Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

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Logan Lucky – La truffa dei Logan (Steven Soderbergh 2017)

la truffa dei logan slowfilm recensioneArriva anche da noi Logan Lucky, con il titolo La Truffa dei Logan, mentre Soderbergh ha già sgravato un altro film, Unsane, un thriller girato con gli smartphone (non so perché, ma non mi parte il wow), e prodotto Ocean’s 8. Tutta questa iperattività può darci qualche indizio, sul perché Logan Lucky sia un film scritto col culo. Pardon, un film scritto senza grandissima cura. Si propone, e ci tiene anche a esplicitarlo nel film, come l’Ocean’s 11 in salsa redneck e contorno repubblicano. Fin qui, tutto bene, come promettente è il cast, da Adam Driver a un ironico Daniel Craig, e anche il trailer, che propone ritmo e spasso.

Quel che non si capisce è perché fare un film su una rapina (heist movie, dicono i barbari), uno di quello con i tunnel e i piani ingegnosi, e poi trattare il piano stesso con confusione e approssimazione. Vengo dalla visione de La Casa di Carta, e il confronto non regge. Non si tratta di verosimiglianza, anche la serie spagnola di forzature ne ha parecchie, ma del saper dare a ogni passaggio un’idea di necessità e incertezza, saper avviare un meccanismo che integri sorprese e imprevisti all’interno di una reazione a catena. Nel film di Soderbergh questo non c’è. Ogni tanto succede qualcosa, ogni tanto compare qualcuno, sono parti slegate da ricollegare, parzialmente, a cose fatte, ma senza che si abbia l’impressione di un disegno di cui svelare la riuscita. A funzionare meglio sono le singole caratterizzazioni, qualche dialogo (in particolare la tirata sull’indolenza di George R. R. Martin), qualche scena vicina ai Coen e ai loro idioti alle prese con piani sgangherati. La struttura, però, non è quella: ci si trova invece di fronte a un piano inspiegabilmente raffinato (davvero, perché il protagonista dovrebbe essere in grado di elaborare una cosa del genere?), che si basa sul provvidenziale realizzarsi di una quantità di coincidenze.

(3/5)

Fantascienza a basso rendimento: The Cloverfield Paradox e Downsizing

cloverfield paradox slowfilm recensioneC’è questa pratica molto postmoderna, non a caso associata a quell’animale del marketing che è J. J. Abrams, che consiste nel prendere un film non di primo piano, o magari neanche riuscito troppo bene, e dargli visibilità inserendolo nell'”universo Cloverfield”. Si fa tutto più facilmente della maggior parte dei lavoretti di Muciaccia: si azzecca la parola Cloverfield nel titolo e, con abbondante colla vinilica, una scena nel film che confermi la distruzione del mondo da parte di esseri alieni, mostruosi e privi di moventi, come nel primo Cloverfield. Il secondo capitolo 10 Cloverfield Lane, è, per il momento, l’episodio migliore di questa serie (buona atmosfera, ottimi protagonisti, nel complesso un film che ha pure qualcosa da raccontare), mentre questo recente The Cloverfield Paradox (Julius Onah 2018), distribuito da Netflix, è una roba senza senso. C’è gente in orbita alla ricerca di un modo per produrre energia infinita per una Terra ormai spossata, e un piccolo incidente porta all’ingarbugliarsi di realtà alternative e svariati altri effetti collaterali. Paradox si snoda per una serie di scene ingiustificate e ingiustificabili, di stampo soprattutto horror, infarcite da citazioni che vanno da Alien in giù, inseguendo eccentricità letali alla Final Destination e altre bizzarrie alla Twilight Zone, senza avere poi alcuna voglia di renderne conto. Una rassegna di situazioni piuttosto strane, ma neanche così sorprendenti, fini a loro stesse, inframmezzate dalle svampite sdrammatizzazioni di Chris O’Dowd e dal considerevole profilmico di Elizabeth Debicki.

