Splendido quarantenne

La cosa dello “splendido quarantenne”, la prima volta che vidi Caro Diario, mi fece pensare ma guarda come si può essere ancora brillanti e in forma addirittura a quarant’anni. Ora penso ma guarda Moretti che già a quarant’anni ha fatto un film così, praticamente un enfant prodige.

Addio Jirō Taniguchi, artista straordinario.

Lo zen di Gourmet e L’uomo che cammina, la collaborazione fantastica con Moebius, il codice de Il libro del vento, l’intimità di In una lontana città, e moltissimo altro. Jiro Taniguchi è stato uno dei più grandi artisti contemporanei, grazie per tanta bellezza.

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Bagni di realtà

Negli ultimi anni mi ero abituato alla montagna. Il mare mi spinge a riconsiderare l’umanità dei film di Sorrentino in una visione molto più realistica, molto meno iper. Il regista fa questo, mette tutti perennemente in costume, sfrontati, goffi e fragili, e alle prese con un ambiente troppo vasto e distante perché si possa sperare di influenzarlo.

Michael Cimino e i cancelli del cinema

cancelli del cielo

I Cancelli del Cielo è un’opera mondo in cui ogni volta ci si smarrisce, non offre punti di riferimento ma sensazioni fisiche, polvere e memoria, e un costante senso di perdita. Cimino ha portato il cinema ad alcune delle sue espressioni più pure, assieme ad artisti come Altman e al Malick di Badlands e I Giorni del Cielo.

QUI – Richard McGuire 2014

QUI Richard McGuire copertinaQUI è una graphic novel dell’americano Richard McGuire, una delle cose più belle con cui sia venuto a contatto negli ultimi tempi. Il libro, 300 spesse pagine a colori che emanano l’odore delle stampe d’arte, è un oggetto piacevole da maneggiare e soppesare, lo apri ed è uno stimolo immediato per i sensi e l’immaginazione.

QUI nasce nel 1989, come idea fulminante trattata in sole sei tavolo in bianco e nero, pubblicate su Raw. Ogni pagina è divisa in sei riquadri di pari grandezza, a ospitare il racconto sempre lo stesso luogo, una stanza, con l’indicazione nell’angolo superiore sinistro di una data, in principio 1957 (anno di nascita di McGuire). Quindi, la data cambia, indietro e avanti per anni, decenni, secoli, millenni, uno sguardo su quello spazio, con piena libertà di movimento nel tempo. All’interno del quadro si aprono altre finestre, ciascuna con la propria indicazione temporale, ognuna sottrae una parte dello spazio dal tempo che fa da sfondo, per descrivere altri momenti: dettagli, avvenimenti più o meno significativi, movimenti, incidenti, voci. Se il lavoro del 1989 – che per intero è qui – è concettualmente già compiuto, è con la versione del 2014 che QUI diventa un’opera d’arte completa. La stanza adesso ricopre due facciate contigue, le immagini, i disegni, realizzati con le tecniche più diverse, assumono una bellezza e una varietà che ci porta a sfogliare dei quadri di varia bellezza, influenzati da più referenti ed epoche pittoriche e artistiche: da Hopper, all’impressionismo, alla riproduzione delle fotografie d’epoca, alle visualizzazioni astratte. Il tutto esaltato da una splendida colorazione, dai toni prevalentemente caldi e autunnali.

QUI è un’esperienza immersiva, prevalentemente visiva, che accenna anche stralci di racconti di vita, corredati da rari dialoghi, ma il racconto principale è quello dato dallo sguardo sui tempi diversi, in una sorpresa che si rinnova in ogni nuova pagina, e si rivela in più modi e con più toni all’interno dello stesso quadro. Quanti mondi si sono affacciati e si affacceranno in un luogo così ristretto, così significativo e comune, dove scorrono le azioni delle persone e la loro assenza, dove si è contemporaneamente giovani e vecchi e non si è; e diventa improbabile assegnare un’importanza diversa ai diversi momenti, tutti accomunati dalla provvisorietà e dall’essere eternamente congelati nella visione dell’artista e nella scoperta del lettore. Quando si alza lo sguardo dal libro, si continua per un po’ a suddividere la realtà in quadri indipendenti, le azioni comuni proprie e delle persone che si incrociano si riempiono di significato per il solo fatto di occupare quel tempo e quello spazio. Ho letto QUI su un autobus e una volta disceso in strada c’era un uomo a terra, innaturalmente steso sull’asfalto come in un video dei Radiohead, imprecava contro un ciclista che non c’era mentre una corona di persone provava ad aiutarlo; poco più avanti un uomo parlava al telefono ripetendo concitato Tutto è possibile, uno sguardo incrocia il mio da un’auto e più avanti due bambini sostano davanti l’ingresso del negozio, si guardano attorno.

(5/5) 

Sette scomode verità sul cinema

Sette scomode

Pubblicato su BolognaCult

1. Come spettatore sei banalmente mainstream, snob che finge passione per polpettoni d’autore, o fighetto indie amante delle locandine disegnate. Nel cinema non c’è salvezza

2. È vero le multisala puzzano di popcorn, ma sono assolutamente comode

3. Se un film è brutto non è colpa del critico o dello spettatore, prenditela con chi fa film belli

4. “È una cosa soggettiva, solo una questione di gusti” è una cazzata

5. Un Enrico Ghezzi soddisfa pienamente la domanda interna di enrichi ghezzi

6. Se ne capisci poco e scrivi più di quanto ti piaci che dei film, puoi provare a scrivere di cinema su un quotidiano. Ma la concorrenza sarà spietata

7. Se non hanno scritto quel finalino facile facile che credi avrebbe completato il film, ci sarà un perché. E non è perché non ci hanno pensato