Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

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Grand Budapest Hotel (Wes Anderson 2014)

grand budapest hotel slowfilm recensioneSolo i lupi possono davvero affrontare questi tempi. Per uno Scorsese che ancora ha voglia di sperimentare e mettersi in gioco, Jarmusch e Wes Anderson si barricano nel loro cinema, spingendo su un’estetica e uno stile narrativo ampiamente consolidati, senza provare a sporcarli, spiazzarli, senza nessuna voglia di ingannare o quantomeno sorprendere lo spettatore. A questa breve e dolorosa lista andrebbe aggiunto anche Malick, che ultimamente ha firmato il suo peggior film. Non sono nomi a caso, ma quelli dei migliori autori in circolazione, o quantomeno quelli a cui sono più affezionato.

Si sarà percepito come Grand Budapest Hotel non mi abbia permesso di stracciami le vesti, per quanto ne avrei avuto una gran voglia. È un concentrato, un distillato, un denso agglomerato del Wes Anderson così come lo conosciamo; autore sempre più iconico, marchio dai connotati proverbiali persino in Italia.

Grand Budapest è simmetrico, cartoonistico, pantone, frontale, eccentrico, stiloso, stralunato, e anche la sua storia è un gioco d’incastri gradevole e raffinato. Incastri che richiedono una quantità di tasselli, personaggi e apparizioni, ognuno immediatamente definito da dettagli e atteggiamenti alla Anderson. Ok, non voglio lamentarmi del fatto che Wes Anderson sia wesandersoniano, il punto è che va a segno quando sotto queste coltri di personalità autoriale affiora il tono familiare (inteso soprattutto come capacità di portare anche lo spettatore all’interno della famiglia), e i suoi film appaiono come modi originali ed efficaci di rappresentare emozioni comuni, rese plausibili e nuovamente appetibili dall’ostentazione di una (falsa) ingenuità. L’abbraccio collettivo in Zissou, la corsa in soccorso dei bambini in Darjeeling, i modi assurdi in cui si declina l’affetto nei Tenebaum, il diritto alla ribellione di Moonrise Kingdom, sono elementi che danno un centro e un’anima al film.

In altri casi, e in Grand Budapest Hotel, si procede per esasperazione della forma, ritenendo che l’ulteriore grandezza della stessa, la sua capacità di sommergere ogni genere e ogni tecnica, possa di per sé portare elementi di novità. Ma La diluizione dell’umanità in personaggi che rimangono al servizio dell’intreccio, e del suo design, finisce per rendere sterile il racconto, e non voler commettere alcun errore può essere un grosso errore.

(3/5)

Moonrise Kingdom (Wes Anderson 2012). La rabbia giovanissima di Suzy e Sam.

L’intera filmografia di Wes Anderson si sviluppa come un succedersi di variazioni sul tema. Il regista lo dichiara apertamente, presentando in apertura di Moonrise Kingdom una sinfonia di Henry Purcell scomposta nelle sue diverse parti strumentali. Il tema di Anderson tocca i legami familiari fatti di incertezze individuali, ma più in generale riguarda la necessità di costruire una poetica definita per poterli raccontare, e per raccontarsi a sua volta. I personaggi dei suoi film sono consapevoli dello schermo, della sala, del pubblico, delle particolarità del loro mondo e di quanto questo sia vicino a un palcoscenico teatrale. Sono loro a ostentare distacco dallo spettatore e dalle proprie vicende, finendo per realizzare una strana complicità. Osserviamo Suzy e Sam, i protagonisti dodicenni del film, mentre sanno di essere osservati; a volte ricambiano la curiosità, più spesso sono occupati a mettere in scena la propria vita.

Se Fantastic Mr. Fox perdeva molto nella mancanza di umanità dei suoi attori – è necessario che tutto sia quanto più vicino al reale, perché la trasfigurazione possa essere efficace – Moonrise Kingdom è una delle opere più riuscite di Anderson, e la variazione sul tema porta i suoi toni fantasiosi e malinconici ad abbracciare quelli della fiaba, in un incontro del tutto naturale.

