Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)
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American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

Game of Thrones, episodio 2 stagione 8, l’astuzia narrativa

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Della seconda puntata di questa ottava e ultima stagione di Game of Thrones, ho molto apprezzato questa tecnica raffinatissima per far sfilare via i confronti importanti, in modo da lasciar dialogare i personaggi, ma senza che si arrivi a niente. Sansa a Daenerys: Allora che ne sarà del Nord? Le mani si staccano, tensione, arriva un tizio REGINA è PRONTO DA MANGIARE SI FREDDA. Daenerys e Snow: Allora sei l’erede maschio al trono? Come possiamo affrontare questa notizia inatteREGINA I DRAGHI HANNO CACATO PER STRADA.

Game of Thrones, una storia di zombie e araldica

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Con spoiler sul primo episodio dell’ottava stagione. Perché la cosa è passata un po’ in sordina, ma è ricominciato.

Primo spoiler: la prima puntata dell’ottava stagione di Game of Thrones dura cinquanta minuti. Ne passano 25 e pensi che succederà tutto nella seconda parte. Non succede neanche nella seconda parte.

Secondo spoiler: nella prima puntata dell’ottava stagione tutti i protagonisti si incontrano, si salutano fra loro e scoprono o si avvicinano a scoprire cose di cui lo spettatore è a conoscenza da millenni.

Terzo spoiler: incredibile come il fenomeno pop televisivo culturale del decennio abbia la scena più brutta che si ricordi, almeno dai tempi del lassismo trash degli anni ’80. Parlo naturalmente della svolazzata posticcia su dorso di drago, esteticamente improbabile, fisicamente impossibile e concettualmente riprovevole. Culminante su un incrocio di sguardi languidi con cascata sullo sfondo, insomma l’avete vista, avete presente l’intensità.

Alcuni attori di Game of Thrones. John S(k)now – la esse è privativa – ormai dovrebbe sapere le cose, ma ha sempre l’aria di quello che non le capisce. La regina dei draghi, madre degli eunuchi, protettrice del trucco e parrucco, semplicemente non ha un grande interesse per la recitazione. Mentre Cersei se togli la musica drammatica e i chiaroscuri medievali e ti concentri sul suo volto è una continua rassegna di espressioni ambigue in stile Occhi del Cuore. Molto italiana.

Quarto spoiler: anche qui, come succede ogni tanto e prevalentemente senza utilità, spunta fuori il figlio del re ammazzato dal cinghiale, quello che fa il fabbro. Sono quasi sicuro che nella frenesia abbiano ucciso, in questi anni, tutti quelli che potevano sapere chi è in realtà. “Merda, Ditocorto (vado a caso, Ditocorto comunque era uno che ne sapeva a pacchi) pure l’abbiamo ammazzato, non c’è più nessuno che sappia chi è questo tizio”. Un personaggio tirato dietro dalla prima stagione, senza uno straccio di documento d’identità.

Questa stagione finale di GoT sarà un preciso alternarsi di scene di zombie con scene di ricerche genealogiche e studi di araldica, necessari per stilare una classifica delle teste coronabili. I momenti migliori quando le linee si incontreranno, studi di araldica condotti da zombie, che strizzano gli occhi, curvi, su tomi polverosi. Spoiler: questa parte prenderà per intero le ultime tre puntate.

Polar (Jonas Åkerlund 2019), quando Mikkelsen non basta

polar-slowfilm-recensioneGuardare i film senza prima saperne niente, non è sempre una buona idea. Nuova poduzione Netflix, Polar, oltre al titolo che identifica una linea precisa del noir, ha in locandina un Mads Mikkelsen sagoma scura in impermeabile, di taglio, mentre nevica, triste con una pistola in mano. Insomma credevo fosse un noir vecchio stile con un approccio contemporaneo all’azione e alla violenza, come Vendicami, e invece è un fumettone pulp anni zero, una cosa che al tempo poteva almeno incuriosire per le scelte tecniche, e che oggi propone solo una collezione di cliché inserita in una sceneggiatura altrettanto frusta. Sin City, Kill Bill, Old Boy e un torture movie a caso sono i riferimenti di Polar, assemblati da un Jonas Åkerlund regista batterista metal svedese che porta al cinema la ridondanza e la teatralità vuota della sua musica preferita.