(2,5/5)

downsizing slowfilm recensioneAlexander Payne fa dei film che per qualche motivo mi incuriosiscono, quindi finisco quasi sempre per vederli. Solitamente si tratta di soggetti accattivanti, che però Payne riesce a trattare in modo piuttosto scialbo, come se volesse essere dissacratorio ed elegante allo stesso tempo, e alla fine non riuscisse in nessuna delle due cose. Nonostante questo, Payne riesce spesso a trovare il favore di chi cerca del cinema quasi d’autore, che non sia troppo impegnativo. Downsizing (Alexander Payne 2017), purtroppo, sembra aver lasciato piuttosto indifferenti un po’ tutti. Il tema di un’umanità che si miniaturizza per poter meglio gestire le risorse, non trova una linea convincente. Payne, anche sceneggiatore, sfiora l’aspetto ludico per poi abbandonarlo, sostiene per buona parte del film un tormento privato di cui non frega niente a nessuno, per poi buttarsi sulla critica sociale ed ecologica, spruzzandola di romanticismo rivoluzionario. I diversi aspetti finiscono per inquinarsi fra loro, non riuscendo a restituire nessuna immagine davvero forte o memorabile. Io, almeno, non memoro già quasi più  nulla.

(2,5/5)

Qualche film agile e piuttosto divertente: Smetto quando voglio masterclass + ad honorem, Paddington 2

smetto quando voglio masterclass slowfilm recensioneIl secondo e il terzo capitolo della saga di Sydney Sibilia sono in realtà un unico film, ed è un film più divertente e riuscito dell’esordio. Cambiano, rispetto al primo, gli sceneggiatori (con l’eccezione dello stesso Sibilia, sempre presente) e cambia il tono. Smetto quando voglio si distacca dal recriminare qualunquista dell’italiano geniale e bistrattato, per abbracciare l’iperbole del crime movie all’americana in salsa nostrana. Una salsa ben riuscita, molto più gustosa, per dire, di quella alla base di Jeeg Robot. La sceneggiatura è decisamente più accurata della media, costruisce un meccanismo che funziona e lo arricchisce di un umorismo sopra le righe ma non forzato, ben gestito da tutti gli attori (gran gruppo, c’è da dire). Molti sono anche i dettagli realistici, legati alle specifiche conoscenze dei personaggi, accompagnati da dettagli burocratici che svelano la loro intima assurdità. Masterclass in particolare, in quanto episodio libero anche dall’intralcio di dover dare una chiusura, è una gran prova di cazzeggio. Ad Honorem pure regge, perdendo qualche colpo quando sceglie di voler dare un finale dal retrogusto amaro, dove non proprio tutto riesce a raggiungere la tensione ricercata. Poco male, rimane un lavoro che funziona, ricco di caratterizzazioni intelligenti e di episodi in cui si ride davvero.

paddington 2 slowfilm recensioneMolto grazioso anche il ritorno dell’orsetto Paddington. Come spesso accade, una volta conosciuto il personaggio e accettata l’idea, sdoganata nel primo capitolo, i successivi raccontano storie indipendenti, che non lasciano evolvere né arricchiscono più di tanto i protagonisti. Non è necessariamente una cosa negativa, anzi, con una buona sceneggiatura può essere una condizione che consente di dare più forza alle singole scene. Paddington 2, inoltre, può contare nuovamente sull’apprezzabile direzione di Paul King, che con un certo equilibrio dà forma a un fumettone molto british, arricchito da architetture, simmetrie e movimenti di macchina vicini al Wes Anderson più divertito. Un buon cinema familiare. Segue immagine di un orsetto dallo sguardo austero, un superpotere che può risultare molto utile.