Come in ogni favola, la posta in gioco è molto più alta di quanto sembri, e al centro ci sono sentimenti, rivelazioni, dolore, dubbi, tutto quanto possa indicare la difficoltà della crescita – mentre l’immaturità è un’esclusiva degli adulti – e la mancanza di tatto che caratterizza l’esistenza. Si comincia con la fuga, per i boschi, con un giradischi, un gatto, dei libri e vari altri oggetti meravigliosamente superflui, ostentando un piglio fra nouvelle vague e ribellione tipicamente americana, bisognosa di grandi spazi. La rabbia giovanissima di Suzy e Sam alla ricerca della felicità. E trovarla non è neanche difficile: rispetto agli abitanti delle Badlands di Malick i ragazzini di Anderson hanno il vantaggio di essere meno sensibili alla noia e più affascinati dalla scoperta. Ad ogni modo la vita reale, incorniciata dalla spontaneità della ricerca nella natura, è anche qui negata dagli obblighi sociali, dalla forza invincibile della normalità.

Con le sue sezioni del mondo che espongono l’operosità da formicaio, i richiami alle semplificazioni dell’animazione per restituire un’azione sempre più concettuale ed estetica, Anderson firma uno dei suoi film più astratti e dolorosi, ritrova tutta la sua immediatezza e attraverso la fiaba può inscenare il più falso e malinconico dei lieto fine.

(4/5)

Al cinema dal 6 dicembre.

Il Treno per il Darjeeling (Wes Anderson 2007)

Sono rimasti davvero in pochi a lavorare alla scrittura e alla struttura come sa fare Wes Anderson, con lo stesso impegno e la stessa coerenza. Il suo modo di mostrare è spudorato, la regia è in evidenza con le inquadrature frontali, i carrelli, i ralenti, i colori accentuati, i costumi eccentrici. Anderson crea il suo mondo, totalmente artificiale e cinematografico, in qualche modo espressionista. Eppure il suo è un lavoro di sintesi, tutti i suoi artifici concorrono a dare ai suoi personaggi una credibilità, uno spessore, una vera e propria personalità che opere con toni più realisitici o drammatici non riescono a creare. Anderson ama tutti i suoi protagonisti e ce li fa amare, non costruisce mai una figura totalmente negativa, fa a meno dell’antagonista, il suo cinema iperespressivo interiorizza il conflitto.

I personaggi di Darjeeling crescono nello spettatore, osservato a sua volta dai numerosi sguardi in camera, come se la curiosità e lo studio fossero reciproci. Una prima parte ironica e brillante, senza il minimo passo falso e senza interruzione di ritmo, crea una tale complicità da renderti totalmente vulnerabile ai cambi di registro o alle vicende drammatiche. Il tutto senza mai cadere nella forzatura, nell’esagerazione. Diabolico, il regista ha piazzato una bomba ad orologeria sotto il tuo sedere, mentre ridevi, e tu non te ne sei accorto.

Ma l’operazione di Anderson è ancora più complessa, con la costruzione di assonanze narrative che accomunano tempi diversi, la capacità di adoperare una sorta di raccordi empatici fra le scene e anche di inserire momenti autoironici e metafilmici (parentesi con spoiler: Murray che letteralmente perde il treno per un suo nuovo film con Wes, Wilson che fa il verso ai viaggi spirituali in cerca di se stessi, per poterli quindi reinventare, le carrozze del treno, in una delle ultime scene, che come nella sezione del sottomarino di Zissou mostrano tutti i personaggi, il racconto di Schwatzman, che ha la fine, ma gli manca l’inizio…tutta roba meravigliosa). E’ uno che inventa cose nuove, possibilità che in molti credono ormai estinta. E poi mi ha messo un groppo in gola come non sentivo da anni.

(5/5)