Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

Ghost in the Shell (Rupert Sanders 2017). Il whitewashing più drastico è quello sui contenuti

ghost in the shell slowfilm recensionePiù del whitewashing della protagonista, il problema – enorme – della versione live di Ghost in the Shell è il whitewashing dello script. È il primo punto di un discreto elenco di cose che non vanno nel film di Rupert Sanders, scritto da ben tre sceneggiatori e tratto dal manga di Masamune Shirow, già ampiamente rimaneggiato (in meglio) da Mamoru Oshii nell’anime nel 1995 e nel visionario, ancora bellissimo Innocence, nel 2004. Senza contare le numerose serie e gli altri film d’animazione, vicini al lavoro di Shirow, che in primo piano ha il lato action e tecnologico, prima di quello esistenzialista sviluppato da Oshii. Sanders e gli Stati Uniti si inseriscono, dunque, in un mondo ampio e ricco di possibilità, e lo fanno al peggio.

GITS del 1995, da sempre giustamente accostato a Blade Runner, riflette sulla coscienza, sulla possibilità che possa affiorare in un organismo sintetico e come questo influisca sulla sua definizione. Studia l’individuo e il corpo, e nel farlo costruisce un’estetica coerente dei personaggi e dei luoghi, che porta nell’animazione le descrizioni realistiche e le sospensioni narrative dei film d’autore. Il film del 2017 con Scarlett Johansson insegue – e raggiunge – la banalizzazione dei contenuti, snaturando sistematicamente i numerosi riferimenti all’originale, fino a diventare una normalissima storia su dei ragazzi di strada rapiti e sottoposti a degli esperimenti. Lo sguardo vitreo che caratterizza i cyborg in GITS come in Sky Crawlers (ultimo lungometraggio animato di Oshii), la fissità che scioglie il legame fra coscienza e dolore nei momenti in cui sono più vicini alla morte, qui si perde. La Johansson, poco adatta al di là della sua etnia, recita svogliatamente la sua parte, muovendosi in un mondo grossolanamente digitale. C’è anche da domandarsi quale sia il senso di rifare un lavoro che nasce in animazione, con un live del tutto irreale e numerico, un mondo che rimane virtuale, ma sviluppato con una diversa e meno ispirata tecnologia.

Il film esiste per sfruttare le scene più celebri e spettacolari dell’originale GITS – la lotta sotto la pioggia, quella con il carro armato, la creazione del corpo artificiale – senza avere poi intenzione di riproporre, in una produzione mainstream, le stratificazioni e l’incompiutezza dell’originale, che più che a dare una storia standard e delle risposte era interessato a mettere in scena delle suggestioni. Il nuovo Ghost in the Shell inevitabilmente attira gli ammiratori del primo, ma soprattutto per loro – per noi – rappresenta un film del tutto superfluo. Chiude con Resurrection, il leggendario pezzo di Kenji Kawai che apre l’originale e torna in una celebre sequenza descrittiva, senza aver fatto nulla per poterselo permettere.

(2/5)

Doctor Strange (Scott Derrickson 2016). Non tutti i supereroi vengono per nuocere.

doctor-strangeDopo aver giustamente definito lo strapotente franchising Marvel “una piaga”, Tilda Swinton, Benedict Cumberbatch e Mads Mikkelsen mi hanno portato a vedere il migliore film Marvel dai tempi dello Spider-Man di Raimi. Ormai roba da cinema classico, in buona parte fatta ancora d’ingenua carne analogica. Doctor Strange è invece un tripudio di evoluzioni digitali, ma per una volta la qualità degli attori, l’efficacia di molte trovate visive e narrative, l’eccesso psichedelico, salvano decisamente la baracca.