paddington sguardo austero

Smetto quando voglio – masterclass (Sydney Sibilia 2017): 4/5

Smetto quando voglio – ad honorem (Sydney Sibilia 2017): 3,5/5

Paddington 2 (Paul King 2017): 4/5

Annientamento – Annihilation (Alex Garland 2018)

annientamento-slowfilm-recensioneL’Area X del mondo di annientamento è una Zona selvaggia dove le forme di vita sono in mutazione, ibridazione, duplicazione, dove fra le tante citazioni e associazioni ce n’è una legata ai colori sgargianti di questa dimensione sperimentale, fatta di cellule e processi impazziti. Passando dal prisma di The Dark Side of the Moon, altro incubo dal cromatismo acceso, la rifrazione di Annientamento scompone la luce rendendo visibili i suoi componenti, scompone i diversi materiali genetici e li confonde. All’interno di una bolla di sapone, il viaggio nella Zona del film di Garland è una parata di tumori e parassiti colorati, un’esplosione incontrollata di vita e un intreccio di funzioni alla scoperta, forse, di uno stato più definito e funzionale.

Oltre alla vicinanza con Stalker, che conduce individui tormentati dai loro desideri in un luogo dove siano imprevedibili i rapporti fra causa ed effetto, c’è quella diretta con l’originario libro degli Strugatzki, Picnic sul Ciglio della Strada. Passando forse da qui, anche il romanzo di Jeff VanderMeer prende la suggestione dello stravolgimento delle leggi della – nostra – natura, a opera di un capriccio alieno.

Un passo indietro e una precisazione: Annientamento si nutre di suggestioni affascinati, è anche un film apprezzabile, ma, per quanto migliore del sopravvalutato Ex Machina, con cui condivide il tema della ricerca e la definizione dell’identità, non è un lavoro particolarmente ambizioso e riuscito. Per qualche insondabile motivo, infatti, Garland non si sbarazza di quei passaggi meccanici, forzati, sbadati, da b-movie, che si ritrovano in gran parte dell’azione mainstream. C’è quasi da credere che sia una scelta, quella di continuare a fornire cliché conosciuti e rassicuranti, che sarebbe anche semplice correggere. Si aggiunga a questo che il buon cast tutto al femminile propone personaggi potenzialmente complessi, ma praticamente abbozzati.

Il suo meglio Annientamento lo dà nella frazione finale, quando la protagonista si confronta con l’essere all’origine di tutto, e le canzoncine standard di flashback nostalgici sono spazzate via da suoni profondi, ripetitivi e primordiali. Garland qui calca sullo sperimentalismo visivo, con un occhio al singolare Beyond the Black Rainbow, e spoglia le sue figure dalle forme umane, rivolgendo l’altro bulbo a Under the Skin. Lena (Natalie Portman) si confronta con un essere prima mutevolmente informe, quindi comincia un dialogo lisergico e simbiotico in cui le due entità si avvicinano progressivamente, si incontrano a metà strada, fino a diventare indistinguibili, in una reciproca contaminazione. Avvicinandosi anche in questo al film di Glazer, Annihilation riesce a rappresentare il distacco di un essere che quasi gioca con un mondo che non è il suo, avendo il potere di modificarlo, e lo fonde con la disperazione di una ricerca della coscienza e dell’identità che è, però, già indice di un’esigenza umana.

Tra bassi e alti, fra cui spicca una danza conclusiva che trova una certa cinematografica libertà, rimane un film che riesce a dare forma a molte inquietudini, e offre più di tanti altri sia sul campo visivo che su quello concettuale, trovando un compromesso tutto sommato accettabile fra ricerca e luoghi conosciuti.

Grassa produzione Netflix, in streaming su Netflix.

(3,5/5)

