Ghost in the Shell (Rupert Sanders 2017). Il whitewashing più drastico è quello sui contenuti

ghost in the shell slowfilm recensionePiù del whitewashing della protagonista, il problema – enorme – della versione live di Ghost in the Shell è il whitewashing dello script. È il primo punto di un discreto elenco di cose che non vanno nel film di Rupert Sanders, scritto da ben tre sceneggiatori e tratto dal manga di Masamune Shirow, già ampiamente rimaneggiato (in meglio) da Mamoru Oshii nell’anime nel 1995 e nel visionario, ancora bellissimo Innocence, nel 2004. Senza contare le numerose serie e gli altri film d’animazione, vicini al lavoro di Shirow, che in primo piano ha il lato action e tecnologico, prima di quello esistenzialista sviluppato da Oshii. Sanders e gli Stati Uniti si inseriscono, dunque, in un mondo ampio e ricco di possibilità, e lo fanno al peggio.

GITS del 1995, da sempre giustamente accostato a Blade Runner, riflette sulla coscienza, sulla possibilità che possa affiorare in un organismo sintetico e come questo influisca sulla sua definizione. Studia l’individuo e il corpo, e nel farlo costruisce un’estetica coerente dei personaggi e dei luoghi, che porta nell’animazione le descrizioni realistiche e le sospensioni narrative dei film d’autore. Il film del 2017 con Scarlett Johansson insegue – e raggiunge – la banalizzazione dei contenuti, snaturando sistematicamente i numerosi riferimenti all’originale, fino a diventare una normalissima storia su dei ragazzi di strada rapiti e sottoposti a degli esperimenti. Lo sguardo vitreo che caratterizza i cyborg in GITS come in Sky Crawlers (ultimo lungometraggio animato di Oshii), la fissità che scioglie il legame fra coscienza e dolore nei momenti in cui sono più vicini alla morte, qui si perde. La Johansson, poco adatta al di là della sua etnia, recita svogliatamente la sua parte, muovendosi in un mondo grossolanamente digitale. C’è anche da domandarsi quale sia il senso di rifare un lavoro che nasce in animazione, con un live del tutto irreale e numerico, un mondo che rimane virtuale, ma sviluppato con una diversa e meno ispirata tecnologia.

Il film esiste per sfruttare le scene più celebri e spettacolari dell’originale GITS – la lotta sotto la pioggia, quella con il carro armato, la creazione del corpo artificiale – senza avere poi intenzione di riproporre, in una produzione mainstream, le stratificazioni e l’incompiutezza dell’originale, che più che a dare una storia standard e delle risposte era interessato a mettere in scena delle suggestioni. Il nuovo Ghost in the Shell inevitabilmente attira gli ammiratori del primo, ma soprattutto per loro – per noi – rappresenta un film del tutto superfluo. Chiude con Resurrection, il leggendario pezzo di Kenji Kawai che apre l’originale e torna in una celebre sequenza descrittiva, senza aver fatto nulla per poterselo permettere.

(2/5)

La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale dal 27 al 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Kubo e la Spada Magica – Kubo and the Two Strings (Travis Knight 2016), siamo il nostro racconto

kuboFilm d’animazione tra i migliori degli ultimi anni, Kubo e la Spada Magica. Nato dalla statunitense Laika (studio di Coraline), ha però un gusto più europeo, arricchendo la formula Pixar e Dreamwork dell’animazione che piaccia anche ai genitori, con un tono che affonda le radici nella narrazione assai poco edulcorata che appartiene alle fiabe antiche. Più che con i vari Dragon Trainer o Toy Story, dunque, Kubo ha tratti in comune con Song of the Sea dell’irlandese Tomm Moore.

Attraverso una tecnica a passo uno di grande fascino, Travis Knight racconta una storia fatta di temi e personaggi universali, una storia sul raccontare le storie, e su come la narrazione stessa sia da sempre un mezzo per formare l’individuo, per restituire la sua memoria e interpretare, e insieme plasmare, il mondo in cui vive. In una bella ambientazione che reinventa il Giappone antico, ricca di magia, dettagli e invenzioni visive, il giovane protagonista affronta prove e viaggi che lo avvicineranno, attraverso il sogno, l’arte e la musica, alla storia della sua famiglia, e a comprendere il dolore della perdita.

