Ghost in the Shell (Rupert Sanders 2017). Il whitewashing più drastico è quello sui contenuti

ghost in the shell slowfilm recensionePiù del whitewashing della protagonista, il problema – enorme – della versione live di Ghost in the Shell è il whitewashing dello script. È il primo punto di un discreto elenco di cose che non vanno nel film di Rupert Sanders, scritto da ben tre sceneggiatori e tratto dal manga di Masamune Shirow, già ampiamente rimaneggiato (in meglio) da Mamoru Oshii nell’anime nel 1995 e nel visionario, ancora bellissimo Innocence, nel 2004. Senza contare le numerose serie e gli altri film d’animazione, vicini al lavoro di Shirow, che in primo piano ha il lato action e tecnologico, prima di quello esistenzialista sviluppato da Oshii. Sanders e gli Stati Uniti si inseriscono, dunque, in un mondo ampio e ricco di possibilità, e lo fanno al peggio.

GITS del 1995, da sempre giustamente accostato a Blade Runner, riflette sulla coscienza, sulla possibilità che possa affiorare in un organismo sintetico e come questo influisca sulla sua definizione. Studia l’individuo e il corpo, e nel farlo costruisce un’estetica coerente dei personaggi e dei luoghi, che porta nell’animazione le descrizioni realistiche e le sospensioni narrative dei film d’autore. Il film del 2017 con Scarlett Johansson insegue – e raggiunge – la banalizzazione dei contenuti, snaturando sistematicamente i numerosi riferimenti all’originale, fino a diventare una normalissima storia su dei ragazzi di strada rapiti e sottoposti a degli esperimenti. Lo sguardo vitreo che caratterizza i cyborg in GITS come in Sky Crawlers (ultimo lungometraggio animato di Oshii), la fissità che scioglie il legame fra coscienza e dolore nei momenti in cui sono più vicini alla morte, qui si perde. La Johansson, poco adatta al di là della sua etnia, recita svogliatamente la sua parte, muovendosi in un mondo grossolanamente digitale. C’è anche da domandarsi quale sia il senso di rifare un lavoro che nasce in animazione, con un live del tutto irreale e numerico, un mondo che rimane virtuale, ma sviluppato con una diversa e meno ispirata tecnologia.

Il film esiste per sfruttare le scene più celebri e spettacolari dell’originale GITS – la lotta sotto la pioggia, quella con il carro armato, la creazione del corpo artificiale – senza avere poi intenzione di riproporre, in una produzione mainstream, le stratificazioni e l’incompiutezza dell’originale, che più che a dare una storia standard e delle risposte era interessato a mettere in scena delle suggestioni. Il nuovo Ghost in the Shell inevitabilmente attira gli ammiratori del primo, ma soprattutto per loro – per noi – rappresenta un film del tutto superfluo. Chiude con Resurrection, il leggendario pezzo di Kenji Kawai che apre l’originale e torna in una celebre sequenza descrittiva, senza aver fatto nulla per poterselo permettere.

(2/5)

La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale dal 27 al 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Kubo e la Spada Magica – Kubo and the Two Strings (Travis Knight 2016), siamo il nostro racconto

kuboFilm d’animazione tra i migliori degli ultimi anni, Kubo e la Spada Magica. Nato dalla statunitense Laika (studio di Coraline), ha però un gusto più europeo, arricchendo la formula Pixar e Dreamwork dell’animazione che piaccia anche ai genitori, con un tono che affonda le radici nella narrazione assai poco edulcorata che appartiene alle fiabe antiche. Più che con i vari Dragon Trainer o Toy Story, dunque, Kubo ha tratti in comune con Song of the Sea dell’irlandese Tomm Moore.

Attraverso una tecnica a passo uno di grande fascino, Travis Knight racconta una storia fatta di temi e personaggi universali, una storia sul raccontare le storie, e su come la narrazione stessa sia da sempre un mezzo per formare l’individuo, per restituire la sua memoria e interpretare, e insieme plasmare, il mondo in cui vive. In una bella ambientazione che reinventa il Giappone antico, ricca di magia, dettagli e invenzioni visive, il giovane protagonista affronta prove e viaggi che lo avvicineranno, attraverso il sogno, l’arte e la musica, alla storia della sua famiglia, e a comprendere il dolore della perdita.

