Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

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Room (Lenny Abrahamson 2015), La Grande Scommessa (Adam McKay 2015), Mistress America (Noah Baumbach 2015)

room slowfilm recensioneHo visto Room quando ho scoperto che ha la regia di Lenny Abrahamson, ma non è troppo diverso da quello che avevo ipotizzato. È un film estremamente emotivo, in alcuni momenti difficilmente sostenibile. Abrahamson mette in scena una descrizione partecipata dell’azione che spezza il fiato, un po’ come fece, a memoria, Bloody Sunday di Greengrass. Ma Abrahamson, ed è il motivo per cui mi piace, solitamente fa il contrario: lascia distendere racconti privi di scene topiche e dirige con distacco storie di un’umanità posta o che si pone ai margini, lasciando che sia lo spettatore a doversi avvicinare a loro. Room invece travolge lo spettatore, con meccanismi che qualcosa di ricattatorio comunque ce l’hanno, lasciando gran parte del lavoro – altra cosa che non amo – a un bambino di cinque anni e ai rischi che questo corre. Di certo il film è ben fatto, un meccanismo ben congegnato, che colpirà soprattutto le donne per il rapporto madre figlio totalizzante e doloroso. Dopo una prima parte dedicata al thriller e l’ansia, Room ne ha una seconda più psicologica che descrive la totale identificazione nella figura altra, gli egoismi che ne nascono e i conseguenti sensi di colpa, la difficoltà della relazione con l’esterno e della sua comprensione. Il tutto in maniera fin troppo efficace e diretta. (3/5)

la grande scommessa slowfilm recensioneLa Grande Scommessa è dinamico e divertente, cosa strana (ma forse neanche così strana) da dire su un film che parla di speculazioni legate alla bolla del mercato immobiliare, che dal 2005 porterà alla crisi finanziaria l’America e gran parte dell’Occidente. Ho letto da più parti che si tratterebbe di un lavoro difficilmente comprensibile: non è vero. In una sorta di operazione Michael Moore 2.0, anzi, il film tratto dal libro di Michael Lewis ha fra le sue principali missioni quello di spiegare passaggi e tecnicismi, rendendoli quanto più immediati e appetibili. E, pur rimanendo a un livello inevitabilmente superficiale, ci riesce alla grande. Ci saranno, così, veri e propri siparietti con la celebrità di turno intenta a esporre in un discorso diretto con lo spettatore le basi della crisi, con linguaggio alla mano e in circostanze ancora più ammiccanti, a cominciare da una Margot Robbie impegnata in un bagno in vasca. Questa via di mezzo tra fiction e documento, con le spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore, non mi è nuova ma, al momento, mi ricorda giusto il Riccardo III di Al Pacino, che di tanto in tanto si voltava verso il pubblico per giustificare salti di intere parti o riassumerne e commentarne altre.

La sfilata di stelle, comunque, non è solo quella dedicata alla didattica frontale. Da Chritian Bale a Brad Pitt, da Ryan Gosling a Steve Carell, è pieno di attoroni che in pochi frasi e movimenti degli zigomi ti tratteggiano un carattere, ed è soprattutto questo aspetto scorsesiano il bello del film. Rimane l’impressione, però, che a voler costruire una serie di personalità accattivanti, ci si sia ridotti a dipingere ogni strafottutissimo speculatore come un antieroe che salverebbe volentieri il mondo, ma è invece obbligato, suo malgrado, a limitarsi a diventare tremendamente ricco. (3,5/5) 