La storia è quella di Mikkelsen alias Black Kaiser impiegato in una fiorente agenzia di killer. Nel suo lavoro è il migliore e naturalmente la paga è buona, solo la Damocle, come politica aziendale, prevede che tutti i suoi dipendenti – quando ci arrivano vivi – vadano in pensione a cinquant’anni. Per risparmiare la liquidazione, però, spesso li fa ammazzare dai dipendenti più giovani. Che hanno ancora una ventina d’anni buoni davanti e, si sa, a quel’età la lungimiranza non è la prima delle qualità. Contro Mikkelsen, che ha comunque una sua presenza scenica, Matt Lucas incarna uno dei cattivoni più abusati del genere, ciccione unto, ambiguo e depravato con ambizioni nazi-chic vestito da completi dai colori sparati. Davvero uno dei personaggi più stanchi di sempre. Per farla breve, quel che manca con Polar è l’impressione di star vedendo un film. Qualche scena d’azione è quasi apprezzabile, e in generale non ho niente contro la linearità e la semplicità narrativa. C’è pure qualche tentativo estetizzante, per quanto anche questo standardizzato e plastificato nella patina ad alta definizione di molte produzioni Netflix. Polar si risolve nell’inseguimento svogliato di qualcosa che, come nel caso di Sin City, era già nata come una trasposizione meccanica, e quindi sbagliata, dal medium fumetto a quello delle immagini in movimento. Finge di voler essere spinto e cattivo, ma tutto sommato conserva sempre un rassicurante pudore, non riuscendo a trovare una dimensione che non sia puramente consumista.

(2/5)

Ralph Spacca Internet (Phil Johnston, Rich Moore 2018), meno ispirato di quando spaccava Tutto

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Nello spaccare Internet, Ralph non sembra trovare la stessa ispirazione di quando, sei anni fa, spaccava Tutto. Il nuovo Disney di Phil Johnston e Rich Moore ha meno idee, abbozza un’allegoria della rete accurata nell’animazione, ma ferma a una serie di spunti abbastanza ovvi. E, cosa sempre più diffusa e sempre meno sopportabile (da Ready Player One a Stranger Things a molti molti altri), riempie questa vacuità con un citazionismo esasperato, fatto di principesse e videogiochi famosi. Pare che le strizzatone d’occhio attraverso la riproposizione blandamente ironica di icone pop continui a funzionare. Non si può neanche parlare più di decontestualizzazione, dal momento che questi film sono diventati esclusivamente dei contenitori, e gli scatoloni consentono solo di accumulare, non di dare letture alternative.

ralph spacca internet locandinaRalph spacca Internet procede per fasi narrative slegate e messaggi opportuni, come quello dell’amore come necessario riconoscimento dell’indipendenza e l’autonomia dell’altro. Accanto a questo, un messaggio un po’ più sotterraneo, che vede la possibilità di fare migliaia di dollari in poche ore con la produzione di video scemi, aiutati dagli algoritmi filantropi e disinteressati della rete. Altro fattore inquietante, è la scrittura di un Ralph che è né più né meno che uno stalker, rendendo piuttosto difficile al personaggio conservare la sua simpatia. Come nel primo episodio, lo scontro finale richiama immagini horror, e la massa di Ralph striscianti, incoscienti, ammassati nel realizzare un enorme Ralph fatto di massa brulicante, ottusa e rosea di altri Ralph, è una visione abbastanza malsana.

(2,5/5)

Sicario: Day of the Soldado (Stefano Sollima 2018)

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Sicario era la dimostrazione di come un bel film d’autore, con le sue lentezze e le sue ombre, potesse avere anche la forma di un film d’azione. Soldado è la dimostrazione di come rallentare un brutto film d’azione non sia sufficiente a renderlo un film d’autore.

Taylor Sheridan con questa sceneggiatura completa la sua trilogia di quattro film (aperta a un quinto), prende ancora a caso da Ghost Dog, mentre una Hildur Guðnadóttir prova a scimmiottare anche Jóhann Jóhannsson.

(2/5)

Film di Natale e dove vederli: Qualcuno Salvi il Natale, Mowgli – Il figlio della giungla

qualcuno-salvi-natale-v2-40574Qualcuno Salvi il Natale (Clay Kaytis 2018) è meglio di quanto prometta il suo trailer. Un film familiare, meno stucchevole di tanti, con più ritmo di tanti altri, con Kurt Russell a vestire l’impeccabile completo rosso del testimonial della Coca Cola. Un Babbo Natale, quello di Russell, che ci tiene ad apparire in forma, ha una discreta carica action e un incontenibile senso del ritmo. Più dello stracitato Jena Plissken, ricorda le pose e i movimenti di Elvis Presley, che Russell ha impersonato per Carpenter nel 1979, e richiamato ne La Rapina del 2001 (un film con un sacco di problemi, ma la banda degli Elvis ha innegabilmente un suo perché. A pensarci, ci sono ottime possibilità che Babbo Natale da giovane fosse Elvis). Russell ha anche il pregio di non mangiarsi il film, che al centro mette – com’è giusto – una ragazzina e suo fratello che hanno bisogno di ritrovare la fiducia in loro stessi, nella loro famiglia, nelle possibilità che tutti noi custodiamo come un prezioso tesoro brillante ma fragile come il cristallo che dobbiamo avere il coraggio di curare e condividere accettando anzi nutrendo le nostre differenze e la nostra sensibilità. Ci riusciranno, o finirà tutto in un bagno di sangue? (3,5/5)