Kubo and the Two Strings è un film solido e delicato, che, con l’aiuto della struttura canonica della favola, fatta di prove e aiutanti, scoperte e crescita, riesce con apparente facilità a tenere assieme molti livelli. Senza perdere di vista l’intrattenimento, dunque, regala a scene dinamiche un’originale identità visiva e coreografica, introduce con naturalezza elementi ironici e di alleggerimento continuando ad affrontare temi profondi, resi ancora più intimi dal racconto di conflitti interni a una famiglia, soffermandosi sul ruolo della madre e del padre. Memoria collettiva e individuale, la consapevolezza del proprio passato e di come smarrirlo significhi smarrire sé stessi, sono temi che il film tratta con l’equilibrio di chi sa raccontare bene una storia.

(4/5)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Il Regno di Wuba – Monster Hunt (Raman Hui 2015)

Dalla Cina, patria della censura, arriva un film per bambini dove un uomo fa da madre surrogata per la Regina dei Mostri. Cattodem italiani, in marcia su Pechino! Tornate vittoriosi. O non tornate affatto. Anzi, anche vittoriosi, non tornate affatto, così vinciamo tutti. Monster Hunt ha incassato così tanto (primo posto in Cina, fra le produzioni cinesi) che è arrivato addirittura da noi. Nonostante l’impostazione grafica voglia i mostri un po’ viscidi e non proprio gradevoli, la quota Bianca (anni 4 a breve) è rimasta apertamente affascinata dal piccolo Wuba, e divertita dalle altre improbabili figure.

Se si ha un po’ di confidenza col cinema estremorientale, si possono intuire le peculiarità del prodotto. Su un impianto narrativo tutto sommato lineare e conosciuto (il regista ha lavorato anche a Shreck), si dilungano piacevoli momento wuxia, i coreografici combattimenti fra guerrieri apparentemente privi di vincoli con la terra. A questo si aggiungono idee e dettagli impensabili per un film fanciullesco occidentale – alcuni dei quali con una sfumatura appena più realistica non sfigurerebbero in un horror – e una gestione dei tempi che si dilunga su momenti della storia che siamo abituati a considerare secondari.

Si tratta, in definitiva, di un film ben fatto, con un messaggio tendente all’integrazione e un invito a non giudicare l’altro seguendo categorie superficiali e stereotipate. Cose non originali, ma che hanno un valore oggettivo e, a quanto pare, da non dare per scontato; proposte, inoltre, da un film che non fa sconti nella rappresentazione mostruosa dei mostri. Mi diverte abbastanza sia arrivato alle sale italiane dove, ne sono sicuro, per diversi motivi farà storcere più di qualche naso.

(3,5/5)

Anomalisa (Charlie Kaufman, Duke Johnson 2015)

anomalisaCharlie Kaufman non mi ha mai fatto impazzire, dandomi l’impressione non di una persona tormentata, ma di un autore talentuoso che fa costruzioni popolarmente barocche e cerebrali, su temi tormentati. Mi sembra, quindi, non abbastanza autentico. Con Anomalisa, però, è più asciutto; sempre ricercatamente e vanitosamente macchinoso, ma più godibile ed emozionale. Il pezzo è strapieno di spoiler, e non potrebbe essere altrimenti.

L’animazione a passo uno di Kaufman e Duke Johnson ci porta in un mondo di pupazzi, marionette, automi, non è dato specificare. Nella loro rappresentazione non c’è una trasfigurazione della nostra realtà: rimangono pupazzi, esistono in quanto tali, il problema è il nostro, perché siamo noi ad essere loro. Che l’atto più disperatamente sincero per un essere umano fosse quello di riconoscersi in quanto marionetta, Kaufman l’aveva già chiaro in Essere John Malkovich, dove il protagonista, in strada, lascia che il fantoccio che sta muovendo si perda in maniera così verosimile nelle sue voglie erotiche e passionali, da ricavare un pugno dal grosso uomo che assieme al figlio sta assistendo allo spettacolo sconcio. Io credo Kaufman non vedesse l’ora di mettere in scena un rapporto sessuale dettagliato, reale, goffo, fra due pupazzi, come quello che c’è in Anomalisa.

Tutto, quasi tutto, si svolge in un albergo, non a caso il Fregoli (vedi sindrome di), dove Michael Stone, autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?” che insegna alle aziende a migliorare la gestione dei propri clienti, pernotta in attesa di tenere una conferenza alla presenza di adoranti addetti al call center, dirigenti, capi del personale. Michael ha parecchi problemi relazionali e affettivi, ha problemi con i ricordi della sua ex, ne ha con la sua attuale moglie e suo figlio e, come tutti, ha uno sportello sul volto che taglia la linea degli occhi e segna tutta la parte inferiore dell’ovale. Nel suo mondo fatto di pupazzi poco espressivi tutti – uomini, donne, bambini – parlano con pesanti voci maschili. Tutti tranne Lisa, che incontra in albergo, e che ha una cristallina voce femminile.