Si tratta di un film che si consente di pompare l’inno barrettiano agli stati alterati di coscienza, Interstellar Overdrive, riuscendo poi a mantenere le promesse. Doctor Strange è un caleidoscopico viaggio fra le architetture mutanti di Inception (qui moltiplicate almeno per dieci), gli spazi ormai familiari ma sempre stranianti di Escher, i veli e i mondi di Matrix, i trip nell’estetica più spudoratamente seventies delle lisergiche moltiplicazioni frattali. E nonostante i costumi buffi e i continui eccessi scenografici, il film conserva una sua credibilità, costruendo i personaggi e le linee narrative di Stephen Strange e della Swinton, nei panni di Antico, in modo da regalargli umanità anche nell’assurdità del tutto. L’azione è debordante, ma sempre spezzata da elementi ironici, e trovano spazio momenti riflessivi che legano tutto alla gravità del tempo, portando la Swinton persino a una riuscita parentesi introspettiva, dalle parti di Roy Batty. Anche sul piano dell’eccesso visivo, oltre a sequenze efficaci quanto apertamente derivative, ha una sua originale spettacolarità nello scontro finale. Dove i protagonisti si affrontano in un ambiente che viaggia temporalmente a ritroso, in una costruzione ampia e complessa, una coreografia dove due linee cronologiche sono al tempo stesso separate e interdipendenti, e lo spettacolo fa il suo effetto. Come ultimo merito, Doctor Strange è un film compiuto. Pronto, come impone la postmodernità, a essere diluito e snaturato da una infinita serie di sequel e crossover, ma qui c’è una storia divertente, definita, con delle idee, e questo non potranno cancellarlo.

(4/5)

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Kubo e la Spada Magica – Kubo and the Two Strings (Travis Knight 2016), siamo il nostro racconto

kuboFilm d’animazione tra i migliori degli ultimi anni, Kubo e la Spada Magica. Nato dalla statunitense Laika (studio di Coraline), ha però un gusto più europeo, arricchendo la formula Pixar e Dreamwork dell’animazione che piaccia anche ai genitori, con un tono che affonda le radici nella narrazione assai poco edulcorata che appartiene alle fiabe antiche. Più che con i vari Dragon Trainer o Toy Story, dunque, Kubo ha tratti in comune con Song of the Sea dell’irlandese Tomm Moore.

Attraverso una tecnica a passo uno di grande fascino, Travis Knight racconta una storia fatta di temi e personaggi universali, una storia sul raccontare le storie, e su come la narrazione stessa sia da sempre un mezzo per formare l’individuo, per restituire la sua memoria e interpretare, e insieme plasmare, il mondo in cui vive. In una bella ambientazione che reinventa il Giappone antico, ricca di magia, dettagli e invenzioni visive, il giovane protagonista affronta prove e viaggi che lo avvicineranno, attraverso il sogno, l’arte e la musica, alla storia della sua famiglia, e a comprendere il dolore della perdita.

Kubo and the Two Strings è un film solido e delicato, che, con l’aiuto della struttura canonica della favola, fatta di prove e aiutanti, scoperte e crescita, riesce con apparente facilità a tenere assieme molti livelli. Senza perdere di vista l’intrattenimento, dunque, regala a scene dinamiche un’originale identità visiva e coreografica, introduce con naturalezza elementi ironici e di alleggerimento continuando ad affrontare temi profondi, resi ancora più intimi dal racconto di conflitti interni a una famiglia, soffermandosi sul ruolo della madre e del padre. Memoria collettiva e individuale, la consapevolezza del proprio passato e di come smarrirlo significhi smarrire sé stessi, sono temi che il film tratta con l’equilibrio di chi sa raccontare bene una storia.

(4/5)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Ghostbusters 3D (Paul Feig 2016). Chiamate qualcun altro, è meglio.

ghostbusters 2016 recensione slowfilmAmmetto che qualche speranza di vedere un film sufficientemente spassoso, tutto sommato, l’avevo. Il nuovo gruppo di acchiappafantasmi al femminile, in foto, non mi sembrava male, ben caratterizzato, qualche possibilità c’era. Poi, non sono uno di quei maniaci che si dispera quando riprendono, ritoccano o rifanno un titolo a cui siamo affezionati. Quello non lo bruciano, rilassatevi (qui il pensiero va all’isteria dilagante per Blade Runner 2049, per la firma Villeneuve uno dei titoli su cui ripongo più aspettative, che ad ogni apparizione attira valanghe di piagnistei insensati).

