Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

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Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(5/5)

 

Aniara (Pella Kågerman, Hugo Lilja 2018), l’odissea della solitudine

Avevo pensato cosa scrivere di Aniara, ma troppo tempo fa. Sono rimaste, adesso, le sensazioni di Aniara. La solitudine che non riesce a trovare sollievo nella presenza dell’altro, la ricerca di una spiritualità, anche artificiale, che possa regalare un senso ad avvenimenti che rimangono puramente casuali. L’illusione del cinema, letteralmente proiezione di una via di fuga, di una distrazione, anche questa destinata a cedere alla pressione del tempo. Aniara è un piccolo film di fantascienza umanista che trova nel poema del nobel danese Harry Martinson i topoi del genere, lascia che si esprimano nel silenzio, nella fotografia degli spazi essenziali e dei colori pieni, che accolgono la nascita di riti di espiazione e ricerca del piacere; un’opera simbolica e ossessiva, dominata dall’ineluttabilità.

(4/5)

The Dead don’t Die, l’apocalisse di Jarmusch fra ironia stralunata ed evitabili forzature

Non me la sento di non lasciare traccia di un film di Jarmusch, anche se è un film che una gran traccia non la lascerà. L’umorismo stralunato di The Dead don’t Die (I morti non muoiono, Jim Jarmusch 2019) tutto sommato è vicino a quello di alcuni episodi  di Coffee and Cigarette, o di Taxisti di Notte, e l’apocalisse zombie di Jarmusch, viste le avvisaglie, sarebbe potuto essere più deludente. Per dire, Only Lovers left Alive credo sia peggio. I morti non muoiono spinge forte sul naif, e in molte occasioni il gioco tiene. Temevo qualcosa di (ancora più) sfilacciato, invece Bill Murray e Adam Driver, dimessamente, riescono a tracciare una linea, in cui si inseriscono una serie di micronarrazioni. In una abbondante prima parte l’ironia scazzata funziona, pur intervallata da gag troppo ripetute – il product placement di Sturgill Simpson, indubitabilmente autore della “theme song” – e in generale da una fiducia davvero eccessiva nella forza ammiccante dei richiami metanarrativi. Il film, però, ancora riesce a regalare dettagli, a volte nostalgici, poetici, affettuosi, e a costruire una realtà fatalista e disincantata dove anche le fini più atroci vengono accettate, tutto sommato in linea con un’assurdità dell’esistenza che non è mai mancata. A unire i due momenti, prima e dopo l’apocalisse zombie, c’è Tom Waits, eremita dei boschi cittadini, che osserva da lontano il disfacimento di una società per lui già insopportabile.

Nella seconda parte, quella piena di zombie, purtroppo si moltiplicano le gag davvero forzate e gli appunti didascalici rivolti al genere umano; scelte che con molta semplicità si sarebbero potute evitare, lasciando un film migliore. Jarmusch con i suoi film ha spesso viaggiato verso la fine del mondo, dal giovanile Stranger Than Paradise a Dead Man, e con diversi riferimenti in praticamente tutti i suoi titoli, ma, con attenzione, aveva anche conservato il dubbio e il mistero. The Dead sembra a volte un film volutamente disattento, che per non prendersi sul serio si avvolge attorno a una manciata di pensieri. E anche il personaggio di Tilda Swinton, non privo di un suo fascino ipercitazionista, è vittima di una delle scelte più sballate.

Purtroppo l’ho visto in italiano, e sono sicuro che in lingua originale guadagnerebbe. Fosse solo per la chiusura con un lungo recitato di Waits, con un testo – anche questo facilmente migliorabile – sulla vacuità dei desideri umani, che di per sé non è un gran che, ma la voce di Tom Waits, che sono stato costretto a immaginare, è la voce di Tom Waits. L’amarezza maggiore viene dal fatto che Jarmusch non è propriamente prolifico, una cartuccia – dopo l’eccellente Paterson – l’ha sparata così, e chissà quando gli torna la voglia.

(3/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)

Ida (Paweł Pawlikowski 2013)

ida-locandina-slowfilm-recensioneSi completa con Ida, almeno per il momento, la mia retrospettiva Pawlikowski. Per la breve durata del film – poco più di un mediometraggio -, le sue caratteristiche, e per la visione profondamente notturna, è stata un’esperienza quasi onirica. Ida si svolge in un numero contenuto di quadri e situazioni, è un film spesso silenzioso che si racconta attraverso l’incontro di immagini essenziali, malinconiche, perfettamente limate. È il film con cui Pawlikowski adotta il bianco e nero e il formato 4:3, poi ripresi da Cold War, con cui ha anche un vero e proprio incrocio. Qui il quadro è sfruttato in modo da manipolare gli spazi, i rapporti fra vuoto e pieno; l’impostazione è spesso verticale, con le figure, specialmente nelle scene in convento o a carattere religioso, schiacciate sulla parte bassa dell’immagine e sovrastate da spazi vuoti, ma terribilmente pressanti. Nelle diverse situazioni, i protagonisti cercano un posizionamento all’interno della loro storia, rimanendo comunque spesso ai margini, negli angoli, alla ricerca di un equilibrio introvabile, ma riuscendo ad assaporare attimi di scoperta. Un viaggio nella storia, nella memoria e nella sua elaborazione, e nel passato e il presente di due donne, alle prese con scelte possibili e scelte, in maniera più o meno consapevole, irrimediabilmente subite.