I segni che ognuno mostra sul volto, che inchiodano ogni fantoccio al proprio essere fantoccio, portano la consistenza del tutto dalla rappresentazione di una sindrome individuale alla descrizione di una lettura della realtà complessiva, o meglio le fanno coesistere, lasciando sfocato il confine fra la consapevolezza del singolo Michael e quella di tutti gli altri.

Michael si perde nell’originalità di Lisa, nella sua voce, che nasce dalla sussistenza di tratti distintivi – una vistosa cicatrice, un fare impacciato e insicuro – tanto da convincersi a conquistarla e regalarsi a lei, e in quell’istante, inevitabilmente, la perde, e lei perde la sua voce. Nell’attimo stesso in cui si crea il legame, le false originalità spariscono e ricompare l’abito, l’abitudine, la certezza di conoscere già tutto quello che l’altro fingeva di nascondere. Si perde la possibilità di sentire la voce, non appena la persona rispecchia automatismi e gesti già conosciuti, personificati e detestati. Siamo tutti grumi di ripetizioni insostenibili, grosso modo delle stesse ripetizioni insostenibili.

(4/5)

Il Piccolo Principe (Mark Osborne 2016)

piccolo principe slowfilm recensioneLa congiuntura socio-cinematografica presenta una corrente, nutrita da agguerrite singolarità fino a testate come Wired, schierata per la purezza dell’arte, che indica come alternativa “intellettuale” al film di Zalone proprio Il Piccolo Principe. Il che rende l’idea di come il libro di Saint-Exupéry, di per sé una piccola opera gradevolmente naïf, sia stata idealmente ingigantita fino ad assumere la gravità di un trattato di ingombrante filosofia spicciola. Così l’ingenuo inno alla spontaneità della fanciullezza, diventa il pretesto per l’ennesimo attacco livoroso verso opere altrettanto popolari, che non possono vantare connotazioni altrettanto poetiche e profonde.

La produzione francese firmata Mark Osborne (autore di Kung Fu Panda, mica di Tekkonkinkreet o The Secret of Kells), non è la semplice trasposizione del libro e delle figure che già contiene, ma un’operazione più complessa che, se da una parte mostra una certa intraprendenza, dall’altra rispecchia il terrore che il cinema mainstream nutre nei confronti delle opere compiute. Il Piccolo Principe animato, infatti, presenta un sequel del testo originale e un’ampia cornice in cui i nuovi personaggi ricostruiscono la vecchia storia e i suoi mondi. Il contenuto contemporaneo, in computer grafica, mostra una ragazzina e sua madre incastrate in un mondo grigio e squadrato, in cui interviene l’elemento perturbante dell’anziano aviatore, irriducibile sognatore, che decenni prima ha scritto del principino incontrato dopo essere precipitato nel deserto. Anche nella costruzione di una realtà senza fantasia – molti film, da Metropolis a Brazil,  già lo hanno dimostrato – occorre una certa fantasia, per rappresentare i dettagli dell’inquadramento in una società spersonalizzante, dell’invadenza della burocrazia e del fraintendimento delle umane necessità. Tutto questo, qui, viene reso in modo elementare e un po’ noioso, con città grigie formate da parallelepipedi tutti uguali, attraversate da auto tutte uguali che sono parallelepipedi con le ruote. Molto carine, invece, le effettive raffigurazioni di stralci dell’originale, affidate a una raffinata stop motion che rispetta e aggiorna il tratto delle figure. Viene da chiedersi se, banalmente, non sarebbe stata più efficace una trasposizione integrale, per un’opera meno pop, ma che racchiudesse per intero la leggerezza dell’originale, qui relegata a inserti isolati che impediscono allo spettatore un’effettiva immersione.

Ma questa è la tendenza: frammentare, stracitare, accumulare. E i “nuovi” inserti qui finiscono per ripetere pedissequamente i concetti dell’originale, tramutando delle idee poeticamente semplici in ripetizioni alquanto banali. Fino alla seconda parte del film, l’irrinunciabile sequel, dove la protagonista, in un mondo che deve qualcosa anche all’immaginario di The Wall, incontra un piccolo principe cresciuto in maniera irritantemente goffa e remissiva. Si tradisce, dunque, la chiusura che dava identità al libro, per esplicitare gli stessi concetti in una nuova ed estremamente didascalica messa in scena.

