Gimme Danger (Jim Jarmusch 2016) Iggy Pop si racconta e ricorda gli Stooges, in una centrifuga di suoni, immagini e rumori

gimme danger slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Al cinema è una serata speciale, costa dieci euro. È speciale perché costa dieci euro. Costano di più, e non ci sono possibilità di riduzioni, le proiezioni di film aggressivamente mainstream, dagli Star Wars in giù, per identificare in questo modo la potenza dell’evento. Stesso destino per le proiezioni che hanno una distribuzione limitata a un paio di giorni, perché sono cose molto ricercate, per un pubblico motivato che in questo modo sostiene lo sforzo di portare in sala, seppure per poco, titoli che altrimenti non arriverebbero ai cinema italiani. In un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film normali, con registi e attori normali, in un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film con Colin Firth.

Andiamo a Gimme Danger, un documentario indirizzato ai fan degli Stooges e a quelli di Jim Jarmusch (reduce del bellissimo Paterson). Io faccio parte dei secondi, ma a poter essere davvero contenti – e neanche con assoluta certezza – potranno essere i primi, che si delizieranno del lungo racconto di Iggy Pop. L’Iguana, che quest’anno ne compie settanta, è seduta su un trono, con la faccia conciata di sempre, le vene delle braccia in rilievo, i piedi nudi e le dita disidratate delle mani che intrecciano quelle dei piedi. Oppure è seduta su una più umile sedia, dietro di lui s’intravede una lavatrice e dei panni, una lavatrice come quella che faceva da sfondo alle interviste a Neil Young in Year of the Horse. Non credevo che l’avrei ritrovata, mi era già sembrata un grumo di minimalismo un po’ forzato. Invece rieccola, deve significare qualcosa, questo associare il rock alla pulizia dei propri abiti, alla centrifuga, a un elettrodomestico bianco di forma parallelepipedale, ma non saprei dire cosa, non con apprezzabile certezza. Iggy racconta, snocciola aneddoti, sulla sua gioventù, sulle prime band, la passione per la batteria, l’incontro con quelli che saranno gli Stooges, la vita da comunista, perché condotta in una comune con i soldi in comune, la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella sua interpretazione materiale e disincantata, e un mucchio di altre cose. I primi concerti, le droghe, gli scioglimenti e le riunioni della band, naturalmente.

Il film prende una forma piuttosto canonica, con i frammenti di intervista mescolati a immagini e brevi filmati d’archivio, agli incontri con altri membri del gruppo. Mentre il batterista Scott Asheton appare spiritualmente dislocato in un tempo che non è precisamente quello presenziato dal suo corpo, un cenno particolare lo merita il chitarrista James Williamson. Sembra essere l’unico a cui tutto accade naturalmente, senza conseguenze considerevoli: splendida e trasgressiva icona rock, quando il suo ruolo è quello, nel 1975 diventa un perfetto ingegnere elettronico. Elegantemente imbolsito nei suoi lineamenti e nella consistenza peculiarmente americani, dopo essere andato in pensione alla Sony torna sul palco con Iggy negli inoltrati anni ’00. Ed è bello pensare a questo ingegnere abbastanza anziano, abbastanza in pensione, da poter tornare a fare rock pesante, cattivo, teatrale.

Al centro di Gimme Danger c’è il racconto, non la musica. Così, con l’eccezione dei titoli di coda, non si ascolta mai un pezzo per intero. Ci sono riff, cenni di testi e di performance, che si interrompono dopo alcuni secondi, per dare spazio ad altri aneddoti e poi ad altri pezzi di canzoni. L’ho trovato piuttosto limitante e, alla lunga, frastornante. Mi sta bene l’epica, ma avrei preferito assistere anche alla musica. Contribuiscono alla visualizzazione del racconto delle ricostruzioni animate, non lontane dallo stile del pythoniano A Liar’s Autobiography, e il montaggio di decine di riferimenti esterni. Spesso richiamati dal regista in immediata e didascalica corrispondenza: si pronuncia Famiglia Addams, film anni ’50, Tre Stooges, salto nel vuoto? Li si vedrà immediatamente materializzare sullo schermo, in un montaggio frammentario e sincopato che è solitamente quanto di più lontano dallo stile di Jarmusch. Il film è un accorato omaggio di un fan alla rockstar con cui aveva già avuto modo di lavorare in Coffee and Cigarette e Dead Man. Prosegue in questo modo per poco meno di due ore, elencando le band influenzate dallo sperimentalismo degli Stooges e senza mai nominare, d’altra parte, correnti come il punk o la scena indipendente, se non per affermare di non farne parte. Gimme Danger racconta una storia a sé, un personaggio che si è guadagnato il diritto ad alzare entrambi i medi in direzione del resto del mondo, e non si fa scrupolo ad esercitarlo. La notte dopo la visione, il sonno è stato un gran frastuono, circolare, primitivo, ossessivo. In questo, probabilmente, il film è arrivato dove voleva.