(4/5)

La Casa di Jack – The house that Jack built (Lars von Trier 2018)

the house that jack built recensione slowfilmLa Casa di Jack mi ha lasciato un senso di disagio nelle ore successive alla visione – opportuno, dal momento che solo un’anima affine a quella del protagonista potrebbe non provarne -, poi poco altro. Nonostante sia un’opera ambiziosa e radicale. Per il suo nuovo film, Lars von Trier prende da quelle che – per la mia esperienza, ovviamente – sono i suoi film peggiori. L’accanimento, la reiterazione morbosa da Dancer in the Dark, le aspirazioni enciclopediche da NymphomaniacQui traslate da eros a thanatos, e per i corpi e la putrefazione, per la digressioni iconiche e letterarie, per l’architettura e la musica, ancora più vicine alla lezione di Peter Greenaway. Il tema, ma anche il gelo estetizzante e la grana del racconto, ricordano inoltre il John McNaughton di Henry, Pioggia di Sangue.

Un bravo Matt Dillon è un ingegnere a tempo perso, psicopatico a tempo pieno. Dopo la depressione e l’ossessione per il sesso di Nymphomaniac, veniamo introdotti alle abitudini del serial killer Jack attraverso un altro problema psichico, il disturbo ossessivo compulsivo. Sindrome – qui subito nobilitata dalle apparizioni d’archivio di Glenn Gould – che suscita sempre una certa simpatia e che in forma blanda di solito ci piace sfoggiare. Poi accantonata in favore di un discorso più discontinuo che tocca vari temi, come la definizione dell’arte, l’impatto della stessa e l’applicazione negli hobby omicidi di Jack, la storia e lo stato dell’essere umano: solo davanti all’orrore e, dall’altro punto di vista, sostanzialmente privo di empatia. Von Trier racconta tutto questo (e ci sono davvero tante cose, nel film) adottando un tono spesso sarcastico, anche lezioso e autoindulgente nelle estremizzazioni didascaliche.

The House that Jack Built è un film enciclopedico, ma dal respiro corto, concentrato soprattutto sulla creazione di una visione antologica dei temi e le opere del regista (fra l’altro, tutte citate direttamente in un montaggio veloce). I quadri raggelati con cui si aprono Antichrist e Melancholia qui compaiono in chiusura, a suggellare un richiamo dantesco piuttosto ripetuto, e anche il pezzo sui titoli di coda, una chiusura rock in contrasto con l’epilogo, riprende i titoli finali di Dogville su Young Americans.

Il danese, a ogni modo, è vanitoso ma elegante, trova dei buoni momenti di sceneggiatura e soprattutto sfoggia una padronanza del mezzo filmico che nella contemporaneità ha pochi rivali. “L’arte non deve essere sincera, ma deve dire la verità”, recitava Manifesto, bel film di Julian Rosefedt che pure riflette apertamente sull’uomo e la cultura. E qui, forse, von Trier si dedica a mettere in scena quanto – per quel che è diventato – crede sia necessario esprimere, e non dice più la verità.

(3,5/5)

Roma (Alfonso Cuarón 2018), uno sguardo dal respiro letterario che racconta con durezza e gentilezza

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Roma è come un libro, un bel libro. Il film di Cuaron, Leone d’Oro a Venezia, è una delle opere cinematografiche più letterarie che abbia incrociato da molto tempo a questa parte, ed è un aspetto che mi è sembrato caratterizzare, positivamente, ogni suo elemento. Le inquadrature sono curate dall’autore con la stessa passione con cui (ri)costruisce la storia, dando ai suoi ricordi una forma che non sia solo esteticamente affascinante, ma soprattutto personale. Ogni sequenza di Roma prova a racchiudere il mondo che racconta, dall’apertura con le secchiate d’acqua che rendono il pavimento un riflesso accessibile del cielo, e quindi della fuga, al quadro leggermente obliquo dietro la testa della protagonista, quando è stesa sul letto. Dall’insegnante di arti marziali che, stretto in un’assurda tutina, sfida a ricercare l’equilibrio, all’auto di lusso che satura un androne piastrellato e schiaccia una merda di cane, mentre la macchina da presa salta da un dettaglio all’altro, creando respiro dove non c’è aria. I dettagli sono innumerevoli, in ogni quadro possono essere letti come una descrizione trovata su pagina, tradotti in parole accurate, a realizzare l’immagine di un intreccio che forma i tempi, la densità, l’oggetto stesso del racconto.

