Pre-visioni: Dumbo, Tim Burton 29 marzo 2019

dumbo burton

Il Dumbo di Tim Burton sarà uguale all’originale Disney, ma con un paio di bambini superflui e un elefantino dalle orecchie varicose, truccato come il Joker di Heath Ledger. Discreta noia per i più grandi e risvegli inquieti per i più piccoli, che per settimane balzeranno nel cuore della notte combinando la paura atavica per i clown con quella nuova per gli elefantini dagli occhi cerulei. Se a qualcuno il film non piacerà, gli si potrà dire che non ha capito che è una parabola sulla diversità.

Il regista di Edward Mani di Forbice sfogherà la sua vena autoriale nella scena di Dumbo strafatto che vede i rosaelefanti, per cui saranno richiamati concetti come lisergico, visionario e viaggio senza freni nel subconscio del giovane pachiderma.

Target: animalisti depressi, bambini ignari e fan del Joker di Heath Ledger

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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton 2016). Un Burton horror per la prova migliore da molti anni

peregrineA voler fare i conti, questo è il miglior film di Tim Burton da almeno dieci anni. E arriva quando titoli di assoluta piattezza come Dark Shadows e Big Eyes mi avevano ormai convinto che nient’altro di buono sarebbe venuto dal regista di Burbank. Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children è una sorpresa, un intreccio di piani e temi che racconta storie universali e sentimenti particolari, portando ora sullo sfondo, ora in primo piano, la Guerra vera e personaggi fantastici, che riflettono nella propria unicità l’assurdità e l’orrore del conflitto. E si tratta, per molti versi, del film di Burton più vicino all’horror. Pur avendo consacrato la sua filmografia al dark e al fantastico, l’autore li ha sempre declinati in modo favolistico, o folkloristico. Qui, invece, trovano spazio diverse scene e immagini piuttosto impressionanti, direttamente legate al genere.

Tratto dal libro del 2011 di Ransom Riggs, Miss Peregrine offre numerose invenzioni fantastiche, dalle caratterizzazioni – ben riuscite – dei ragazzi speciali e delle figure mostruose che li perseguitano, alla creazione di loop e intrecci temporali, alla realizzazione di scene dal forte impatto visivo. Anche se in modo forse non perfettamente armonioso, trovano spazio diversi riferimenti e citazioni, dagli X-Men ai primi lavori di Guillermo del Toro, all’omaggio ai pionieristici scheletri a passo uno di Harryhausen. Nella miscela di umori e generi riesce a prendere forma una sensazione definita, opprimente: la minaccia costante della guerra e dei bombardamenti. Che si riflette, senza annullarsi, nella cappa temporale in cui Miss Peregrine (una Eva Green assolutamente in parte) cerca di dare protezione a bambini e ragazzini che appaiono mutati dagli orrori che sono costretti a vivere. Pur nell’enorme distanza, alcuni dettagli e, in certo modo, il tono uniforme dei colori che costruisce attorno ai protagonisti una sorta di gabbia, mi hanno ricordato sensazioni legate alla Trilogia della città di K.

La paura, nel film di Burton, è strettamente legata al tempo e alla realtà inaccettabile che porta con sé, alla scena sospesa di bambini che osservano aerei da guerra volare sopra le loro teste. La cosa più preziosa che posseggono sono i propri occhi, che consentono di legarsi al cinema, al racconto che regala l’illusione di poter sopravvivere in un sogno.

(4/5)

Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5

Tim Burton su Gli 88 Folli

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Gli 88 Folli è un nuovo sito – indovina – di #cinema con cui ho il piacere di collaborare. In occasione dell’uscita di Big Eyes, un volo planato sulla filmografia di Tim Burton, da non burtoniano

CON BIG EYES IN SALA, UNO SGUARDO SULLA FILMOGRAFIA DI TIM BURTON

Con Big Eyes in sala, uno sguardo sulla filmografia di Tim Burton

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Pubblicato su Gli 88 Folli

Tutto comincia con Pee-wee Herman, personaggio per la tv dei ragazzi americani che nel 1985 diventa protagonista del primo lungometraggio di Tim Burton: un Pee-wee’s Big Adventure dai ritmi blandi e lo sguardo lieve, che già lascia scorgere l’anima stralunata del regista. Da subito intercetta gli umori e le finanze del pubblico, e tre anni dopo Beetlejuice (da noi accompagnato all’amabile descrizione Spiritello Porcello) è già un esemplare compiuto di cinema d’intrattenimento dalle peculiari tinte dark, ricco di humour, elementi fantastici e invenzioni visive. Nel film Michael Keaton e Winona Rider, nomi ricorrenti nel cinema di Burton, da subito portato ad affezionarsi a uno staff di fedelissimi.