Chiamami col Tuo Nome; Lady Bird; Borg McEnroe; I, Tonya; Voyage of Time

chiamami col tuo nome slowfilm recensione

– Cose di crescita e sentimenti

Questo approssimativo viaggio nelle visioni recenti si apre con Chiamami col tuo Nome – Call me by your Name (Luca Guadagnino 2017), arrivato finalmente anche alle sale italiane e candidato a quattro statuette dell’Academy, fra cui miglior film e, per Timothée Chalamet, migliore attore protagonista. Il film nasce da una sceneggiatura non originale di James Ivory (anche questa in gara), adattamento del romanzo omonimo di André Aciman. Nell’estate del 1983, da qualche parte nel nord Italia, Guadagnino tesse l’incontro fra il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver, studente e ospite del padre di Elio nella sua assolata villa secentesca. Con ricordi di Bertolucci e Visconti, e l’eleganza dello stesso Ivory (e, qui come in A Bigger Splash, una tensione che ho associato al Mankiewicz di All’Improvviso l’Estate Scorsa), Guadagnino costruisce un racconto sentimentale che unisce attrazione fisica e intellettuale, mostra la scoperta di sé e dell’altro ricercando rapporti e sentimenti che, con differente registro, sembrano ispirarsi ai lavori del taiwanese Tsai Ming-liang (in particolare I don’t want to sleep alone e Vive l’amour, oggetto di una citazione diretta in chiusura). Io preferisco di certo lo sguardo silenzioso di Tsai a quello romantico e un po’ vezzoso di Guadagnino, ma questo fa parte di disposizioni soggettive. Quel che è evidente, fin dalle prime scene, è la capacità di raccontare una storia con calore, con uno sguardo artistico e partecipativo. Mi sono ritrovato a pensare che, tutto sommato, in pochi sanno farlo come gli autori del cinema italiano, che quando funziona mostra un’intimità che altre scuole hanno sacrificato a favore di meccanismi forse più spettacolari e coinvolgenti, ma a lungo andare più comuni. Quello di Guadagnino è un cinema che trova la sua modernità in un’intensità classica, la sua è una voce originale, che si sta affermando come una delle più rappresentative.

lady bird slowfilm recensione

Lady Bird (Greta Gerwig 2017) è appunto uno di quei film, anche gradevoli, che ricalcano un linguaggio molto diffuso, quello del cinema indie americano. L’opera prima da regista di Gerwig è assolutamente riuscita, come un buon film dell’amico Baumbach (Frances Ha, forse il suo migliore, ha proprio lei come protagonista e cosceneggiatrice). Riesce a non naufragare nelle parole o in altre tentazioni come le troppe musichette, il volersi mettere troppo in mostra, l’idea di aver rivoluzionato la settima arte con qualche trovata più o meno sopra le righe: tutti vizi di cui questo cinema è pieno. Con pesi diversi all’interno della storia, Lady Bird condivide con il film di Guadagnino, oltre a Timothée Chalamet, anche la scoperta della sessualità e del rapporto che intrattiene con i sentimenti, il ruolo fondamentale della comprensione e dell’amicizia nel restituire semplicità a qualcosa che, sotto pressione, rischia di diventare complessa. Molto brava Saoirse Ronan, che già brillava nel mezzo disastro Amabili Resti, il film ha forse il problema di risultare dimenticabile: pulito, ben fatto, ma a distanza di qualche giorno è in buona parte evaporato.

borg mcenroe slowfilm recensione

– Cose di rabbia e sport

Borg McEnroe (Janus Metz Pedersen 2017) è una cosa abbastanza interessante, ma un po’ vecchia. Racconta un pezzo di storia dello sport nel modo più semplice possibile. Non è del tutto un male, conta su un buon materiale di partenza, opera delle ricostruzioni molto fedeli di scene di repertorio, ma, specialmente nel duello finale, si sente la mancanza di qualche guizzo di regia, di qualche scelta. Il modo stesso in cui vengono trattate le biografie non si distacca mai dalla storia principale, offrendo giusto qualche aneddoto di contorno. La narrazione è piuttosto sbilanciata verso Borg, mentre la cosa più interessante del soggetto è proprio nel modo opposto in cui ognuno dei due elabora una rabbia che, in principio, li rende estremamente simili.