Primi anni ’70, Roma, quartiere di Città del Messico, è il luogo in cui la cameriera e badante Cleo serve un’ampia famiglia borghese. Cuaron lega insieme ricordi personali, storie individuali e avvenimenti storici che investono la collettività, riuscendo a descrivere il tempo e i sentimenti – spesso la sofferenza – vissuti dai protagonisti del suo film, riportandoli quasi sempre nello sguardo e nella lotta di figure femminili. La condizione di Cleo, donna sfruttata, amata e in cerca di amore, traccia un percorso dove si alternano, e spesso convivono, durezza e gentilezza. Le due forze formano il tono del racconto e rendono ineluttabile la subalternità sociale, così come la certezza che l’esistenza sia fatta di piccole e grandi ingiustizie, sopraffazioni, violenze. Dal dettaglio all’universale, dalla sospensione al dramma, sono diversi i temi che l’autore tocca. Li porta in un flusso puramente cinematografico che rifiuta il commento musicale, ma rifiuta anche il realismo, ricercando coincidenze narrative e immagini stratificate che contengono qualcosa di magico in ogni attimo, accogliendo lo spettatore in un bianco e nero caldo e colorato.

(4,5/5)

La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen 2018)

buster scruggs slowfilm recensioneNon è semplice pesare correttamente l’ultimo film dei Coen. Da una parte La Ballata di Buster Scruggs mantiene esattamente ciò che promette, senza sorprendere o spiazzare, dall’altra ci sono pochi autori a poter mantenere promesse del genere, oltre ai fratellini del Minnesota. Bisogna però anche considerare che negli ultimi 10 anni hanno saputo realizzare dei titoli incredibilmente belli (Non è un Paese per Vecchi, A Serious Man, A Proposito di Davis, Ave, Cesare!), mentre il western antologico Buster Scruggs è solo credibilmente bello. Ed è forse proprio questa forma antologica estremamente definita – con ogni probabilità ereditata dall’idea iniziale di realizzare una vera e propria miniserie – dove si susseguono sei episodi indipendenti, che mi sembra finisca per caratterizzare il film più di quanto meriterebbe. Ave Cesare, e molti altri loro film, vivono anche loro di parti distinte, ma l’idea comune e l’intreccio delle diverse linee consentono di godere di un intreccio complesso, pur conservando la possibilità di alternare toni e personaggi.

Ci sono alcuni episodi, in Buster Scruggs, che diluiti in un discorso più ampio avrebbero forse avuto più fascino, ma, una volta fatta questa lunga premessa, il film è indubbiamente pieno di immagini, storie, atroci suggestioni, e sono molti i momenti che nelle ore e i giorni successivi alla visione continuano a scavare, e anche le storie più piccole continuano a crescere. E una sensazione che riesca a racchiudere tutto viene comunque costruita, e suggellata dall’ultimo movimento. Si può parlare di rivisitazione del western (a conti fatti il genere più frequentato dai due autori), ma dovendo tener conto che da decenni il western è comunque territorio di rivisitazione – nell’origine del cinema c’è inevitabilmente la sua avanguardia -, che sia il luogo per le malinconiche destrutturazioni di Robert Altman, le assurdità di Mel Brooks o le ibridazioni postmoderne di Takashi Miike e Quentin Tarantino.

Buster Sgruggs conserva un legame con il nucleo narrativo del genere, racconta davvero la frontiera, i duelli, la storia di una nazione che cresce nel sangue. Ma si prende anche ampie libertà nell’inseguire storie apparentemente minori, oppure nello spingere fino alla caricatura quelli che – dalla rapina al pistolero infallibile – sono i luoghi più frequentati del western classico. Ogni episodio meriterebbe una trattazione a sé, ma, senza voler nulla anticipare, mi limito a sottolineare la particolarità del terzo atto, con i teatranti itineranti Liam Neeson e Harry Melling, che offre la vista surreale di un palco che è uno scorcio in ogni paese di derelitti in cui si apra il suo piccolo sipario, una nicchia fatta di disperazione narrativa che rimane perfettamente incorniciata dalla realtà. Un racconto che esalta la dimensione più umana e universale del film, introducendo nuove immagini nel genere. Ed è per me impossibile non citare la bellezza di Tom Waits, personaggio solitario che sommessamente canta attraversando i boschi, e alla ricerca d’oro scava a mani nude la terra, vecchia quasi quanto lui.

(4/5)

Anche La Ballata di Buster Scruggs è su Netflix e, al di là di tutto, difficilmente potrà capitarvi fra le mani qualcosa di meglio da vedere.