Dicevamo, Ghostbusters 3D, invece, fa cacare. Più o meno da tutte le angolazioni: sceneggiatura, effetti speciali, anche nella recitazione, ingabbiata in sketch privi di possibilità umoristiche che non consentono lo svolgimento di quello che una volta chiamavano film. L’ho visto in italiano, questo in qualche misura può avere influito sulla desolazione del tutto – l’affastellarsi di giochi di parole mai divertenti, i riferimenti sottopopolari, il voler spiegare anche la trovata “comica” più elementare -, ma, francamente, quel che si vede non lascia intendere che quel che si sente, in originale, potesse essere tanto migliore. Un filmaccio, tempestato di inutili camei del cast originale, per cui ogni tanto spunta fuori un Murray o un Aykroyd come un pupazzo a molla, senza nessun costrutto né tanto meno uno straccio di battuta. Non so, potrei continuare, ma significherebbe gettare altro tempo in questo gorgo insensato, non lo hanno fatto gli autori, non vedo perché dovrei farlo io.

(2/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Lo Chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti 2015). A corto di miracoli

jeeg robot slowfilm recensioneNon so bene cosa s’intenda con “capolavoro”, “incredibile” e “salvezza del cinema italiano”, ma se significa “film vedibile dove il cattivo alla Joker, come spesso accade, è la cosa migliore”, allora sono d’accordo con quel che si è detto di Lo Chiamavano Jeeg Robot.

L’impressione è che il clamore per il film sia nato soprattutto dal suo addentrarsi in territori americani, ché, per il resto, il cinema italiano è ancora capace di pellicole ben più ispirate e incisive. La specificità del film di Mainetti sta nell’ibridare il mainstream statunitense con il linguaggio nostrano ostentatamente provinciale, per il resto è un film onesto e lineare, con un villain ben interpretato da Luca Marinelli ordinariamente sopra le righe, e una storia portante senza grossi intoppi (per quanto, qualche buca pure la prenda) né colpi di genio. Al centro un Claudio Santamaria credibile Christian Bale de noantri, e un’Ilenia Pastorelli che ha vinto addirittura il David di Donatello per la Recitazione con dei Marshmallow in Bocca.

Quello che non capisco, alla fine, è come accada che gli innumerevoli titoli del filone supereroistico americano, vale a dire il genere più inflazionato degli ultimi 15 anni, vengano da noi (spesso giustamente) trattati con sufficienza e scherno, mentre lo sgomitare di un prodotto nostrano nello stesso territorio, venga salutato come un miracolo del cinema italiano. Ma sono anche abbastanza certo di potermene fare una ragione.

(3/5)

Star Trek Beyond (Justin Lin 2016)

Cosa diamine stanno dicendo? Vero, ero molto stanco mentre vedevo il film, ma davvero non riuscivo a capire cosa diamine stessero dicendo. Dopo ogni flusso di parole sostanzialmente privo di intento comunicativo, mi perdevo a pensare ad altro. E in molte occasioni ho dovuto anche domandarmi cosa diamine stessi vedendo. Star Trek Beyond, il terzo capitolo dell’era Abrams, diretto da Justin Lin, è un film solidamente vacuo e inutile. Non si può dire che non sia riuscito, sembra proprio scritto, progettato e realizzato per scorrere caoticamente davanti agli occhi, senza lasciare traccia. Essendo un film di fantascienza mainstream, la grandissima parte di quel che si vede è realizzato in computer grafica, e l’essenza, la tenuta della CGI sono anche validi. I personaggi sono ben inseriti nei fondali digitali e interagiscono senza particolari effetti di scollamento dalla realtà elaborata; gli oggetti stessi, le navi spaziali, le architetture, sono belli, solidi, hanno un design accurato e futuribile. Ma l’azione, quasi ininterrotta, ha la stessa incomprensibilità e mancanza di necessità delle parole. L’inquadratura è sempre molto ravvicinata, gli spazi spesso scuri, e gli scatti e gli stacchi continui della macchina da presa regalano lunghe sequenze di dettagli sfuggenti, convulsioni in primo piano che impediscono di mettere a fuoco un movimento complessivo. Anche nei momenti di relativa quiete, la visione dello spettatore si avvicina ai soggetti con contorsioni, mezzi giri, rimane obliqua, si ostina in micromovimenti del tutto ingiustificati. Immagino che Justin Lin adotti questa tecnica in Fast & Furious, per restituire la continua impressione d’incontinenza cinetica, l’immagine che sfugge, tanta è la sua velocità, e che l’avvicinarsi al soggetto aiuti a riportare ogni scena al movimento continuo, ma per lunghe sequenze la domanda è stata: cosa diamine sto vedendo?

