Il Filo Nascosto – Phantom Thread (Paul Thomas Anderson 2017), la realtà celata in un abito artificiale

il filo nascostoIl racconto dell’incontro tra due persone, lo stilista della Londra aristocratica degli anni ’50 Reynolds Woodcock e la cameriera Alma, prima che una storia d’amore, della ricerca del completamento di sé, è la storia della lotta a quel che di sé si percepisce come più intimo; dell’attacco, sempre meno inconsapevole, a una vita di scelte consequenziali, dettate dall’adattamento alle influenze e le aspettative delle persone e ai luoghi in cui si è nati e cresciuti. La lotta sottile e sotterranea con la personalità, identificata in un’abitudine e in un abito, porta a intaccare e limitare quel che si è stati fin lì, per ricercare una versione più pura e vulnerabile dei propri bisogni. Una versione più egoisticamente lontana da quelle che sono riconosciute come le proprie capacità, che costituiscono una codificazione semplificata, e comunque accessibile, del proprio ruolo nel mondo.

La vita di Woodcock, nella sua casa lussuosa, circondato dalla sua corte, è spesso intrecciata con musiche lievi per pianoforte e archi, un commento quasi ozioso che non cambia quando a compromettere le abitudini arriva Alma. Attraverso il testo musicale di Jonny Greenwood, Paul Thomas Anderson finge di raccontare una quotidianità che, invece, non è mai tale, non descrive i suoi personaggi in situazioni usuali, ma li porta in condizioni di costante conflitto e ridefinizione. L’impressione è che Woodcock accolga Alma nei suoi spazi, mentre sarà Alma ad affermare una dinamica opposta, a compromettere le architetture, i ricordi, le ossessioni di Reynolds. Quella de Il Filo Nascosto è una storia che riesce a rendere astratte due personalità esasperate, due persone dai tratti estremamente definiti, che finiscono per essere rappresentative di pulsioni e ricerche comuni. È una storia che definisce ancora il bisogno della cura, come momento di contatto con l’altro e di abbandono, un bisogno così essenziale da poter essere preceduto dalla ricerca della malattia. E, bisogna dirlo, è eccezionale Daniel Day-Lewis nel mostrare questo insieme di sensazioni nascoste, come la regia nel lasciare che parlino i suoni di una colazione, le inquadrature quasi sempre in interni sottoposti a enormi pressioni, gli sguardi che nel rubare immagini rivelano il bisogno di nascondersi, più che di osservare.

Anderson, anche sceneggiatore, riesce in un gran lavoro di scrittura letteraria attraverso le immagini del cinema, porta la linearità del romanzo classico  nell’eleganza registica che tocca Hitchcock e Kubrick, il corpo e la malattia di Tsai, la dualità imprecisa del suo The Master. Crea un meccanismo narrativo definito e lo porta in un linguaggio visivo altrettanto presente ed esibito, ma riesce a farlo ricordando proprio le finalità espressive per cui le tecniche sono nate, riportando la realtà e la malinconia di un abito artificiale.

(4,5/5)

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Inherent Vice – Vizio di Forma (Paul Thomas Anderson 2014). Un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso

viceLa situazione sta sfuggendo di mano, questo blog è un colabrodo. Dovevo scegliere se scrivere un post veloce sulle cose che non ho scritto e probabilmente non scriverò mai, o una roba su Inherent Vice.

Ecco una roba su Inherent Vice, perché tutto sommato mi dispiacerebbe lasciarlo dissolvere del tutto, e questa possibilità di dispiacere mi chiarisce un po’ cosa penso del film. Perché è anche un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso (nutro il sottile desiderio che questa frase venga pubblicata sulla quarta dell’home video “Inherent Vice – Un film di cui non è facile pensare qualcosa di preciso”). Forse farlo sarebbe anche sbagliato, stupido, sicuramente una perdita di tempo. Ho inseguito mentalmente Inherent Vice per settimane, alimentando l’idea che sarebbe stato qualcosa di meraviglioso. Colpa anche del trailer, che esaspera in un montaggio furbissimo gli elementi più assurdi e in qualche modo familiari, i controtempi, le reazioni eccentriche, le spudorate scritte al neon, i motto panukeiku: cose da Grande Lebowski e Paura e Delirio a Las Vegas. Non che non ci siano, Lebowski e Paura e Delirio, ma c’è soprattutto Inherent Vice, che è una versione modernamente sottotono di questi, più l’Altman de Il Lungo Addio, più P T Anderson. Che aveva già ampiamente saccheggiato Altman (più quello di America Oggi e I Protagonisti) con Magnolia, film che non mi piace, poi il ragazzo è cresciuto.