mistress americaMistress America. Mi dispiace non averne scritto prima, perché a Baumbach voglio molto bene, e da Frances Ha anche a Greta Gerwig. Attrice e personaggio molto intrigante, che ha scritto il film con Baumbach e dà sempre l’impressione di portare sullo schermo una buona parte di sé; una cosa che credo si possa definire autenticità, ma che nel caso della Gerwig sembra andare a braccetto con tanto intelligente lavoro di costruzione e, in un certo senso, sperimentazione. Mistress America è un film di amicizia femminile, (ancora) più minimale e logorroico di Frances Ha, e per questo meno immediato. Motivo per cui mi sono ripromesso di rivederlo, ma ovviamente non è ancora successo. Un film parlato fino alle estreme conseguenze, eppure non ridondante, o rintronante, e comunque piuttosto asciutto. Alla costruzione dell’originale personaggio affianca riflessioni universali sulla ricerca di qualcosa cui valga la pena di dedicare la vita, sull’arte, sulla fragilità dei rapporti e su come, tutto sommato, alcuni rimangano comunque sottopelle. Un gioiellino che dura quanto un tempo di un film medio di supereroi, un’ora e venti. Devo rivederlo. (4/5)

Frances Ha (Noah Baumbach 2012). L’attitudine vincente dei loser.

frances ha rcensione slowfilmLa vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico. Diceva Wim Wenders. La vita di Frances è in un bianco e nero che rende la quotidianità e il suo realismo qualcosa di meno individuale, qualcosa di intimo ma non privato. E forse c’è un filo che da Wenders passa per Jarmusch, si colora con Wes Anderson e conserva con Baumbach lo sguardo necessario a rendere la vita leggera e stralunata abbastanza da poter essere raccontata.

Proprio al Jim Jarmusch di Stranger Than Paradise sembra guardare Frances Ha, ai tempi vuoti rinchiusi dentro appartamenti impersonali, ai viaggi che si dimostrano presto dei falsi movimenti. Rispetto ai personaggi di Jarmusch Frances è più vitale, è una figura metropolitana disposta al rapporto col prossimo, ma è proprio in queste relazioni che spicca la sua magnifica diversità, l’attitudine loser che trovo assolutamente vincente. È bello vedere che ci si può rompere le palle in un viaggio a Parigi, che è più facile sentirsi estranei che al proprio posto, che la poesia può sì essere ovunque, ma può anche mancare nei posti dove sarebbe più ovvio trovarla. Ed è bello vedere Frances, aspirante ballerina, saltare e correre per strada con grazia fin troppo terrena, seguirla con un carrello e ritrovarla in complici, leggeri primi piani, mentre la vita non diventa semplice, né impossibile.

(4/5)

Greenberg (Noah Baumbach 2010)

Baumbach è un autore, uno di quelli che ti spinge a vedere un suo film perché c’è il suo nome; rientra nella tassonomia dei nuovi cineasti indipendenti, ma dal 2005 (Il Calamaro e la Balena) non ha niente da spartire con le strizzate d’occhio o le gemmazioni estetizzanti che caratterizzano molti colleghi. Baumbach è Baumbach, con tutto il valore aggiunto e l’idealismo che porta con sé il rispetto del principio d’identità.

Anche Greenberg è uguale a Greenberg e il film ha un ruolo, all’interno della produzione cinematografica, molto simile a quello che il protagonista ha nella sua storia. Greenberg è poco incline ai compromessi, affetto da pericolosi lampi di lucidità, sotterraneamente alla ricerca di approvazione, ma troppo poco furbo per convertirla in un falso interesse per gli altri.  

Baumbach con Greenberg si focalizza sul singolo, unica possibile incarnazione dei deboli, i disadattati, che solo incidentalmente si confrontano e più spesso preferiscono trovare alibi alla propria emarginazione. Il volto è quello dell’ultraquarantenne Ben Stiller, finalmente portatore insano dei primi ciuffi di capelli bianchi. Fa i conti con un futuro non pianificato, con i vecchi sguardi e l’irrisione dei nuovi, con un cane malato e con una ragazza, Greta Gerwig, forte della propria fragilità. Un’attrice, quest’ultima, costantemente sotto le righe e monocorde, forse troppo calata nel ruolo di performer che non concede mai una scintilla negli occhi, ma tutto sommato funzionale all’autoemarginazione del film di Baumbach.