Star Trek Beyond non dà assolutamente ai suoi personaggi una dimensione cinematografica – cosa che, invece, il primo film riusciva a fare – ma li inserisce in una trama da episodio dilatato, con personaggi e meccanismi ultrastereotipati, adoperando i personaggi principali, Spock su tutti, come macchiette che hanno l’unico compito di ricordare allo spettatore la propria caratterizzazione base. Per il resto, l’intreccio è tanto risaputo da non presentare, di per sé, alcun motivo di interesse.

Menzione per scena più ridicola al comandante Kirk che folleggia in motocicletta, dove non vale nemmeno quello che ho scritto su della buona fusione fra personaggi e ambiente. Menzione per la migliore scena alla costruzione visiva della città sospesa nello spazio, una sfera fra Escher e Pomodoro creata da un viluppo di canali, strade, nastri, edifici, che si esplora con piacere.

(2/5)

Il Regno di Wuba – Monster Hunt (Raman Hui 2015)

Dalla Cina, patria della censura, arriva un film per bambini dove un uomo fa da madre surrogata per la Regina dei Mostri. Cattodem italiani, in marcia su Pechino! Tornate vittoriosi. O non tornate affatto. Anzi, anche vittoriosi, non tornate affatto, così vinciamo tutti. Monster Hunt ha incassato così tanto (primo posto in Cina, fra le produzioni cinesi) che è arrivato addirittura da noi. Nonostante l’impostazione grafica voglia i mostri un po’ viscidi e non proprio gradevoli, la quota Bianca (anni 4 a breve) è rimasta apertamente affascinata dal piccolo Wuba, e divertita dalle altre improbabili figure.

Se si ha un po’ di confidenza col cinema estremorientale, si possono intuire le peculiarità del prodotto. Su un impianto narrativo tutto sommato lineare e conosciuto (il regista ha lavorato anche a Shreck), si dilungano piacevoli momento wuxia, i coreografici combattimenti fra guerrieri apparentemente privi di vincoli con la terra. A questo si aggiungono idee e dettagli impensabili per un film fanciullesco occidentale – alcuni dei quali con una sfumatura appena più realistica non sfigurerebbero in un horror – e una gestione dei tempi che si dilunga su momenti della storia che siamo abituati a considerare secondari.

Si tratta, in definitiva, di un film ben fatto, con un messaggio tendente all’integrazione e un invito a non giudicare l’altro seguendo categorie superficiali e stereotipate. Cose non originali, ma che hanno un valore oggettivo e, a quanto pare, da non dare per scontato; proposte, inoltre, da un film che non fa sconti nella rappresentazione mostruosa dei mostri. Mi diverte abbastanza sia arrivato alle sale italiane dove, ne sono sicuro, per diversi motivi farà storcere più di qualche naso.

(3,5/5)

Star Wars – Guerre Stellari IV, V, VI, I, II, III, VII. Visioni con Bianca

StarWarsEpisodeIVANewHopeHo rivisto, spinto dallo spirito del tempo e del merchandising, la saga disponibile di Star Wars, proponendone la visione a Bianca – classe 2012. Dato l’entusiasmo e la partecipazione con cui l’esperienza è stata accolta, una delle prime cose che mi viene da appuntare è come, al momento dell’uscita del Ritorno dello Jedi, a sei anni, io fossi piuttosto intimorito anche dai soli trailer, dove vedevo una sorta di yeti (e il nome del film non faceva altro che continuare a depistarmi) urlare versi incomprensibili e minacciosi. Vidi Star Wars solo un paio di anni dopo, mentre Bianca ha da subito concesso la sua fiducia e la sua amicizia a quell’essere, presto soprannominato Ciubi.