Per cominciare, Inherent Vice ci regala nomi come Larry Doc Sportello, Christian Bigfoot Bjornsen, Shasta Fay Hepworth, Japonica Fanway. Sono solo una parte dei players, nomi che si rincorrono in un intreccio noir andato affanculo fin dalla prima scena. Succedono cose attorno a Doc, un investigatore che incontra tante persone e tutti la sanno parecchio più lunga di lui. Si incrociano più o meno casualmente vicende spesso confuse, per lo stato estremamente frammentato del film, ma comunque tendenzialmente riconoscibili. L’interesse principale, però, è nell’atmosfera, i tempi e i volti. Nei continui insulti verso gli hippie, drogati e sfocati, come se attorno a loro il resto del monto riuscisse invece ad avere qualche senso. Le pupille lucide, le espressioni che non concordano con l’azione, l’ennesimo stravolgimento dei generi del cinema americano è di nuovo il modo più diretto per raccontare davvero l’America, l’unico modo per dare il senso della storia è riversarlo in epici antieroi perennemente sopra le righe e soffocati dalle righe, in conflitto perenne con la rappresentazione che tradizionalmente si dava ai loro personaggi. Altman, si diceva.

Inherent Vice può essere visto da molto vicino, e presenterà una serie di momenti assurdi, spesso divertenti, o da più lontano, e rappresenterà efficacemente l’assurdità del tutto. Da Il Petroliere passando per The Master fino a Vizio di Forma, tre film differenti in cui si scorge la prosecuzione di un’analisi metodica, e si rafforza la capacità di realizzare cinema asciutto e contemporaneamente eccessivo, austero e bislacco. E una linea comune, anche nel proliferare di personaggi, il rapporto fra due uomini, il petroliere e il suo prete, Freddie Quell e Lancaster Dodd, Doc e Bigfoot. Sempre due personalità speculari, ognuna affascinata e ossessionata dall’altra, due aspetti dello stesso animo e un complesso rapporto fatto di intimità e lenta conoscenza, che da una parte consente ai film di sviluppare un lato caldamente (dis)umano, dall’altro permette di tenere in scena in ogni momento la confusione.

(4,5/5)

The Master (Paul Thomas Anderson 2012)

the masterPaul Thomas Anderson è un autore in crescita. Come si conviene, essendo solo del 1970. Il Petroliere è uno dei film migliori degli ultimi anni: potente, politico ed epico. The Master ha un impatto meno immediato, una forza più nascosta, ma è ancora più maturo, radicale, e la firma di Anderson anche sulla raffinata sceneggiatura originale contribuisce a definire il film come opera completa, espressione compiuta.

Uno Joaquin Phoenix essiccato dal sale, dimesso e sbilenco è Freddie Quell. In marina durante la Seconda Guerra Mondiale, ne esce piegato dal peso di violente nevrosi, da ossessioni sessuali, e da una dipendenza per l’alcool perfezionata dalla ricerca di misture improbabili, arricchite da solventi e altre sostanze chimiche variamente velenose. Freddie incontra Lancaster Dodd, l’infallibile Philip Seymour Hoffman. Dodd è a capo della setta The Cause, che nel suo metodo introspettivo mescola ipnosi, reincarnazione, fantascienza e manipolazione. È evidente e dichiarata l’ispirazione a Ron Hubbard, controverso fondatore di Scientology, ma Anderson non sembra mai seguire davvero la pista dell’analisi sociale o della denuncia.

The Master è un film fortemente narrativo, che racconta e definisce costantemente i suoi personaggi. Il rapporto fra Dodd e Quell viene creato senza strizzare l’occhio allo spettatore, senza offrire scorciatoie, in un’opera che si presta a numerose letture, ma la più esteriore e immediata – appunto quella che mostra due vite, due personalità – è anche la più originale e complessa.