A un passo dai ’90 — indubbiamente il decennio di Tim Burton — Batman è la prima versione moderna e senza calzamaglia del giustiziere di Gotham, nonché il fenomeno di massa che aprirà la strada ai franchising dei supereroi. Lo stile di Burton costruisce un mondo grottesco, debordante, avvolgente, che pur non avendo grandi velleità filologiche riesce autonomamente a ricreare un’atmosfera da fumetto, dove un uomo mascherato può suscitare sorpresa e contemporaneamente essere preso sul serio. Molti dei contagiati dall’antica batmania non riusciranno mai davvero ad adattarsi al Batman nolaniano, figura seriosissima con la mantellina e le orecchie a punta in un universo alla Michael Mann che tende continuamente a rigettarlo. Cardine del Batman di Burton è Joker, Jack Nicholson nel suo ruolo d’elezione, che porta il villain dadaista a impadronirsi dello schermo, sancendo definitivamente la superiorità dell’antagonista nell’economia del racconto. Tutto è efficacemente iconico: la bionda Basinger, Michael Keaton eroe solitario abbastanza duro da reggere il duello, e una serie di giocattoli meravigliosamente analogici, un baraccone esagerato, cinefilo e denso di scene cult.

Fin qui, tutto bene.

L’anno dopo – il ritmo di produzione è serratissimo – arriva quello che per molti è il film della consacrazione, anzi il film di Burton: Edward Mani di Forbice. Messo da parte Michael Keaton, Tim Burton comincia a dipingere la faccia di Johnny Depp, pratica che nei ventidue anni successivi sentirà spesso il bisogno di replicare. Ho dovuto rivederlo, Edward, perché temevo di aver cristallizzato un ricordo distorto e disfattista, ma anche la revisione non ha fugato la maggior parte dei miei dubbi. Sotto l’aura mitologica, e ancora sotto la satira smaccata, si cela un film profondamente patetico. È indubbio il fascino visivo e in particolar modo scenografico, interessante l’amalgama impossibile fra le tinte zuccherine del borgo anni ’50 e il mondo punk e gotico del protagonista. Ma a voler considerare Edward per quello che è, cioè un film e non un poster nella stanza di una ragazzina, la sceneggiatura di Caroline Thompson è ricorsiva e poco propensa a giustificare i passaggi narrativi, mettendo alla prova anche la struttura accondiscendente della fiaba. Burton parla molto di sé, della sua diversità ed emarginazione, adoperando simboli e metafore molto dirette e diluendole in spunti umoristici autoindulgenti. Sarà più interessante vederlo parlare della sua arte, come accadrà con Ed Wood.

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Fra i due compare il secondo episodio dedicato all’eroe mascherato, quel Batman – Il ritorno, l’unico sequel a firma Burton. Pur essendo un buon film non raggiunge il livello del primo, denso d’istinto pionieristico e artigianale. Incentrato sulle figure del Pinguino e di Cat Woman (anche qui Keaton è in secondo piano, mentre Michelle Pfeiffer fornisce il personaggio più interessante dell’episodio), il film è più solido, definisce con sicurezza i meccanismi del giocattolo, e per questi motivi è meno aperto e intrigante.

Nel 1994 Ed Wood è un film a sorpresa nella filmografia di Burton: per originalità e intensità, è il migliore. Ogni impeto grottesco è radicato nel mondo reale, rendendo tutto molto più amaro. Non c’è il patetismo di Edward, ma il sentimento vero nel rievocare, di nuovo attraverso Depp, la vita e le ossessioni di quello che è stato definito il peggiore regista di sempre. Tim Burton parla della nascita del suo immaginario, e lo fa con un film sincero, delicato, che può limitare il linguaggio solitamente debordante, trovando nel racconto del reale il modo più raffinato ed efficace per offrire spunti onirici e per rincorrere i suoi modelli ideali.

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Agli antipodi il successivo Mars Attacks! (1996), un film eccessivo, ripetitivo, omaggio sfrenato alla fantascienza anni ’50 che, attorno ad alcuni riusciti spunti visivi, costruisce davvero poco.