Non sapendo se saremmo andati avanti, ho preferito iniziare con la trilogia originale. E gli episodi IV, V e VI, bisogna ribadirlo, pur basandosi su un’estetica e degli effetti molto più “ingenui” dello standard cui i bimbi di oggi sono abituati (e forse proprio per questo), sono quelli che con più facilità si innestano nell’immaginario, fornendo personaggi dalla caratterizzazione lineare, ma affascinante e definita. La prima trilogia, inoltre, offre una narrazione per macroblocchi semplici e compiuti, dove ogni scena ha una precisa finalità narrativa o spettacolare. Davvero poco viene lasciato alle chiacchiere o ai dettagli di sceneggiatura, mentre personaggi fiabescamente buoni buoni o cattivi cattivi intrecciano rapporti e conflitti in maniera esplicita e lineare. Una lunga favola piena di pupazzi buffi e a volte piuttosto brutti, e dei cattivi minacciosi e anche paurosi, che però ci rassicura sapere essere votati alla più completa sconfitta.

Guerre Stellari – Una nuova Speranza (1977), è un film anche più artigianale di quanto ricordassi, spesso ambientato in interni e con un numero piuttosto ristretto di attori realmente presenti, anche quando se ne sarebbero evidentemente voluti di più. Proprio star-wars-empire-strikes-back-postergrazie a questa sua elementarità, il film riesce a rendere facilmente accessibile un mondo avventuroso e fantastico, che ha la fortuna di ospitare alcune invenzioni spettacolari, come delle spade laser (con cui, devo dire, si fanno dei duelli quasi imbarazzanti per qualità schermistica), e una quantità di esseri bizzarri che si sforzano di vivere una quotidianità conosciuta e quasi banale, spendendo il loro tempo nei locali con musica dal vivo. L’Impero Colpisce Ancora (1980), pur essendo l’episodio di mezzo, si conferma il film cinematograficamente più valido e compiuto. Inoltre ha anche la peculiarità di essere l’unico in cui non esplode una Morte Nera, da quando nella galassia lontana lontana s’è cominciato a costruirne. Il pianeta Hoth, con tutto il suo ghiaccio, offre meraviglie: enormi macchine da guerra, adorabili Tauntaun che dentro puzzano come fogne, uno yeti; da sempre una delle mie parti preferite. Poi Dart Fener dà spessore al tutto e compare finalmente Yoda: l’unico Return_of_the_jedi_oldessere della galassia che possa competere in fascino con uno Wookiee o una principessa, per una bambina di quasi quattro anni, è Yoda. Il Ritorno dello Jedi (1983), non è mai stato al livello del precedente, ma una conclusione tutto sommato degna. Jabba – interpretato da un Marlon Brando senza un filo di trucco – è un mafioso di tutto rispetto, la sua scena madre mi terrorizzava. Complici anche gli alleggerimenti digitali e posticci, oltre al fatto che le ho anticipato tutti i momenti più “duri”, Bianca l’ha invece gestita senza grandi problemi. Certo gli Ewoks non consentono una chiusura in grandissimo stile, e le dinamiche su Endor sono decisamente rozze, ma lo scontro diretto tra Luke e Fener è davvero epico, e proprio non vedevamo l’ora che si togliesse quella maschera. In fondo sei buono, lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo.

Alla fine della prima trilogia sono seguiti alcuni giorni di consolidamento, con messe in scena da parte di pupazzetti – Star-Wars-Poster-1sceneggiate da Bianca – che solitamente finivano con passeggiate padre figlio sul lato chiaro della forza, possibilmente con una puntata dal gelataio. Visto che lei, rendendomi ovviamente orgoglioso, continuava a chiedere a bimbi grandi e bimbi piccoli se avessero visto Guerre Stellari e conoscessero Ciubi, ho ritenuto di concederci anche la visione della seconda trilogia, che fra l’altro anche a me mancava dai tempi dell’uscita in sala.