Kubo and the Two Strings è un film solido e delicato, che, con l’aiuto della struttura canonica della favola, fatta di prove e aiutanti, scoperte e crescita, riesce con apparente facilità a tenere assieme molti livelli. Senza perdere di vista l’intrattenimento, dunque, regala a scene dinamiche un’originale identità visiva e coreografica, introduce con naturalezza elementi ironici e di alleggerimento continuando ad affrontare temi profondi, resi ancora più intimi dal racconto di conflitti interni a una famiglia, soffermandosi sul ruolo della madre e del padre. Memoria collettiva e individuale, la consapevolezza del proprio passato e di come smarrirlo significhi smarrire sé stessi, sono temi che il film tratta con l’equilibrio di chi sa raccontare bene una storia.

(4/5)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Il Regno di Wuba – Monster Hunt (Raman Hui 2015)

Dalla Cina, patria della censura, arriva un film per bambini dove un uomo fa da madre surrogata per la Regina dei Mostri. Cattodem italiani, in marcia su Pechino! Tornate vittoriosi. O non tornate affatto. Anzi, anche vittoriosi, non tornate affatto, così vinciamo tutti. Monster Hunt ha incassato così tanto (primo posto in Cina, fra le produzioni cinesi) che è arrivato addirittura da noi. Nonostante l’impostazione grafica voglia i mostri un po’ viscidi e non proprio gradevoli, la quota Bianca (anni 4 a breve) è rimasta apertamente affascinata dal piccolo Wuba, e divertita dalle altre improbabili figure.

Se si ha un po’ di confidenza col cinema estremorientale, si possono intuire le peculiarità del prodotto. Su un impianto narrativo tutto sommato lineare e conosciuto (il regista ha lavorato anche a Shreck), si dilungano piacevoli momento wuxia, i coreografici combattimenti fra guerrieri apparentemente privi di vincoli con la terra. A questo si aggiungono idee e dettagli impensabili per un film fanciullesco occidentale – alcuni dei quali con una sfumatura appena più realistica non sfigurerebbero in un horror – e una gestione dei tempi che si dilunga su momenti della storia che siamo abituati a considerare secondari.

Si tratta, in definitiva, di un film ben fatto, con un messaggio tendente all’integrazione e un invito a non giudicare l’altro seguendo categorie superficiali e stereotipate. Cose non originali, ma che hanno un valore oggettivo e, a quanto pare, da non dare per scontato; proposte, inoltre, da un film che non fa sconti nella rappresentazione mostruosa dei mostri. Mi diverte abbastanza sia arrivato alle sale italiane dove, ne sono sicuro, per diversi motivi farà storcere più di qualche naso.

(3,5/5)

Anomalisa (Charlie Kaufman, Duke Johnson 2015)

anomalisaCharlie Kaufman non mi ha mai fatto impazzire, dandomi l’impressione non di una persona tormentata, ma di un autore talentuoso che fa costruzioni popolarmente barocche e cerebrali, su temi tormentati. Mi sembra, quindi, non abbastanza autentico. Con Anomalisa, però, è più asciutto; sempre ricercatamente e vanitosamente macchinoso, ma più godibile ed emozionale. Il pezzo è strapieno di spoiler, e non potrebbe essere altrimenti.

L’animazione a passo uno di Kaufman e Duke Johnson ci porta in un mondo di pupazzi, marionette, automi, non è dato specificare. Nella loro rappresentazione non c’è una trasfigurazione della nostra realtà: rimangono pupazzi, esistono in quanto tali, il problema è il nostro, perché siamo noi ad essere loro. Che l’atto più disperatamente sincero per un essere umano fosse quello di riconoscersi in quanto marionetta, Kaufman l’aveva già chiaro in Essere John Malkovich, dove il protagonista, in strada, lascia che il fantoccio che sta muovendo si perda in maniera così verosimile nelle sue voglie erotiche e passionali, da ricavare un pugno dal grosso uomo che assieme al figlio sta assistendo allo spettacolo sconcio. Io credo Kaufman non vedesse l’ora di mettere in scena un rapporto sessuale dettagliato, reale, goffo, fra due pupazzi, come quello che c’è in Anomalisa.

Tutto, quasi tutto, si svolge in un albergo, non a caso il Fregoli (vedi sindrome di), dove Michael Stone, autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?” che insegna alle aziende a migliorare la gestione dei propri clienti, pernotta in attesa di tenere una conferenza alla presenza di adoranti addetti al call center, dirigenti, capi del personale. Michael ha parecchi problemi relazionali e affettivi, ha problemi con i ricordi della sua ex, ne ha con la sua attuale moglie e suo figlio e, come tutti, ha uno sportello sul volto che taglia la linea degli occhi e segna tutta la parte inferiore dell’ovale. Nel suo mondo fatto di pupazzi poco espressivi tutti – uomini, donne, bambini – parlano con pesanti voci maschili. Tutti tranne Lisa, che incontra in albergo, e che ha una cristallina voce femminile.