Sleepy Hollow torna al fumettone gotico, con la costruzione più dettagliata e coesa dell’universo immaginifico del regista. È, al tempo stesso, il film che con più evidenza mostra grandi capacità nella creazione di personaggi e atmosfere e, d’altra parte, sfilacciamenti nella gestione dell’azione. Una tendenza e un limite che il regista mostra anche in opere, come questa, che richiamano spesso l’azione. Niente poteva lasciar presagire Planet of the Apes, film che Tim Burton sembra gestire in preda alla noia, sentimento trasmesso intatto allo spettatore.

La produzione altalenante porta nel 2003 a Big Fish, l’ultima pellicola davvero riuscita. Affiancato da un inedito Ewan McGregor, Tim Burton mette in scena un viaggio fatto di incontri, avventure, esplorazione, un racconto incentrato sul senso epico che il tempo regala agli avvenimenti e, soprattutto, sull’idea di una narrazione che diventa identità, esclusivamente se chi ascolta è disposto a farne parte. Pur permeato di malinconia, anche grazie a McGregor Big Fish è mediamente più soleggiato delle altre opere burtoniane.

Con La Fabbrica di Cioccolato (2005) nei panni di Willy Wonka s’impone nuovamente l’impiastricciato Depp, per un lavoro pop tutto sommato godibile e più brillante della versione piuttosto sgangherata del 1971, spesso indicata come trasposizione migliore del libro di Roald Dahl più per affezione anagrafica e nei confronti di Gene Wilder, che per altro. Gli anni successivi segnano un progressivo abbandonarsi alle raffigurazioni in computer grafica, che muta radicalmente il cinema di Tim Burton. Molto del suo fascino, infatti, è dovuto alla capacità di portare nel reale figure e tinte di un definito immaginario fantastico, mentre il cinema “numerico” spazza via buona parte del fascino artigianale.

Nell’estetica burtoniana, Sweeney Todd risente molto di questo vuoto digitale, ma è reso interessante dall’essere l’unico film davvero cattivo del regista. Il cinema di Burton ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror (per molti tratti è l’esatto opposto del cinema di Gilliam). In Sweeney Todd la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, restituendo per una volta alla favola i suoi aspetti più autenticamente e semplicemente malati, e offrendo dei succulenti pasticci di carne come non se ne vedevano dai tempi di Titus.

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Nel 2010 Alice in Wonderland, che sembrava dover essere l’approdo naturale degli istinti di Tim Burton, è un film arreso al green screen, poco riuscito praticamente da ogni punto di vista, eccetto quello degli incassi. L’ennesimo truccatissimo e distratto Johnny Depp è un Cappellaio che di matto ha poco e che conduce lo spettatore in situazioni e ambientazioni desolate e desolanti. L’avventura di Alice è ridotta a una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. La nota più credibile del film è la giovane Mia Wasikowska, azzeccata nella parte della protagonista.

Un ulteriore passo indietro, ad ogni modo, è ancora possibile, e Dark Shadows, partorito quando il boom dei vampiri cominciava a segnare il passo, è un film inesistente e perennemente fuori bersaglio, invischiato in pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo.

Nonostante tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, dedicato, come Ed Wood, alla particolarità di una storia reale. Il trailer è di quelli che raccontano proprio tutto.

Dark Shadows (Tim Burton 2011)

Non c’è nessuna meraviglia, in questo Dark Shadows che conferma l’enorme stanchezza di Tim Burton. Una storia gotica per definizione, con vampiri, streghe e oscuri manieri, dove tutto si svolge nella totale prevedibilità, in un susseguirsi di scene che spesso inseguono il grottesco ma si schiantano contro un trito macchiettismo. Johnny Depp per l’ennesima volta pittato di bianco, impegnato in carpatici movimenti delle mani come già in Ed Wood, con la differenza che quello era un film davvero sui generis. Helena Bonham Carter ancora invischiata in queste pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo, Michelle Pfeiffer piuttosto annoiata, e come darle torto, ed Eva Green risulta gnocca e forse anche più presa dal progetto, ma non basta.

E la scoperta che anche il tono ironico evocato dal trailer è uno specchietto per le allodole: si lasciava intendere come il risveglio del vampiro nel 1972, dopo una prigionia di due secoli, dovesse scatenare equivoci temporali e ricostruzioni seventies, ma tutto questo viene trattato in modo molto frettoloso e superficiale. In una parola, duepalle.