La seconda trilogia è in realtà un affare più complicato di quanto ci piaccia credere. È una cosa in buona parte molto differente dalla prima (e in questo Lucas ha assolutamente ragione: lui, a fare qualcosa di diverso, almeno ci ha provato), che conserva alcuni aspetti d’autenticità analogica e si regge, nel complesso, su un digitale niente affatto male, per i tempi e in assoluto. Andiamo per ordine. La Minaccia Fantasma (1999), ha tantissimi problemi. È anche sorprendete come si cominci a parlare seriamente di burocrazia e intrighi di potere, quando fino a quel momento si è trattato di un fantasy cappa e spada totalmente incentrato sulle semplici storie dei sw_2_aotc-2040.0protagonisti. Nonostante questo, l’Episodio I è anche quello più schiettamente a misura di bambino, visivamente giocattoloso e innocuo, ma sì, Jar Jar rimane un’insalvabile macchietta irritante. C’è una corsa di bighe non da buttare, qualche paesaggio fantastico valido, e si comincia a capire che davvero Lucas aveva iniziato dall’Episodio VI perché non aveva i mezzi per costruire quello che voleva davvero. La conferma arriva con L’attacco dei Cloni (2002): quel che interessa l’autore è prima di tutto creare mondi, e deve aver sofferto, fino ad ora, a crearne di semivuoti, perché gran parte nell’impegno sta nel mostrare folle, città, raffigurare metropoli viventi e non avamposti sperduti in pianeti semideserti. Lucas si può permettere finalmente popolazioni coerenti che vivono fra le nuvole, hanno una loro civiltà, ci sono uomini, donne, bambini, hanno colli lunghissimi, sono evoluti e dall’aria serafica, oppure tozzi e chiassosi vivono sott’acqua in una bolla d’aria, in un tecnologico mondo medioevale. Questo aspetto della seconda trilogia lo trovo appassionato e affascinante. L’Episodio II, ad ogni modo, fra tutti i titoli è quello più radicalmente di passaggio, con lunghe scene votate all’avventura alla Flash Gordon e un’evoluzione dei personaggi principali piuttosto lenta e priva di episodi memorabili. Il tono comincia comunque a farsi più cupo e ambiguo, e a una piuttosto giovane età risulta faticoso accettare che il bambino biondo che si è visto pochi giorni prima, stia diventando un ragazzo confuso e aggressivo, e sia destinato a diventare il sw_3_rots-2040.0centro malefico del tutto. Niente, comunque, è cupo come La Vendetta dei Sith (2005), che per molti versi è il film più compiuto e maturo dell’intera saga. Se nel primo episodio Lucas, in un mondo di colori pastello, inseguiva un pagliaccio che calpestava delle merde, qui il nero incombe, pesante. Fa davvero paura Palpatine, figura che più di ogni altra attraversa la saga conservando tratti riconoscibili, e ci si concedono scene – come quella della strage dei giovanissimi allievi Jedi – che nella serie non hanno pari. Tanto che la visione a un certo punto si è interrotta, salvo poi riprendere alcuni giorni dopo su richiesta della diretta interessata, che ho fatto volentieri distrarre in molti passaggi. La Vendetta dei Sith, inoltre, spinge al massimo l’anima steampunk e porta nella storia quello che ritengo sia l’unico nuovo cattivo davvero di un qualche interesse, il generale Grievous. Un essere contorto, uno scheletro di metallo che custodisce un cuore umano e si muove come un ragno, in assoluto uno degli esseri concettualmente più problematici. E poi ci sono decapitazioni, tradimenti, il dramma sentimentale è reale e totale, insomma è un film davvero tosto. Al netto di un paio di leggerezze, l’Episodio III è il più complesso e riuscito della saga.

star-wars-force-awakens-official-posterNon è finita qui. Sono passati alcuni giorni in cui capitava di rievocare il tutto e si cercava di dare un senso cronologico alla cosa, che Bianca ha distillato in una sorta di cerchio in cui tutto ricomincia ancora e ancora. Il che, anche alla luce della serie di seguiti e approfondimenti che ci aspetta, mi sembra l’approccio che meglio rispecchia lo stato delle cose. Ci siamo dedicati, quindi, anche all’ancora caldo Il Risveglio della Forza (2015). La mia impressione, venata di scetticismo, non è molto cambiata. All’inizio mi sembrava di doverlo rivalutare, ma in realtà l’incipit è sicuramente la parte migliore. Nella prima parte mi è anche parso evidente che Rey dovesse essere la figlia di Leila ma non di Solo, poi non so; in realtà, vista la frammentarietà del progetto, non so neanche se ha un senso cercare degli indizi in quelle che sono probabilmente delle casualità espressive, all’interno di una messa in scena che non conosce le sue evoluzioni future. La mia compagna di visioni è rimasta colpita soprattutto dalla vecchiezza delle figure conosciute. Ha abbozzato su Han Solo, credo sia rimasta più spiazzata dalla principessa Leila (accomunata dal fratello diegetico da uno sguardo piuttosto vacuo). È rimasta anche sorpresa dalla facilità con cui il nuovo aspirante Dart Fener si mette e si toglie la maschera, riducendola, in effetti, a un orpello senza significato reale. I’Episodio VII sfoggia delle incongruenze nei nessi causa effetto e delle leggerezze narrative che non hanno pari nella saga, e la pretestuosità dell’azione finale lo porta, per incompiutezza, a gareggiare con L’attacco dei Cloni. Rimane un buon film d’azione, che almeno ha avuto la fortuna di imbroccare un personaggio principale e femminile ben riuscito.