mowgli_locandinaMowgli – Il figlio della giungla (Andy Serkis 2018) è il secondo film da regista di Gollum, qui anche nei panni digitali dell’orso Baloo. Di Mowgli si è molto detto quanto sia più cupo e crudo della versione Disney. “Cupo, crudo” sono anche i due aggettivi con cui lo riassume Netflix. Rispetto all’inutile Libro della Giungla di Jon Favreau (uno dei tanti titoli che la Disney ha ricalcato – e sta ricalcando – nel formato live, in trasposizioni così piatte da non poter funzionare in nessun altro senso se non in quello economico), Mowgli è sicuramente più cupo, ma, soprattutto, somiglia a un film. La maggiore drammaticità dei toni e la vicinanza con il testo originale permettono di evitare facilmente il paragone con le precedenti produzioni.

Rohan Chand è il ragazzino reale immerso, come accade nella grande maggioranza dei titoli mainstream, in un mondo virtuale. Il digitale del film, è vero, non è il massimo dell’accuratezza e della coerenza, salti di prospettiva e altre approssimazioni non sono rari. Al tempo stesso, le scelte nella raffigurazione degli animali sono il tratto distintivo del film. Gli animali hanno un’imponenza e  una rozzezza primitive, sono muscolosi, ricoperti di segni e cicatrici, ritorti, sono lo spirito antico della giungla, divinità come i cinghiali e i lupi di Miyazaki, e sono anche feriti, esseri ancestrali che stanno diventando vecchi. Non c’è ricerca di realismo e di umanizzazione, ma di espressività animale, accentuata dal bel lavoro sui suoni che mescola la parola ai versi gutturali e ferini. Così Baloo ha un muso nero e spelacchiato che gli consente di riportare le linee del volto di Serkis, i lupi somigliano a sciacalli, l’elefante è tanto antico da essere ricoperto di muschio, la tigre è la personificazione della rabbia, il serpente misura il tempo contorcendosi in un numero infinito di spire. Chand è un ottimo Mowgli, rispecchia l’ibridazione fra natura e cultura lasciando che le stesse – la giungla e le sua ombre, i colori artificiali della vita del villaggio – conservino un ruolo di primo piano; si mette al centro del racconto riuscendo a evitare che questo diventi solo la storia di un bambino selvaggio, lasciando esprimere le diverse forze e i loro conflitti. (4/5)

Hilda e Over the Garden Wall, due serie per bambini sono fra le cose migliori che possa incrociare un adulto

hilda locandinaPuò arrivare un momento dell’esistenza, prevalentemente connesso al fatto di avere avuto una figlia o un figlio, in cui l’espressione “per grandi e piccini”, per quanto standardizzata e logora, assume un significato di una certa rilevanza. E può accadere che le visioni più originali e soddisfacenti vengano da produzioni per grandi e piccini. È il caso di due serie, da trovare agevolmente su Netflix.

La prima è la recente Hilda (Luke Pearson 2018), serie tv anglo canadese basata sulla graphic novel di Luke Pearson, trentuno anni e già tante cose belle all’attivo. La prima stagione conta 13 episodi da 20 minuti, e una volta cominciata diventerà la visione principale, per quella manciata di giorni utile a lasciarvi poi con la nostalgia. Hilda racconta le avventure di un gruppo di bambragazzini (età stimabile attorno ai nove anni), ambientate in un mondo dove la realtà e la quotidianità sono ravvivate da consistenti elementi fantastici. Hilda è una sorta di incontro fra i Peanuts e Miyazaki. Dal primo prende la leggerezza del tratto, la poetica del rapporto fra bambini, che consente di affrontare diversi temi con fantasiosa semplicità, l’intuizione di non prendere mai niente troppo sul serio. Dal secondo si prende il gusto per un fantastico mai banale, sfaccettato, la presenza dello stesso nella natura e nelle contraddizioni umane, e un gusto per l’avventura più vicino alla scoperta che all’azione. Oltre alle suggestioni animiste giapponesi, Hilda incrocia diversi miti nordeuropei e una quantità di citazioni cinematografiche, alterna e mescola le scene fra la cittadina di Trollberg e boschi incantati, e sviluppa tredici piccoli racconti autonomi parallelamente a una linea che sviluppa i rapporti fra personaggi, e spesso si arricchisce di nuovi. Dal racconto romantico del Gigante delle Montagne, alla comica maniacalità di elfi innamorati della burocrazia, al cinismo accorato dello splendido Uomo di Legno, Hilda è una visione leggera, eppure piacevolmente intensa. Utilissima per visioni trasversalmente appetibili, ma assolutamente consigliata anche in mancanza di un giovane alibi.