I Tonya slowfilm recensione

Punta invece su una regia e una scrittura molto più presenti I, Tonya (Craig Gillespie 2017), che racconta un noto, confuso e controverso evento di cronaca legato allo spietato mondo del pattinaggio sul ghiaccio degli anni ’90. Impersonata da una notevole Margot Robbie, Tonya Harding vive nella periferia esistenziale e culturale degli Stati Uniti, ha una madre inqualificabile e spesso violenta, ed è circondata da imbecilli. Veloce, spesso divertente, il film di Gillespie potrebbe essere la naturale prosecuzione, e anche uno dei punti più alti, della così detta trilogia degli idioti dei Coen (che conta un buon Fratello dove Sei, ma anche un paio dei momenti più scialbi della carriera dei fratellini, Prima ti sposo poi ti rovino e Burn after reading). Gillespie trova un registro che nell’immediato toglie drammaticità agli eventi, senza però disinnescarli, ma portandoli fino all’autoriflessività dell’assurdo e riuscendo, nel complesso, in ciò che a Pedersen è sfuggito, cioè costruire un discorso più grande delle vicende da cui trae ispirazione.

voyage of time slowfilm recensione

– Cose vecchie e mollicce

Terrence Malick, questo è un altro grosso passo falso, di peggio hai fatto solo To the Wonder. Voyage of Time fa parte di quei film, come il capolavoro di Ron Fricke Samsara, come l’apripista Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che vogliono farci vedere tutto il mondo. Vogliono usare il cinema per darci davvero l’idea di quanto questo sia vasto, e incredibilmente affollato, e deserto, e meraviglioso, e decadente, e mutante. Terrence Malick, in quanto Terrence Malick in persona, aveva tutto il diritto di voler dire la sua, il suo è uno sguardo che racconta il mondo da quasi cinquant’anni. Ma lo ha fatto molto meglio con le sue scene sospese, all’interno di un flusso narrativo, che in questo lavoro interamente dedicato all’origine del tempo e della Terra. Concettualmente, il film è molto vicino alla parentesi cosmogonica di The Tree of Life; lì, però, la costruzione, anche nelle immagini astratte, era perfettamente riuscita, e trovava forza sia nell’integrazione in una storia, invece, umana e concreta, sia nella durata più limitata e nella bellezza del Lacrimosa di Zbigniew Preisner, parte essenziale di un grande momento di cinema. Voyage of Time, con la voce over di Cate Blanchett che invoca ripetutamente la Madre origine di tutto, è un susseguirsi di immagini spesso troppo didascaliche, o troppo documentaristiche, o troppo finte (sono molte le parti con ricostruzioni digitali), fa fatica a trovare un senso che non sia già stato detto molto meglio dallo stesso autore. Si parte da qualcosa che potrebbe somigliare a una rete neurale, forse l’immagine di un’intelligenza divina, da cui si creano universi, mondi, più nello specifico il nostro mondo, più specificamente ancora lava, oceani, trasformazioni, un viaggio nel tempo per disporre la nostra casuale esistenza sulla Terra. Il fascino di alcune immagini non si discute, pur concentrandosi, il nostro, su molte bestie viscide e mollicce, che strisciano o nuotano nei mari preistorici, e fra un’eruzione e un dinosauro pensieroso, la ricostruzione di Malick finisce per avvicinarsi troppo alle visioni televisive del National Geographic, coproduttore del progetto.

Chiamami col Tuo Nome 4/5

Lady Bird 3,5/5

Borg McEnroe 3/5

I, Tonya 4/5

Voyage of Time 2,5/5

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh 2017), La Ruota delle Meraviglie (Woody Allen 2017). Il racconto della propria vita come ultima speranza

tre manifesti a ebbing missouriNon c’è molto da dire su Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, perché è un film che non nasconde niente. Parlarne si riduce a elencarne le cose buone. Che ci sono, a cominciare dal cast, da Frances McDormand a Woody Harrelson a Sam Rockwell, tutti bravissimi. Ed è un film dove su un incipit drammatico si innestano altri registri, moventi grotteschi e isolati alleggerimenti comedy. Si tratta sicuramente del miglior film di McDonagh, che era stato bravo ma meno misurato con In Bruges, mentre con 7 Psicopatici mi aveva messo nell’imbarazzante situazione di non farmi piacere un film con Christopher Walken e Tom Waits.