Non ho, al momento, una chiusura ad effetto, né tanto meno definitiva, così come non ce l’ha Guerre Stellari. Se ne riparlerà alla fine della terza trilogia, quando la mia guida avrà sette o otto anni.

Guerre Stellari IV – Una nuova speranza: 4/5

Guerre Stellari V – L’Impero colpisce ancora: 4,5/5

Guerre Stellari VI – Il ritorno dello Jedi: 3,5/5

Guerre Stellari I – La minaccia fantasma: 2,5/5

Guerre Stellari II – L’attacco dei cloni: 3/5

Guerre Stellari III – La vendetta dei Sith: 4/5

Guerre Stellari VII – Il risveglio della forza: 3,5/5

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

The Hateful Eight (Quentin Tarantino 2015), Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu 2015)

hatefulPubblicato su Bologna Cult

Sono tra le firme più celebri e significative del cinema contemporaneo, quelle di Quentin Tarantino e Alejandro González Iñárritu, due autori che solitamente non hanno molto in comune, ma si trovano ad aprire assieme il nuovo anno con due personali rivisitazioni del genere classico e americano per eccellenza, il western. Le coincidenze non finiscono qui, perché The Hateful Eight – l’ottavo film di Tarantino – e Revenant sono ben lontani dalle rocce rosse riarse dal sole e dagli eroi granitici di John Ford, trascinandoci nell’inferno bianco delle incessanti tempeste di neve, nel gelo tagliente e i cieli plumbei che, piuttosto, nel 1971 mettevano alla prova i protagonisti di una delle più belle destrutturazioni del genere, il capolavoro di Robert Altman McCabe & Mrs. Miller (in Italia I Compari).

Odiosi, detestabili, l’appellativo hateful non rende piena giustizia al gruppo di implacabili carogne tenuto in cattività nel rifugio di Minnie, nel Wyoming degli anni successivi alla Guerra Civile, intrappolato da una bufera di vento e neve che rende un’impresa mortale anche raggiungere la latrina all’esterno del locale. Una rosa di grandi nomi – da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh – per mettere in scena l’accumulazione di conflitti che nasce dalla sosta forzata del cacciatore di taglie John Ruth, impegnato a portare al patibolo Daisy Domergue. Durante quasi tutta la prima metà The Hateful Eight anticipa quello che lo stesso Tarantino ha indicato come suo prossimo obiettivo, ovvero la scrittura per il teatro. In principio ospitata dagli angusti spazi di una diligenza trainata da un cavallo bianchissimo e uno nerissimo, l’azione si svolge sui dialoghi cesellati e coinvolgenti dell’autore di Bastardi Senza Gloria (anche quel film, per molti versi il suo migliore, presenta spesso i protagonisti seduti a un tavolo, a scambiarsi raffinatezze di scrittura degne della migliore commedia brillante). Con entrate in scena diversamente scandite, gli Otto si prestano a caratterizzazioni decise, costruiscono aneddoti ed episodi, ognuno prende le misure dell’altro, lasciando montare l’attenzione e la tensione. Dall’istrionismo di Tim Roth all’ostentata strafottenza di Jennifer Jason Leigh, ognuno si dipinge o viene dipinto come una delle peggiori incarnazioni dell’essere umano. Al contrario di Django, l’intento del regista e sceneggiatore è quello di privare lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento positivo, di trascinarlo in una baracca senza lasciare neanche intravedere alcuna via di fuga; il film, in questo, è perfettamente riuscito.

