stanza 1408, e lo fa così bene, e lo si riprende così bene mentre lo fa, che si ha davvero paura. Entrato nel vivo, il film si sgonfia, mostra i suoi trucchi e pur restando un buon film di genere non riesce a tenere la tensione dell’incipit. E mi sono anche scoperto a pensare “per fortuna”.

Frank Costello Faccia D’angelo (in originale Le Samourai) è il film di Melville che avrebbe ispirato Ghost Dog. È verissimo, c’è molto più Ghost Dog di quanto mi aspettassi. Il personaggio, gli uccelli, il modo di rubare le auto, la donna, il codice di comportamento. Solo, una volta apprezzate alcune radicali scelte di fondo, il film è forse troppo contenuto. Forse. Perché a distanza di una ventina di giorni ricordo solo alcune scene singole, ho rimosso completamente la storia nel complesso. Alain Delon, comunque, sospetto non sia il mio attore preferito.

Non pensarci è un film molto italiano (TM Boris) e molto ben scritto: due attributi che difficilmente possono essere rivolti alla stessa opera. Vita di periferia, drammi familiari trattati in maniera non troppo drammatica, ma soprattutto una scrittura dei dialoghi assolutamente fluida, spassosa, a volte triste, ma senza dare quella sensazione di unghie sulla lavagna che sfugge spesso all’autore quando vuole muovere all’empatia lo spettatore. Sicuramente il tutto funziona bene anche per merito di Mastandrea e Battiston.

Terapia di Gruppo: 2,5/5

Control: 3,5/5

1406: 3/5

Frank Costello faccia D’angelo: 3/5

Non Pensarci: 3,5/5

Robert Altman: Images (1972), Un Matrimonio (1978)

In Images, come per 3 Women,  la protagonista è una donna, in un film angosciante nella sua descrizione della follia, espressionista nelle sue rappresentazioni distorte, portandoci nelle visioni ambigue ed incerte di Susannah York. L’Altman di Images è un Hitchcock sotto mescalina, quindi anche Polanski in forma o un Lynch al suo stato naturale, fresco di meditazione trascendentale. Insomma un Altman cattivo, che utilizza tutti i suoi trucchi per rendere il film costantemente disturbante.

Entriamo immediatamente nelle turbe psichiche della protagonista, immersa in toni gialli o seppia, ripresa in inquadrature sbilenche. La York corre verso la follia in un crescendo lungo quanto il film; riesce, all’interno di uno stesso pianosequenza, a cambiare più volte espressione e volto, mettendo realmente a disagio lo spettatore. Oltre alla bravura dell’attrice, il regista non lesina coi colpi al limite del legale, e così ci perdiamo negli specchi, in una colonna sonora che integra effetti vocali, in isolate case hopperiane al contempo protette  e minacciate dalla natura. Ogni personaggio ha una definizione incerta, così come ogni inquadratura, dove valore e contenuto vengono continuamente rovesciati.

 

 

 

 

 

 

Qui in parentesi quadra un po’ di spoiler ed un dubbio: [il film racconta delle visioni della protagonista schizofrenica, che nella sua casa in campagna, dov’è col marito, incontra prima il “fantasma” di un suo amante francese, morto tre anni prima, quindi un amico del marito, suo amante più recente, con la figlia adolescente, la cui somiglianza con la York viene subito sottolineata. Qui il mio dubbio: le recensioni che ho letto vogliono che sia reale il secondo amante, mentre credo sia possibile identificare la bambina con la donna da giovane, la qual cosa lascerebbe intendere delle aggressioni subite dalla protagonista da suo padre, quando era bambina, padre qui trasfigurato in amante irruento. Insomma, se l’avete visto fatemi sapere voi come l’avete interpretato].

Se Images rientra nel “filone 3 donne” cui può far riferimento, almeno in parte, Anche gli Uccelli Uccidono, Un Matrimonio appartiene alla classe ben più celebre dei “film corali”. Particolarmente sbilanciato verso la satira sulla borghesia, riprende tutta l’ironia di Altman, in un’opera particolarmente tenace nel non voler identificare nessun personaggio né storia primari. Seppure Gassman, pur non avendo più visibilità di altri, quando è in scena domini tutto.