(3,5/5)

Il ciuccio è ferito ma non è morto.

Allora, la smettiamo di arronzare film in questi post informi? No, non ancora.

Visto ormai un po’ di tempo fa, Mr. Jealousy è il secondo film di Noah Baumbach. Il ragazzo è migliorato, perché questa commediola non è che brilli per originalità. Eric Stoltz entra in un gruppo di autoanalisi, una specie di anonima alcoolisti senza alcool, per seguire un ex fidanzato, affascinantemente scrittore, della sua attuale fidanzata. Per non destare sospetti, veste e racconta la vita di un suo amico. Qualche battuta divertente, scelte registiche quasi a zero, e un sacco di scrittori. Nei film e nei libri radical chic (i baumbach, i wes anderson, gli auster…) c’è sempre almeno uno scrittore, o due scrittori antagonisti, in america le occupazioni di default sono psicologo e scrittore, le città pullulano di osservatori minimalisti che con sguardo inedito colgono dettagli che agli altri sfuggono, incrociano inevitabilmente per la via altri scrittori, si guardano negli occhi, stupendosi per l’atteggiamento curioso dell’altro, senza sospettare d’essere incappati in un altro romanziere al lavoro. Gran bel posto, l’america.

Intanto lo scrittore Baumbach è alle prese con un progetto Greenburg nella cui sommaria descrizione leggo le minacciose parole “trilogia” e “Shyamalan”. Avendo quasi due anni per farmene un’idea, al momento non approfondisco.

L’albero della vita. Spinto dalla curiosità, alla fine l’ho visto. Pi greco a me piacque, Requiem for a dream no, poi questo film ha dato ad Aronofsky la fama di sprovveduto, la gente gli rideva dietro, sputava sui suoi piedi, e metteva puntine da disegno sulle sedie su cui avrebbe poggiato il culo. Non è un film sobrio, l’albero della vita. È un film che non ha alcun timore di essere pacchiano, una specie di bara placcata d’oro. E la protagonista, nei suoi ultimi giorni, fa la scrittrice. Però non è così disprezzabile, e sotto la quantità di riferimenti pseudo ascetici e new age, sotto le cacate inquisitorie, c’è un’elaborazione del lutto e della sofferenza piuttosto sincera. Alla fine lo salvo, questo Aronofsky senza vergogna.

Andiamo a roba più recente, perché poi non mi ricordo cos’altro ho visto. Un paio di Boyle. Regista che, senza dirlo a nessuno, dopo Trainspotting ha fatto Una vita esagerata. Una roba sconclusionata e pallosa con Ewan Mc Gregor e Cameron Diaz. Poi, riuscendo a dirlo ad un po’ più gente del solito, poco fa ha fatto The Millionaire, che è piaciuto un sacco. Boyle non è una persona misurata, ha uno stile molto definito, e con questo stesso stile racconta storie di vario genere. Per me immagini digitali, inquadrature sbilenche e montaggio pop vanno bene se hai voglia di appicciare il sole o se devi fuggire da zombies velocissimi, meno se vuoi raccontare la storia di due bambini indiani che ne passano di brutte e di bruttissime. Un melodrammone neorealista con una soluzione finale non troppo diversa da un film che si chiama Una vita esagerata. Il tutto non è il massimo dell’equilibrio. Senza dilungarmi, sono sostanzialmente d’accordo con Miss Pascal.

Ember è inaspettatamente una cazzatona. Uno vede un film così, con Murray e Robbins, pensando sia una cosa bizzarra, divertente. E invece è una cosa di plastica, indecifrabile nella totale mancanza di nessi logici. Una favola che non ha nessuna voglia di essere raccontata.