È nella seconda parte che The Hateful Hate può dividere nel giudizio. La linearità narrativa si spezza e irrompe brutalmente l’horror o, volendo rimanere sulla traccia teatrale, il grand guignol, e quei confronti e sospetti che riportavano una tessitura alla Agatha Christie e presentavano alcune esplicite velleità socio-politiche, affogano velocemente in esplosioni di sangue e violenza che ricordano, questa volta, più il Tarantino innamorato degli eccessi del cinema di genere, appartenenti a un lavoro come Grindhouse (che lo stesso autore ha indicato come il meno riuscito della sua filmografia, ma tant’è). Rimane, quindi, il dubbio se lasciarsi andare alla follia grottesca o rimpiangere uno svolgimento più in linea con le premesse. Personalmente credo che questa scelta abbia impedito la realizzazione di un’opera più focalizzata e, in un certo senso, più “importante”, per affidarsi a un divertissement che è per molti versi una soluzione shoccante, ma comoda.

revenantÈ invece il gelo del Nord Dakota a contribuire a rendere difficile – davvero, difficilissima – la già complicata esistenza del Redivivo Leonardo DiCaprio, alias Hugh Glass. L’anno è il 1823, gli spazi adesso sono aperti, immensi, la terra, le montagne e il cielo si fondono in una fotografia dai toni uniformemente glaciali. Dopo il pianosequenza – reale e artificiale – dell’ottimo Birdman, Iñárritu cambia decisamente tono e genere, ma conserva l’amore per le sfide e i virtuosismi tecnici. Revenant, infatti, è girato in diverse location, a quanto pare tutte piuttosto ostili, sfruttando la sola luce naturale, prevalentemente nelle ore del tramonto, e mettendo i suoi protagonisti in condizioni quanto più possibile disagevoli. D’altronde, si sa quanto le star hollywoodiane amino inserire nel loro curriculum eclatanti performance fisiche, e anche quanto queste facciano solitamente breccia nei cuori dei giudici dell’Academy.

Cacciatori di pelli, orsi feroci, indiani sanguinari, corpi deturpati e una vedetta da inseguire: Revenant è un film di sofferenza e sopraffazione, un’opera visivamente e concettualmente violenta che mette in stallo l’essenza stessa delle sopravvivenza, che diventa lo spoglio presupposto per lo sfogo di istinti selvaggi. Se la natura Inglobante immancabilmente rievoca la descrittività di Terrence Malick, l’orrore (dis)umano richiama la desolazione de La Strada di McCarthy. Il regista messicano segue l’azione, quando si fa sostenuta, portando la macchina da presa nel caos dello scontro e degli elementi, senza montaggi sincopati ma inseguendo i corpi e le ferite, si avvicina ai volti che si deformano ai lati dell’inquadratura. Iñárritu torna, come in 21 Grammi, ad accumulare sofferenza senza sosta, sfiorando e in alcuni momenti travalicando i limiti del parossismo. Che rappresentano, in buona parte, anche i limiti del film stesso. L’impressione è che la narrazione sia così costantemente piena di eventi e sussulti – fisici ed emotivi – da risultare fin troppo uniforme. Come se svolgesse una lunghissima introduzione concitata a qualcos’altro, e invece quell’introduzione è proprio il film. Ci sono episodi a più bassa intensità, e maestose digressioni visive, ma non sono sufficienti a dettare il ritmo. D’altra parte, Revenant non è nemmeno abbastanza distaccato da interpretare un’operazione radicale di forsennato iperrealismo, presentando DiCaprio in un ruolo da divo classico, con frequentissimi primi piani ed esasperazioni espressive. Rimane, ad ogni modo, una costruzione d’impatto, che per forza e consapevolezza visiva ha, nel nostro tempo, davvero pochi rivali. Per culminare nella più rappresentativa delle forme del western, il duello, incarnato in un’indescrivibile ferocia “stipata nel cuore della natura”.

The Hateful Eight: 3,5/5

Revenant – Redivivo: 3,5/5