Images: 4/5

Un Matrimonio: 3,5/5

3 Donne (Robert Altman 1977)

3 Donne è strano, persino per essere un film di Altman. Girato nel ’77, quando già aveva fatto di tutto, M.A.S.H., I Compari, Nashville, 3 Donne fa abbastanza storia a sé.

In un’atmosfera uniforme ed inquietante, si sviluppa il rapporto fra due Mildred, Shelley Duvall detta Milly e Sissy Spacek, che si fa chiamare Pinky. Il film è insolitamente privo di ironia, concentrato a costruire, fin dalle prima inquadrature, una visione sospesa e distorta che ricorda i migliori Polanski. La terza donna, Willie (Janice Rule), porta un bambino nel grembo ed ha un ruolo marginale, salvo risultare fondamentale per l’allucinato epilogo.  Willie è una pittrice che adorna gli spazi di una desertica cittadina californiana con grosse figure rappresentanti una (dis)umanità furiosamente mostruosa. È questa l’umanità che rigetta Milly, una Duvall che col suo volto costruisce il film quanto e più delle trovate registiche e sonore, personaggio alla ricerca di un’appartenenza sociale, relegata dalla sua fragilità nella semplice apparenza consumista.

Nella prima parte del film si crea un mondo, un’atmosfera che avvolge situazioni apparentemente insignificanti, che acquisiscono spessore nella reiterazione di piccole violenze e di abitudini indotte, verso un finale tanto spiazzante quanto consequenziale.

Per essere più chiaro e completo dovrei raccontare la storia, ma preferisco fermarmi qui.

(4/5)

Anche gli Uccelli Uccidono (Robert Altman 1970)

Anche gli Uccelli Uccidono è la traduzione poco meno che letterale di Brewster McCloud, nome originale del film e del suo protagonista. Subito dopo M.A.S.H. e subito prima de I Compari, un film scopertamente feroce, dove il grottesco trova il suo apice nei tocchi surreali.

Brewster è un ragazzo che nel 1970 vuole imparare a volare, con l’aiuto di una donna sulla cui schiena sono visibili le cicatrici di ali amputate, o perdute. Altman mescola cinema fantastico, generazionale, poliziesco realizzando una complessa caricatura e prendendosi la soddisfazione di far fuori e ricoprire di guano esponenti di svariate spregevolezze umane: il vecchio avido, il poliziotto corrotto, il violento, l’ ottusa razzista e così via. In costante sottotraccia una notevole sensualità, ad opera di donne gelose e protettrici, ingenue o spensieratamente ipereccitate.

Alcune trovate sono assolutamente divertenti, riuscitissima la figura del detective continuamente impegnato a nutrire il proprio ego, di una bellezza particolare Shelley Duvall al suo primo film importante. Ma a prevalere è comunque l’amarezza, la gabbia, un finale paradigmatico delle idee e degli umori di Altman, dove, come in Nashville, si tende a rimuovere forzatamente la tragedia, ad essere vittime compiacenti di una collettiva svendita delle coscienze e della consapevolezza. Qui una chiusura felliniana e metafilmica, un altro tocco di irreale utile a dare spessore realistico al cinismo dell’autore.

(3,5/5)

The Company (Robert Altman 2003)

Penultimo film di Altman, prima di un non pervenuto Paint. Ha un suo fascino malinconico nell’ostinazione a non raccontare, a dedicarsi completamente alle coreografie dei balletti, accennando a vicende personali solo se possono essere indicative di dinamiche di gruppo. A nessuno, neanche alla protagonista Neve Campbell,  viene concessa un’entrata in scena o una presentazione, ognuno è accessorio alla coreografia del film. Amori, incidenti, delusioni sono completamente privi di drammatizzazione, accennati e mai influenti sull’unico protagonista, il balletto, espressione corale che ha bisogno di schiacciare le personalità dei suoi protagonisti per assumerne una propria.  Il coraggio del regista è qui, nel non aver voluto ingannare lo spettatore con l’identificazione in una storia accessoria e canonizzata d’amore o di rivalità, proponendo uno spaccato di un mondo estraneo a gran parte del pubblico e documentandone il suo particolare potere di seduzione.

(3/5)