(2/5)

Alice in Wonderland (Tim Burton 2010)

Alice-in-Wonderland-BurtonCome un Bush in Iraq, dopo aver lasciato il lavoro a metà la prima volta, Alice torna in Wonderland per regolare i conti con la Regina di Cuori. Similmente al Peter Pan di Hook, si tratta di un’Alice ormai cresciuta, che non ricorda e si stupisce di fronte agli stessi personaggi conosciuti durante la sua sortita da bambina. Se siamo sfortunati, la saga culminerà con una settantenne Susan Sarandon che ancora si presenta ad un Cappellaio ormai ufficialmente Rincoglionito, e i momenti di brivido saranno nell’augurarsi che Alice trovi di che coprirsi, nei suoi incontrollabili cambi di statura e sbalzi ormonali.
 
Alice in Wonderland 2010 non è un bel film, non è neanche lo schifo radioattivo ravvisato specialmente da chi, con Burton, fino a questo momento era stato parecchio indulgente. Sono più i Burton poco convincenti, quelli di cui ho memoria, di quelli entusiasmanti, e questa innocua fatica disneyana non è la sua opera peggiore. C’è da dire che se sessant’anni fa l’animazione di Alice Alice-in-Wonderland-Burton-Deppnel Paese delle Meraviglie veniva indicata come ingenuo frutto del fraintendimento dell’opera di Carroll, quello stesso lavoro appare filologicamente ineccepibile, rispetto all’adattamento di Tim Burton e Linda Woolverton. Qui Wonderland è solo la scenografia in cui si svolge una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. E personaggi e luoghi, per la maggior parte visivamente riusciti, non hanno mai una scintilla di follia, uno scatto imprevisto. Basta confrontare la scena del tè ancora col cartone del ’51, costruita su un ritmo che la pellicola di Burton non arriva neanche a sfiorare.
 
Accertato il completo tradimento da parte del film delle ambizioni che avrebbe dovuto nutrire, rimane una storia fantasy, mediamente piatta, che si lascia seguire senza entusiasmi e senza sforzo, una Mia Wasikowska che ha l’aspetto adatto e non ha l’aria troppo smarrita fra i fondali verdi che diventeranno il nuovo mondo digitale di Burton, una deliranza, alla base dello scandalo che in buona parte mi ha incuriosito e spinto a vedere il film, che, ok, non è una cosa bella a cui assistere, ma in fondo dura una manciata di secondi.

(2,5/5)

Sweeney Todd (Tim Burton 2007)

Non sono mai stato un ammiratore di Burton, gli unici film che mi hanno convinto pienamente sono Ed Wood, Beetlejuice, Batman, parzialmente Big Fish. Poi ha fatto cose anche brutte, come Planet of the Apes, La Fabbrica di Cioccolato, Mars Attacks. Avevo quindi solo cattive sensazioni per questo nuovo film, e già pensavo ad una locandina per Suini Todd con un porco sgozzato con la faccia di Depp. Una cosa raffinata che mi sono astenuto dal mettere in atto perché il film, con mia gioia, s’è guadagnato rispetto.

Burton è sempre stato un po’ cacasotto, e tutto il suo gotico ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror. Questo è quindi il suo film più cattivo, quello che mostra di più, quello dove la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, senza per questo abbandonare la cifra estetica ormai un po’ usurata, ma sempre accurata. Certo tutto questo digitale non aiuta Burton a limitare la sua tendenza al patinato, ma tant’è.

E’ un musical, ma non ci sono canzoni, il che significa che non ci sono pezzi memorabili alla Rocky Horror, ma neanche insostenibili trashate alla Moulin Rouge. C’è un tappeto sonoro per una struttura pseudo operistica, dove il canto semplicemente sostituisce il parlato, senza interrompere l’azione. Una volta abituati (si canta praticamente senza tregua per 3/4 del film) le cosa risulta anche ben fatta in scene ritmate nel montaggio come l’inizio della mattanza, e gradevole nel duetto fra Depp e Rickman. Insomma, un film di vendetta e follia con un po’ di tragedia greca – shakespeariana e un po’ di favola Grimm, dove il sangue che scorre è più viscoso di quanto non sperassi. E poi pasticci di carne così succulenti non se ne vedevano da Titus. 

(3,5/5)