(3/5)

Il Bambino che Scoprì il Mondo (Alê Abreu 2013). Un film delicato e forte che racconta le miserie e la musica del mondo

bambino mondoDall’animazione brasiliana un film delicato e forte, una raffigurazione poetica in tecnica mista che racconta le miserie e la musica del mondo. La vita del bambino, fatta di suoni e colori che vengono dalla terra, cambia quando il padre parte per la città. Il viaggio alla sua ricerca passa attraverso l’incontro con persone, giovani e vecchi, che lo accolgono e provano ad aiutarlo, ma portano sul corpo e nelle loro vite la stanchezza e la solitudine del lavoro negli sterminati campi di cotone, i ritmi delle catene di montaggio, lo smarrimento delle città soffocate dal peso di bisogni inesistenti.

Il Bambino che Scoprì il Mondo  – O Menino e o Mundo riporta nell’animazione e nel cinema il senso della narrazione e dello sguardo sulla vita. Li ritrova nella semplicità dell’arte, che nella composizione di un mondo stilizzato trova l’ispirazione necessaria per mostrare quel che di vero e importante c’è a regolare, determinare e definire la nostra esistenza. Il linguaggio universale di Abreu non è limitato dalle parole, è fatto di colori, suoni, musica e della mancanza degli stessi, porge il mondo allo sguardo del suo piccolo protagonista lasciando che a spingerlo sia il vento, e non fa sconti nel ricordare il peso del lavoro e del tempo che viene privato del suo valore, nel raffigurare l’alienazione, l’omologazione, lo smarrimento del senso. Scintille di libertà e bellezza rischiarano il film e preziosi momenti di vita delle figure protagoniste, mentre in una scena di rara intensità, nel buio scantinato di una fabbrica, un uomo tesse di nascosto uno sgargiante mandala, la tessitura dell’universo e dell’esistenza nel cui centro sorride il viso perfettamente circolare del bambino.

(4,5/5)

Inside Out (Pete Docter 2015) – la Pixar ibrida CGI e Power Point

È impossibile farsi un’idea di Inside Out che non si relazioni, oltre al film in sé, al suo impatto devastante sull’Occidente industrializzato. Se il film della Pixar, con una certa benevolenza, può definirsi caruccio, il significato rivoluzionario, il moto empatico, la meraviglia immaginifica di cui è stato ricoperto ha dell’inverosimile. Se poco poco girate per i network sociali o per le recensioni / impressioni online, sapete a cosa mi riferisco. Dal punto di vista narrativo, Inside Out si avvicina pericolosamente al nulla. Il percorso di crescita di Riley, la ragazzina protagonista, è mostrato attraverso l’esemplificazione visiva delle sue emozioni, pupazzetti chiassosi posti alla plancia di comando delle sue azioni, mentre le sue esperienze “esteriori”, fra traslochi e disillusioni affettive, sono ridotte all’osso. Lo smarrimento di Gioia e Tristezza è lo smarrimento di Riley di fronte all’approssimarsi dell’adolescenza e l’abbandono delle sicurezze infantili e, a meno che non si possa credere di star assistendo alla nascita di un individuo apatico e atarassico, l’avventura delle emozioni nell’interiorità di Riley ha solo una strada da seguire. Attraverso una visualizzazione che più che didascalica appare apertamente didattica, la Pixar e Pete Docter, che in altre occasioni avevano detto molto meglio cose molto simili (con Up, Monsters & Co o Nemo), formalizza una sorta di sfarzoso Power Point in CGI.

Sfarzoso, fino a un certo punto. Perché mi sta bene il percorso, l’ennesima declinazione del Paese delle Meraviglie (è un format che amo), ma devo dire che il cinema ha visitato Paesi decisamente più meravigliosi. Ho rivisto recentemente con Bianca, che adesso ha tre anni e spiccioli, molti film di Miyazaki, apprezzando nuovamente quelli che mi hanno sempre affascinato e scoprendo di amare alcuni di quelli che mi avevano coinvolto di meno. Il confronto più diretto e inevitabile è con La Città Incantata: si tratta semplicemente di un altro mondo. Dal punto di vista dell’immaginazione, dei contenuti, dell’emozione. Ma anche un film come Il Castello Errante di Howl, con le sue interpretazioni tutt’altro che univoche, le continue mutazioni, l’intersecarsi di piani che comprende, oltre alla crescita, la vecchiaia, l’amore, la paura, la fuga, la guerra, la vanità, il sogno, offre allo spettatore una visione che non è certa, né rassicurante. Eppure è facile, per tutti, perdersi oltre che nei pensieri, nei quadri densi di dettagli, nella rappresentazione di interiorità realmente affascinanti, complesse e sfuggenti. Il mondo di Inside Out, invece, non mostra che l’evidenza, in ogni immagine l’icona immediata del concetto che si è presi la briga di voler insegnare. Mentre i quadri risultano praticamente vuoti, attraversati da personaggi che spiegano passo passo la funzione di architetture sorprendentemente prive di sorpresa. Salutato come un’avventura all’interno delle emozioni e della memoria, Inside Out sembra aver fatto dimenticare che gran parte dei racconti ha lo stesso tema (un altro esempio, occidentale e ben riuscito, Nel Paese delle Creature Selvagge), mentre questo della Pixar si è preso la libertà di spazzare via il racconto stesso.