McDonagh, sceneggiatore e regista, racconta diverse declinazioni del dolore e della rabbia, tutte forti e totalizzanti, racconta l’impatto devastante di queste emozioni quando sono espresse e imposte all’esterno, al paese sonnolento che è Ebbing, che preferisce nascondere le consuete perversioni. Tre Manifesti presenta diverse svolte narrative, con cui regala interesse a tutti i suoi protagonisti e li fa crescere (anche bruscamente), ma non mette mai in dubbio quale debba essere il senso del suo racconto. La complessità di McDonagh sta nella scrittura, in un certo senso dimostrativa, anche se efficace, e non si trasferisce alla lettura, che si trova a seguire indicazioni più che suggerimenti. Sicuramente, è già qualcosa.

(3,5/5) 

ruota delle meraviglie slowfilm recensioneLa prevalenza della scrittura  è anche più accentuata ne La Ruota delle Meraviglie, che ha un’impostazione assolutamente teatrale. Un Woody Allen in forma che ancora plasma il cinema nella sua forma più poetica, quella dei racconti di vita e dei personaggi comuni, che provano ad adattarsi all’eccezionalità delle loro vicende. Nei colori caldi degli anni ’50 e di un luna park sull’oceano, Allen condiziona e sconvolge i toni di un racconto potenzialmente devastante, riportando i momenti più drammatici nelle ellissi narrative e in eleganti uscite di scena. All’interno di una storia articolata, Allen focalizza le emozioni contingenti dei personaggi, e in quei momenti trova costantemente un equilibrio. A sottolineare l’intimità attraverso cui i protagonisti si raccontano, un rosso accentuato firmato Storaro, che ricopre i loro volti e i dialoghi avvicinandosi ancora di più alle luci artificiali del teatro, piuttosto che a quelle naturali del realismo cinematografico.

Naturalmente fondamentale, anche qui, l’apporto degli attori, su tutti quello di Kate Winslet, che guida l’intreccio fino a una notevole scena finale: un lungo pianosequenza con la macchina da presa che volteggia fra gli attori e segue il ritmo del dialogo, mentre, come Norma Desmond, ancora si illudono di poter definire la realtà attraverso le loro parole.

(4/5)

Coco (Lee Unkrich, Adrian Molina 2017)

cocoFacendo due conti, alla Pixar non riusciva davvero un film dal 2009, anno di Up. Coco è un buon film, e teniamocelo stretto, che poi si ricomincia con i numeri di Gli Incredibili 2 e Toy Story 4 (quattro). Dopo i ghiacci di Frozen e il sale di Oceania, Disney – Pixar prosegue nel filone “etnico”, ispirato da diverse culture, favole, credenze e religioni. Personalmente, non sono particolarmente attratto dai racconti troppo caldi, dalle chitarre dei mariachi e dalle famiglie allargate, non sono particolarmente attratto dal Messico, ma Coco funziona. E per un’ampia prima parte la sua ispirazione viene da lontano, ricordando in molti modi La Città Incantata. Dal capolavoro di Miyazaki riprende il viaggio inaspettato di un bambino nel mondo degli spiriti, la costruzione di un mondo di architetture fantastiche brulicanti di forme bizzarre, la ricerca dell’identità fino anche al riferimento al senso e al valore del proprio nome. Dall’animismo giapponese si passa all’iconografia del Dìa de Los Muertos, ma Coco conserva una prima parte prevalentemente descrittiva, come nei momenti migliori delle produzioni Pixar.

Coco, che comunque non raggiunge i livelli di ricchezza visiva, astrazione e poesia del maestro giapponese, nella seconda parte torna alla compiuta narrazione occidentale. Lo fa azzeccando una serie di personaggi riusciti, a cominciare dall’allucinato cane Dante, e qualche bella scena, su tutte quella della stessa Coco che, come un delicato omaggio, pur dando il nome al film non ne è la protagonista. Superate le scene più visionarie, il film di Lee Unkrich racconta una storia ben definita e anche ben congegnata, classica nella sua compiutezza e nell’opportunità dei colpi di scena, riportando concretezza – come abitudine dello studio californiano – in un mondo fantastico che, tutto sommato, si muove sempre secondo meccaniche conosciute, che  possano portare un messaggio collaudato e ben riconoscibile.

(4/5)