I segni che ognuno mostra sul volto, che inchiodano ogni fantoccio al proprio essere fantoccio, portano la consistenza del tutto dalla rappresentazione di una sindrome individuale alla descrizione di una lettura della realtà complessiva, o meglio le fanno coesistere, lasciando sfocato il confine fra la consapevolezza del singolo Michael e quella di tutti gli altri.

Michael si perde nell’originalità di Lisa, nella sua voce, che nasce dalla sussistenza di tratti distintivi – una vistosa cicatrice, un fare impacciato e insicuro – tanto da convincersi a conquistarla e regalarsi a lei, e in quell’istante, inevitabilmente, la perde, e lei perde la sua voce. Nell’attimo stesso in cui si crea il legame, le false originalità spariscono e ricompare l’abito, l’abitudine, la certezza di conoscere già tutto quello che l’altro fingeva di nascondere. Si perde la possibilità di sentire la voce, non appena la persona rispecchia automatismi e gesti già conosciuti, personificati e detestati. Siamo tutti grumi di ripetizioni insostenibili, grosso modo delle stesse ripetizioni insostenibili.

(4/5)

Il Piccolo Principe (Mark Osborne 2016)

piccolo principe slowfilm recensioneLa congiuntura socio-cinematografica presenta una corrente, nutrita da agguerrite singolarità fino a testate come Wired, schierata per la purezza dell’arte, che indica come alternativa “intellettuale” al film di Zalone proprio Il Piccolo Principe. Il che rende l’idea di come il libro di Saint-Exupéry, di per sé una piccola opera gradevolmente naïf, sia stata idealmente ingigantita fino ad assumere la gravità di un trattato di ingombrante filosofia spicciola. Così l’ingenuo inno alla spontaneità della fanciullezza, diventa il pretesto per l’ennesimo attacco livoroso verso opere altrettanto popolari, che non possono vantare connotazioni altrettanto poetiche e profonde.

La produzione francese firmata Mark Osborne (autore di Kung Fu Panda, mica di Tekkonkinkreet o The Secret of Kells), non è la semplice trasposizione del libro e delle figure che già contiene, ma un’operazione più complessa che, se da una parte mostra una certa intraprendenza, dall’altra rispecchia il terrore che il cinema mainstream nutre nei confronti delle opere compiute. Il Piccolo Principe animato, infatti, presenta un sequel del testo originale e un’ampia cornice in cui i nuovi personaggi ricostruiscono la vecchia storia e i suoi mondi. Il contenuto contemporaneo, in computer grafica, mostra una ragazzina e sua madre incastrate in un mondo grigio e squadrato, in cui interviene l’elemento perturbante dell’anziano aviatore, irriducibile sognatore, che decenni prima ha scritto del principino incontrato dopo essere precipitato nel deserto. Anche nella costruzione di una realtà senza fantasia – molti film, da Metropolis a Brazil,  già lo hanno dimostrato – occorre una certa fantasia, per rappresentare i dettagli dell’inquadramento in una società spersonalizzante, dell’invadenza della burocrazia e del fraintendimento delle umane necessità. Tutto questo, qui, viene reso in modo elementare e un po’ noioso, con città grigie formate da parallelepipedi tutti uguali, attraversate da auto tutte uguali che sono parallelepipedi con le ruote. Molto carine, invece, le effettive raffigurazioni di stralci dell’originale, affidate a una raffinata stop motion che rispetta e aggiorna il tratto delle figure. Viene da chiedersi se, banalmente, non sarebbe stata più efficace una trasposizione integrale, per un’opera meno pop, ma che racchiudesse per intero la leggerezza dell’originale, qui relegata a inserti isolati che impediscono allo spettatore un’effettiva immersione.

Ma questa è la tendenza: frammentare, stracitare, accumulare. E i “nuovi” inserti qui finiscono per ripetere pedissequamente i concetti dell’originale, tramutando delle idee poeticamente semplici in ripetizioni alquanto banali. Fino alla seconda parte del film, l’irrinunciabile sequel, dove la protagonista, in un mondo che deve qualcosa anche all’immaginario di The Wall, incontra un piccolo principe cresciuto in maniera irritantemente goffa e remissiva. Si tradisce, dunque, la chiusura che dava identità al libro, per esplicitare gli stessi concetti in una nuova ed estremamente didascalica messa in scena.

(3/5)