over the garden wall locandinaLa seconda serie, Over the Garden Wall (Patrick McHale 2014), è sostanzialmente un ottimo film animato diviso in 10 puntate da 10 minuti. Produzione americana, riportata da noi con la voce di Sio che, dopo un po’ di spiazzamento per le doti non proprio da doppiatore canonico, risulta anche simpatica e caratterizzante. Over the Garden Wall è un’esperienza pienamente lisergica; un tratto che da sempre rende felici grandi e piccoli, spesso presente nelle opere dedicate a questi ultimi, assieme a un certo gusto per il macabro e la tensione. Le storie per bambini generalmente sono cose da adulti. Anche in Garden Wall l’influenza di Miyazaki è grande, e qui ancora più esplicita nel ricalcare le figure delle streghe dalla testa enorme, sempre in equilibrio tra sopraffazione e accudimento materno. Ma in poco più di un’ora e mezza sono decine le situazioni stranianti e centinaia le idee che rendono questa serie veramente intensa e singolare. L’altro riferimento, che si rispecchia nel tratto netto e solo apparentemente elementare, viene dalle Silly Symphonies e dagli albori dell’animazione che, negli anni ’30, creavano atmosfere ricche di inquietudine e stranezze, scheletrini, esseri bizzarri e cambi repentini nella narrazione. Over the Garden Wall è qualcosa di densissimo, irresistibile e un po’ ambiguo, come la melassa della grande hit “Con Patate e Melassa“, che Bianca ha continuato a cantare, con testo rigorosamente improvvisato, per le settimane a successive.

Hilda: 4,5/5

Over the Garden Wall: 4,5/5

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte (Terry Gilliam 2018)

don chisciotte gilliam slowfilm recensioneCervantes, oggi, con ogni probabilità scriverebbe il suo Terry Gilliam. Il Don Chisciotte di Gilliam non potrà mai competere, in unicità e grandezza, con le disavventure che in venticinque anni hanno accompagnato la sua produzione. Ma il film, alla fine, c’è, e tutto sommato è uno dei Gilliam migliori degli ultimi anni.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte, sceneggiato dall’ex Monty Python assieme a Tony Grisoni (con lui già in Paura e Delirio e Tideland), trova infine i suoi protagonisti in Adam Driver e Jonathan Pryce, gettati in un’epopea che, in modo abbastanza convincente, riesce a portare l’azione nei nostri giorni, e parallelamente a riportarla nel mondo del Cavaliere dalla Trista Figura e delle sue deliranti avventure. Il Don Chisciotte tanto desiderato, in realtà si inserisce perfettamente nelle abitudini del regista. Gli sono vicini ParnassusLa Leggenda del Re Pescatore e il Barone di Munchausen (questo con parecchi punti di contatto), nel raccontare in modo caotico e grottesco lo scontro – maledettamente amaro – tra razionalità e fantasia, dove quest’ultima è la dimensione in cui il protagonista cerca rifugio, in maniera sempre inconsapevole e incosciente. Lo scontro è doloroso, ma, al di là di come questo si concluda, riesce sempre ad affermarsi una storia, che pretendeva di essere raccontata. Nel caso di Don Chisciotte questo vale tanto per il film, quanto per il percorso che ne ha infine reso possibile l’esistenza (peraltro raccontato, in parte, dal bel documentario del 2003 Lost in La Mancha).

Gilliam fa poca distinzione fra momenti diversi, riducendo il peso delle differenti fasi narrative e quindi il peso dell’evoluzione stessa della storia, privilegiando una struttura paratattica che rispecchia l’epica del soggetto. Don Chisciotte è un continuo girotondo, ogni passaggio si avvita su di sé e intanto produce vortici sempre più intensi. All’interno di questa ricercata confusione, la scrittura non è però sempre efficace, può frammentarsi e sfilacciarsi senza trovare una suggestione o un movente che giustifichino tanto disordine, e l’impatto può essere straniante. Il film sviluppa comunque una sua forza complessiva, trova in Pryce un protagonista in parte, esilarante in alcuni momenti, e regala alcune scene a cui tornare, col ricordo e con la visione.

(3,5/5)