Paure del buio, Peur[s] du noir, è un film d’animazione a più mani e più episodi, in bianco e nero, produzione francese, intenti cupi. Quattro cortometraggi legati da altri due spezzettati. Il tutto reperibile in dvd de l’internazionale a 9 euro. Interessante l’operazione, nel complesso riuscita, il più d’impatto il primo corto, di Burns, il più bello quello di Mattotti: sia dal punto di vista visivo che da quello contenutistico, quasi capolavoro. Si spazia fra varie angosce, molti sottintesi, tanta atmosfera, quasi zero splatter.

Gioco del giorno: se hai letto fin qui, scrivi nei commenti "pinguino".

Mr. Jealousy: 2,5/5

L’albero della vita: 3/5

Una vita esagerata: 1,5/5

The Millionaire: 3/5 (fino all’ultimo quarto d’ora)

Ember: 2/5

Paure del buio: 4/5

Il Matrimonio di Mia Sorella – Margot at the Wedding (Noah Baumbach 2007)

Il Matrimonio di Mia Sorella è un bel film, sicuramente più godibile e sorprendente per chi non abbia visto Il Calamaro e la Balena. Però se non hai visto Il Calamaro e la Balena mi spiace; davvero, guardalo, è anche meglio di Il Matrimonio di Mia Sorella. Credo il concetto sia chiaro. Potrei anche fare un altro giro, ma mi si squaglierebbe il ghiaccio nella menta. Vi piacerebbe un bicchiere di menta col ghiaccio, vero? Per me è anche meglio di Il Calamaro e la Balena e Il Matrimonio di Mia Sorella. Che voi non l’abbiate mi spiace: provatelo, Un Bicchiere di Menta Col Ghiaccio.

Non ho trovato molte informazioni sulla vita di Noah Baumbach, ma ci sono ottimi motivi per credere che Il Calamaro sia un film fortemente autobiografico. D’altronde se sei nato in una famiglia borghese col padre scrittore puoi giusto raccontare di questo, mica puoi scrivere come Bukowski del tuo metodo per scommettere ai cavalli. Ti siamo già grati del fatto che nella tua opera non ci siano parole come Matrice e Midiclorian.

No, scherzo, Noah, sei davvero ottimo, sei sintetico, diretto, a modo tuo molto cattivo.

Dicevo, fortemente autobiografico Il Calamaro, e questo Matrimonio potrebbe essere una trasposizione al femminile e con un salto in avanti di una venticinquina d’anni della stessa famiglia. Lui è la Kidman scrittrice, il fratello minore che è diventato sorella c’è, le dinamiche tese pure. E il gioco. La prima scena del Calamaro con la partita da tennis è fantastica, in tre minuti e un paio di battute delinea tutti i ruoli ed i rapporti di forza. Anche qui il gioco, la sfida (la partita a croquet, l’arrampicata sull’albero) permettono il confronto diretto, la competizione. Ma la particolarità dei personaggi di Baumbach sta proprio nel loro essere sempre in competizione, e sempre estremamente espliciti, scoperti, aggressivi e vulnerabili. Il confronto è fra le loro interiorità, senza far ricorso ad allusioni od ipocrisie, più o meno ogni scambio è uno schiaffo in piena faccia. Il che rende la cosa molto asciutta ed interessante, nonostante il cospicuo uso di parole.

Ma attenzione, mentre masticavo il mio cubetto di ghiaccio ho sentito qualcuno pensare “ma allora questo è un film solo di sceneggiatura, verboso, fors’anche un po’ noioso”, no, non lo è, perché nella sua struttura il film ha l’accortezza di lasciare ogni scena ed ogni possibile conclusione un po’ sospesa, accordando così maggiore attenzione al personaggio che alla sua storia; perché pur essendo girato in gran parte con camera a mano ha una scala cromatica fredda e particolare, simile a quella dell’opera precedente, e ricorda di mostrare anche lo spazio che c’è attorno ai personaggi; perché messi in un vero film Nicole Kidman e Jack Black (Jennifer Jason Leight lo sapevamo già) sono veri attori.

(3,5/5)