Attraverso quadri ravvicinati – il volto paonazzo, gli abiti cascanti -, dettagli in secondo piano, spazi significativi – soffocanti cabine di navi, distese desertiche che non offrono punti di riferimento – si delinea l’attrazione fra personalità opposte, ugualmente alla deriva, alla ricerca di obiettivi da perseguire. Uno animalesco, Quell, sintesi di tratti violenti e ingenui, assieme candido, istintivo e feroce, in attesa di una guida – del maestro. L’altro, Dodd, creatore di una disciplina che ricerca la conoscenza e l’assoluzione razionale di sé attraverso l’imposizione di una sincerità artefatta. Ognuno realizza istintivamente le aspirazioni dell’altro, che trova nell’amico – di una storia di amicizia si tratta, per quanto sui generis – una rappresentazione umanamente distorta di quanto ammira e crede possa servigli da cura.

(4,5/5)

Il Petroliere (Paul Thomas Anderson 2007)

Breve tirata sul cinema: a Napoli mi lamentavo della sala 4 del Modernissimo, l’unica al mondo dove i secchielli di pop-corn sono più grandi della sala stessa. Devo dire che Bologna ha dato tante soddisfazioni, col Lumiere, il cinema in piazza Maggiore e quant’altro, ma confinare Il Petroliere alla 2 del Rialto è davvero tagliare le gambe allo spettatore.  In senso in alcun modo figurato. A metà del primo tempo è entrato un contadino, una lacrima sulla guancia, ha sospirato “un tempo qui era tutto multisala”. Lungi da me attaccare il patrimonio artistico culturale architettonico, ma quando sono andato al cesso era chiuso, ci stavano costruendo la sala 3 del Rialto.

Il Petroliere. There will be spoiler.

Citazioni obbligatorie: i primi 20 minuti senza parole, l’incendio della torre. È un film possente, notevole anche solo per queste scene. Non vado pazzo per Anderson, Magnolia non mi piacque. È capace di una regia solida, ma si lascia andare a troppe variazioni di registro, tende a strafare. Anche Il Petroliere non è perfetto, ma è senza dubbio il suo miglior film. Daniel Day-Lewis è il cattivissimo sovrano della pellicola e qualche volta ruba la scena anche alla terra, al fango e ai morti.

Due sono i principali momenti di rivelazione del personaggio, sottolineati dallo stesso brano di Greenwood (bellissima la colonna sonora che in più occasioni sembra doversi arrestare, e invece si dilunga dando compattezza e identità a intere sequenze): nella terra brulla, con una gamba rotta, perduto in un paesaggio deserto, in mente ha solo la follia della ricchezza; nel battesimo del fango, quando pesta il prete e mostra tutto il suo disprezzo per il genere umano (da lì si accentueranno i toni grotteschi).

There will be blood parte come un’epopea capitalista, all’inizio si potrebbe leggere la figura come un Kane, pericoloso, cattivo, ma umano. Qualcosa che comunque incute rispetto. Poi, e questa è una cosa buona nel film, l’epopea viene smontata e tutto assume un’altra dimensione: l’uomo rude che si è arricchito col suo sudore e la sua mancanza di scrupoli non è una figura epica e carismatica, viene ridimensionato a un purissimo schizzato omicida che non ha mai avuto altro interesse che non fosse se stesso. Anche quelle che potevano sembrare azioni ispirate alla difesa del proprio sangue (il figlio, il fratello), sono in realtà reazioni violente a presunte offese alla propria persona, che è Daniel stesso a creare per i suoi sfoghi. L’unico sangue che interessa Daniel, come spesso afferma, è il petrolio.

C’è da credere che il film mostri non una parabola discendente del protagonista, ma semplicemente diluisca gli indizi per la giusta interpretazione dello stesso. Di fatto il suo rapporto con il mondo, e viceversa, non cambia. Quando nell’ultima scena il maggiordomo lo scopre a omicidio compiuto, sostanzialmente non fa una piega. E proprio nell’ultimo assassinio si mostra il definitivo distacco dal genere umano: Daniel non è altro che la scimmia kubrickiana dallo sguardo spiritato che frolla tapiri con una clava. Tutto ciò, proprio in virtù di una costruzione iniziale di diverso registro, configura una critica demitizzata, grottesca e realistica, del sogno americano (occidentale, o mondiale), ridotto a pura sete di sangue.

(4/5)