A distanza di un paio di settimane, dunque, sfumata la simpatia per una Disgusto che sembra una fashion / food blogger e per la spietata rappresentazione dell’indolenza che regna nella sala dei bottoni del gatto comune, Inside Out lascia una coda più vicina al fastidio che alla meraviglia. Unico contenuto di una certa originalità e verità, non tanto l’importanza di Tristezza, piuttosto scontata, quanto l’affermare che quando ci rivolgiamo alla memoria e ai ricordi di età passate, questi assumono necessariamente un tono nostalgico e malinconico.

(3/5)

Cronache dal Future Film Festival: Tokyo Tribe (Sion Sono 2014), The Road Called Life (Ahn Jae-Hoon, Han Hye-Jin 2014)

tokyo-tribePubblicato su Bologna Cult

Procede sicuro il Future Film festival di Bologna, ancora una volta baciato dalla bellezza delle sale piene. L’ispirazione del Future Film, destinato all’escursione in tecniche, campi, generi estremamente differenti, fa sì che la sua proposta sia sempre varia, eclettica, eterogenea, in una parola vivace. Ed è il suo bello.

Di Follie Notturne si tratta con Tokyo Tribe, ultimo lavoro del giapponese Sion Sono. E la follia nella pellicola di certo non manca. Tratto dal manga Tokyo Tribe II, per due ore ci porta in una Tokyo futurista e immaginifica, decadente ed eccessiva, divisa fra gang rivali che si combattono con ogni genere d’armi. Il tutto supportato da onnipresenti ritmi e canzoni hip hop, eseguite dai protagonisti in ogni momento della visione. Se nella scarna sinossi è facile scorgere una traccia narrativa, il film di Sono presto rinnega qualsiasi logica interna, demolendo sistematicamente il senso di ogni scelta o azione. In Tokyo Tribe un fiume ininterrotto di scontri mortali e musica travolge lo spettatore, che assisterà a ingiustificati cambi di prospettiva e di fazioni, a sparizioni di personaggi nel mezzo di una scena, alla totale mancanza di rispetto per la costruzione degli stessi e della loro storia. Lo scopo, evidente e dichiarato, è (di)mostrare l’insensatezza della guerra. Per farlo il film procede per accumulazione, spostandosi in un mondo allegorico e visivamente stratificato fatto di quadri e colori saturi, corpi nudi, invenzioni che ostentano gusto trash e grottesco – o meglio caricaturale – in una ridondante rappresentazione dell’inferno. L’impatto, in una certa misura, affascina, ma come ogni opera che adoperi sempre lo stesso registro, per quanto questo possa essere d’impatto, senza pause né accenti il risultato sarà monotòno. A parte questo, Tokyo Tribe vive di consueti richiami pop (Arancia Meccanica, I Guerrieri della Notte, Tarantino – anzi no, Bruce Lee) e in alcuni momenti sembrerebbe ricordare il maestro contemporaneo degli eccessi nipponici, quel Takashi Miike che con Izo – che comunque un senso ce l’aveva – aveva già sperimentato un inferno fatto di continui scontri all’ultimo sangue. Il film di Sono, pur ostentando una certa follia concettuale, è invece stranamente pudìco nel mostrare i segni della battaglia: anche se finto ed eccessivo, tutto rimane costantemente fuori campo: da questo punto vista lontanissimo dalle scelte effettivamente radicali, per rimanere con Miike, di un Ichi the Killer o di Visitor Q.

The_Road_Called_Life-p1The Road Called Life, è il nuovo film d’animazione dei sudcoreani Ahn Jae-Hoon e Han Hye-Jin, autori del bellissimo Green Days – Dinosaur and I, anche questo passato al FFF di qualche anno fa, di cui, purtroppo, non replicano interamente la sorpresa. Le ambizioni sono diverse, infatti The Road Called Life è un film antologico, costituito da tre storie ed episodi diversi, forma che di per sé non favorisce la realizzazione di capolavori. Il tratto d’unione è nella messa in scena di racconti, tradizionali o letterari, legati alla rappresentazione della vita in Corea. Tre toni diversi, che presentano anche diversi caratteri e scelte musicali. Il primo episodio è il più poetico, legato alla narrazione orale e tradizionale, visivamente molto bello, immerso in sconfinati campi di fiori bianchi e in un racconto malinconico e sospeso. La vicenda di tre venditori ambulanti e del loro viaggio notturno è certamente la migliore del film. Anche la seconda, legata al mondo rurale, è interessante. Qui il tratto e i colori sono più fumettistici, e il tono ironico. Su una base fatta di ritmata musica “etnica”, la voce fuori campo del protagonista racconta le sue pene d’amore, fondendo la parola col canto e costruendo un’atmosfera felicemente ingenua. Il terzo racconto, tratto da uno scritto del 1924, affronta la vita cittadina e il mondo di chi, come un guidatore di risciò in una città ormai piena di tram, è costretto ad affrontare, con la sua famiglia, un’esistenza di enorme tristezza e povertà. I disegni, sempre accurati, sono qui molto realistici e accompagnati da un jazz blues dall’impronta decisamente occidentale. A Lucky Day, questo il titolo dell’ultimo episodio, spinge sul melodramma e sconfina ampiamente nel patetismo, per quello che risulta un racconto comunque significativo, ma di certo il meno riuscito del trittico.

Tokyo Tribe: 3/5 | The Road Called Life: 3,5/5

Song of the Sea – La canzone del mare (Tomm Moore 2014). La realtà delle emozioni in una fiaba intensa e delicata

song of the seaÈ normale che la fiaba sia la trasfigurazione di eventi ed elementi realistici, convertiti in un racconto generalmente rivolto a dare un insegnamento. Song of the Sea ha però un legame anche più forte con la realtà, riportando esplicitamente gli elementi fantastici a un velo, un artefatto che consenta a Ben, il bambino protagonista, di elaborare la storia della sua famiglia e dei suoi affetti. La leggenda irlandese della Selkie, creatura sospesa fra due mondi, capace di trasformarsi in foca o in donna, è l’accesso che utilizza Ben per affrontare la perdita della madre e il rapporto con la sorella minore, Saoirse.

Song of the Sea è un’opera fatta di elementi, personaggi e luoghi fantastici rappresentati con grazia e raffinata bellezza. L’estetica, simile al precedente The Secret of Kells, unisce la semplicità delle forme con la ricercatezza delle miniature, i dettagli, le geometrie, i colori pieni e le luci che donano vita a ogni quadro. E ogni incontro e scoperta, nella storia di Ben e Saoirse, è un’immersione nelle loro emozioni, sensazioni che modellano il mondo e i ricordi, per un racconto che avvolge lo spettatore con la sua intensità. Essenziale, per la riuscita del tutto, l’accompagnamento sonoro, musiche, suoni e canzoni che integrano e guidano la narrazione con la stessa dolorosa delicatezza delle immagini.

(4,5/5)

Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5

La Storia della Principessa Splendente (Isao Takahata 2013)

storia principessa splendente locandinaChe meraviglia Heidi, che tutte le mattine si alza con un po’ di ritardo, saluta il nonno e, correndo per i prati con le sue caviglie incredibilmente grosse, raggiunge Peter. Portano a pascolare pecore e capre, e con buona probabilità Bianchina si perderà. Grande è la gioia per il ritrovamento di Bianchina! quindi si torna a casa, si va a letto presto, il giorno dopo Heidi si sveglia con calma e corre a portare gli animali al pascolo. Che meraviglia.

Non so se le Alpi svizzere e i pastori che le abitano sono davvero posseduti da tanta armonia zen, ma è comprensibile che Isao Takahata, cofondatore dello Studio Ghibli e autore dell’Heidi che tutti ci ha cresciuti, avesse in progetto di portare una storia simile in Giappone. La Storia della Principessa Splendente, a tempo indefinito ultimo lavoro della Ghibli, è la trasposizione di una fiaba tradizionale giapponese, Il racconto di un tagliabambù, che mette in scena lo stesso amore per la natura, le stagioni e la vita rurale, e dall’altra parte la superficialità e i compromessi che impone la vita cittadina. La storia percorre la vita della principessa Kaguya, nata da una pianta di bambù e accolta da un’anziana coppia senza figli. Come il bambù, la bambina cresce molto in fretta, e nei disegni semplici e raffinati vediamo i giochi, i primi passi, il richiamo immediato a due anime: quella della “Ragazza Bambù”, com’è soprannominata dagli altri bambini del villaggio, e quella della “Principessa”, nome e destino con cui suo padre identifica la sua origine fantastica. Nella favola scorrono il tempo, le emozioni dei genitori e dei figli, si intrecciano storie e sogni, si ammirano i colori e i dettagli naturali  in un’animazione che sceglie – caso unico in una produzione di  tale importanza – di non ricorrere alla differenza tra fondali e personaggi, per dare interamente vita a ogni singolo quadro.

Sia Miyazaki (con Si Alza il Vento) che Takahata con il loro ultimo lungometraggio tornano in Giappone (ambientazione non usuale per la Ghibli) e parlano molto di loro stessi. Due opere riflessive, in cui si raccontano apertamente la vita, i rimpianti e i desideri, che fra le loro migliori caratteristiche hanno quella di saper andare oltre il lavoro definito per realizzare una dimensione intima e individuale, che l’artista rende condivisibile richiamando interamente la propria parabola creativa e il rapporto costruito con il pubblico.

(4,5/5)

Con Big Eyes in sala, uno sguardo sulla filmografia di Tim Burton

joker-revolver

Pubblicato su Gli 88 Folli

Tutto comincia con Pee-wee Herman, personaggio per la tv dei ragazzi americani che nel 1985 diventa protagonista del primo lungometraggio di Tim Burton: un Pee-wee’s Big Adventure dai ritmi blandi e lo sguardo lieve, che già lascia scorgere l’anima stralunata del regista. Da subito intercetta gli umori e le finanze del pubblico, e tre anni dopo Beetlejuice (da noi accompagnato all’amabile descrizione Spiritello Porcello) è già un esemplare compiuto di cinema d’intrattenimento dalle peculiari tinte dark, ricco di humour, elementi fantastici e invenzioni visive. Nel film Michael Keaton e Winona Rider, nomi ricorrenti nel cinema di Burton, da subito portato ad affezionarsi a uno staff di fedelissimi.

A un passo dai ’90 — indubbiamente il decennio di Tim Burton — Batman è la prima versione moderna e senza calzamaglia del giustiziere di Gotham, nonché il fenomeno di massa che aprirà la strada ai franchising dei supereroi. Lo stile di Burton costruisce un mondo grottesco, debordante, avvolgente, che pur non avendo grandi velleità filologiche riesce autonomamente a ricreare un’atmosfera da fumetto, dove un uomo mascherato può suscitare sorpresa e contemporaneamente essere preso sul serio. Molti dei contagiati dall’antica batmania non riusciranno mai davvero ad adattarsi al Batman nolaniano, figura seriosissima con la mantellina e le orecchie a punta in un universo alla Michael Mann che tende continuamente a rigettarlo. Cardine del Batman di Burton è Joker, Jack Nicholson nel suo ruolo d’elezione, che porta il villain dadaista a impadronirsi dello schermo, sancendo definitivamente la superiorità dell’antagonista nell’economia del racconto. Tutto è efficacemente iconico: la bionda Basinger, Michael Keaton eroe solitario abbastanza duro da reggere il duello, e una serie di giocattoli meravigliosamente analogici, un baraccone esagerato, cinefilo e denso di scene cult.

Fin qui, tutto bene.

L’anno dopo – il ritmo di produzione è serratissimo – arriva quello che per molti è il film della consacrazione, anzi il film di Burton: Edward Mani di Forbice. Messo da parte Michael Keaton, Tim Burton comincia a dipingere la faccia di Johnny Depp, pratica che nei ventidue anni successivi sentirà spesso il bisogno di replicare. Ho dovuto rivederlo, Edward, perché temevo di aver cristallizzato un ricordo distorto e disfattista, ma anche la revisione non ha fugato la maggior parte dei miei dubbi. Sotto l’aura mitologica, e ancora sotto la satira smaccata, si cela un film profondamente patetico. È indubbio il fascino visivo e in particolar modo scenografico, interessante l’amalgama impossibile fra le tinte zuccherine del borgo anni ’50 e il mondo punk e gotico del protagonista. Ma a voler considerare Edward per quello che è, cioè un film e non un poster nella stanza di una ragazzina, la sceneggiatura di Caroline Thompson è ricorsiva e poco propensa a giustificare i passaggi narrativi, mettendo alla prova anche la struttura accondiscendente della fiaba. Burton parla molto di sé, della sua diversità ed emarginazione, adoperando simboli e metafore molto dirette e diluendole in spunti umoristici autoindulgenti. Sarà più interessante vederlo parlare della sua arte, come accadrà con Ed Wood.

edward

Fra i due compare il secondo episodio dedicato all’eroe mascherato, quel Batman – Il ritorno, l’unico sequel a firma Burton. Pur essendo un buon film non raggiunge il livello del primo, denso d’istinto pionieristico e artigianale. Incentrato sulle figure del Pinguino e di Cat Woman (anche qui Keaton è in secondo piano, mentre Michelle Pfeiffer fornisce il personaggio più interessante dell’episodio), il film è più solido, definisce con sicurezza i meccanismi del giocattolo, e per questi motivi è meno aperto e intrigante.

Nel 1994 Ed Wood è un film a sorpresa nella filmografia di Burton: per originalità e intensità, è il migliore. Ogni impeto grottesco è radicato nel mondo reale, rendendo tutto molto più amaro. Non c’è il patetismo di Edward, ma il sentimento vero nel rievocare, di nuovo attraverso Depp, la vita e le ossessioni di quello che è stato definito il peggiore regista di sempre. Tim Burton parla della nascita del suo immaginario, e lo fa con un film sincero, delicato, che può limitare il linguaggio solitamente debordante, trovando nel racconto del reale il modo più raffinato ed efficace per offrire spunti onirici e per rincorrere i suoi modelli ideali.

ed-wood-depp-landau

Agli antipodi il successivo Mars Attacks! (1996), un film eccessivo, ripetitivo, omaggio sfrenato alla fantascienza anni ’50 che, attorno ad alcuni riusciti spunti visivi, costruisce davvero poco.

Sleepy Hollow torna al fumettone gotico, con la costruzione più dettagliata e coesa dell’universo immaginifico del regista. È, al tempo stesso, il film che con più evidenza mostra grandi capacità nella creazione di personaggi e atmosfere e, d’altra parte, sfilacciamenti nella gestione dell’azione. Una tendenza e un limite che il regista mostra anche in opere, come questa, che richiamano spesso l’azione. Niente poteva lasciar presagire Planet of the Apes, film che Tim Burton sembra gestire in preda alla noia, sentimento trasmesso intatto allo spettatore.

La produzione altalenante porta nel 2003 a Big Fish, l’ultima pellicola davvero riuscita. Affiancato da un inedito Ewan McGregor, Tim Burton mette in scena un viaggio fatto di incontri, avventure, esplorazione, un racconto incentrato sul senso epico che il tempo regala agli avvenimenti e, soprattutto, sull’idea di una narrazione che diventa identità, esclusivamente se chi ascolta è disposto a farne parte. Pur permeato di malinconia, anche grazie a McGregor Big Fish è mediamente più soleggiato delle altre opere burtoniane.

Con La Fabbrica di Cioccolato (2005) nei panni di Willy Wonka s’impone nuovamente l’impiastricciato Depp, per un lavoro pop tutto sommato godibile e più brillante della versione piuttosto sgangherata del 1971, spesso indicata come trasposizione migliore del libro di Roald Dahl più per affezione anagrafica e nei confronti di Gene Wilder, che per altro. Gli anni successivi segnano un progressivo abbandonarsi alle raffigurazioni in computer grafica, che muta radicalmente il cinema di Tim Burton. Molto del suo fascino, infatti, è dovuto alla capacità di portare nel reale figure e tinte di un definito immaginario fantastico, mentre il cinema “numerico” spazza via buona parte del fascino artigianale.

Nell’estetica burtoniana, Sweeney Todd risente molto di questo vuoto digitale, ma è reso interessante dall’essere l’unico film davvero cattivo del regista. Il cinema di Burton ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror (per molti tratti è l’esatto opposto del cinema di Gilliam). In Sweeney Todd la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, restituendo per una volta alla favola i suoi aspetti più autenticamente e semplicemente malati, e offrendo dei succulenti pasticci di carne come non se ne vedevano dai tempi di Titus.

alice-in-wonderland

Nel 2010 Alice in Wonderland, che sembrava dover essere l’approdo naturale degli istinti di Tim Burton, è un film arreso al green screen, poco riuscito praticamente da ogni punto di vista, eccetto quello degli incassi. L’ennesimo truccatissimo e distratto Johnny Depp è un Cappellaio che di matto ha poco e che conduce lo spettatore in situazioni e ambientazioni desolate e desolanti. L’avventura di Alice è ridotta a una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. La nota più credibile del film è la giovane Mia Wasikowska, azzeccata nella parte della protagonista.

Un ulteriore passo indietro, ad ogni modo, è ancora possibile, e Dark Shadows, partorito quando il boom dei vampiri cominciava a segnare il passo, è un film inesistente e perennemente fuori bersaglio, invischiato in pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo.

Nonostante tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, dedicato, come Ed Wood, alla particolarità di una storia reale. Il trailer è di quelli che raccontano proprio tutto.