(3/5)

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Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

The Turin Horse (Béla Tarr 2011)

the turin horse bela tarr slowfilmC’è qualcosa di furioso nell’ultimo film di Tarr. Scarno e povero fino al rancore, non sarebbe sorprendente se in The Turin Horse si trovasse anche quell’amarezza che ha spinto il regista ungherese a dichiarare che si tratti del suo ultimo film, data la difficoltà che da anni trova nella produzione e diffusione delle sue opere, cui spesso manca anche il dovuto riconoscimento.
Nella steppa magiara un uomo, sua figlia e il loro cavallo, rinchiusi in un edificio piantato nel nulla, mezzo diroccato, fatto di pietre e assi di legno. Per sei giorni l’uomo e la ragazza compiono i gesti della loro vita: lei lo aiuta a vestirsi, il momento del pranzo, una patata bollita da mangiare con le mani, un sorso di palinka, andare a prendere l’acqua al pozzo. I giorni e i gesti sono rinchiusi in due possibili suoni: quello di una feroce tempesta di vento che non troverà mai sosta lungo l’intera durata del film, e quello della musica di Vig Mihaly, ipnotica e circolare. All’assoluta povertà dei protagonisti si accompagna la messa in scena ridotta all’osso, sia dal punto di vista della varietà delle vicende sceneggiate, sia nella chiusura in una location unica, guscio di una coazione a ripetere che molto raramente subisce delle interferenze esterne, sostanzialmente apparenti e impossibili. Il soffio del vento che in altre occasioni ha segnato il semplice scorrere del tempo, qui incarna la funzione minacciosa di un tempo che non porta con sé nessun possibile cambiamento. Il vento frusta il volto di Erika Bok (che fu la ragazzina di Satantango), le tira capelli e mantello quando esce di casa per arrivare al pozzo, quindi la rinchiude fra le mura di pietra, costringe figlia e padre in una gabbia.
Il dolore assume l’aspetto furioso della rassegnazione, mentre la macchina da presa per mostrare la ripetizione degli atti sceglie un’inquadratura opposta a quella del giorno precedente, si concentra prima su uno o l’altro dei personaggi, poi sui movimenti delle mani, un’altra volta li riporta assieme, spesso li trova isolati e di spalle, dopo essersi mossa lentamente lungo dettagli e muri spogli. Se tutti i film di Bela Tarr si avvicinano alla fine del mondo, questo lo fa nel modo più ossessivo, mettendo al centro l’uomo e nient’altro, considerando che la sua semplice esistenza racchiuda in sé ogni sofferenza.
(4,5/5)

Midnight in Paris (Woody Allen 2011)

midnight in parisÈ un Allen che mitiga parecchio le irritanti ansie borghesi degli ultimi film, fatte passare per raffinati dilemmi esistenziali. L’ecosistema di riferimento rimane più o meno lo stesso, ma Midnight in Paris ha il pregio di essere un film lieve e minuto, sapendo di esserlo. Si comincia con una parata di immagini da cartolina, la galleria di icone monumentali che solo Parigi può offrire. E lo spirito del film è in parte questo: fare un elenco di cose belle. Gil / Owen Wilson è uno sceneggiatore hollywoodiano, aspirante romanziere. Con la fidanzata bionda va in giro per la più romantica delle città della Vecchia Europa, lui affascinato cerca i riflessi dei suoi idoli culturali, lei, da perfetta americana, si guarda intorno come in un centro commerciale, l’aria sprezzante e la carta di credito come guida turistica. Gil, nostalgico di professione, nella notte di Parigi trova – letteralmente – un passaggio verso gli anni Venti, e lì, entusiasta, ricomincia il suo elenco di nomi e di volti: Hemingway, Picasso, Dalì, Buñuel, Fitzgerald… la playlist culturale di Allen.
Un film lieve, lo è per il candore con cui evoca le sue figure, per il tono leggero con cui tratta le inevitabili e scontate vicende sentimentali, per qualche battuta che fa sorridere e per la spontaneità con cui Woddy Allen cuce su Wilson le sue parole e i suoi gesti, senza nessuna intenzione di creare un personaggio che non sia lo stesso Woody. In questo Midnight in Paris ribadisce la sua malinconia, e se Gil dice di volersi liberare del fascino effimero che è nel richiamo del passato, Allen lo contraddice e rimane (consapevolmente e malinconicamente) incastrato in un film in cui torna giovane, ugualmente impacciato seppure più carino, e finisce con una ragazza che ricorda i suoi amori passati.In sala dal 2 dicembre.

(3/5)

This Must Be the Place (Paolo Sorrentino 2011)

this must be the placeCheyenne è una ex rockstar con i capelli e il trucco di Robert Smith e la lentezza consunta di Ozzy Osbourne. Sorrentino è un ottimo regista italiano che in America torna alle suggestioni delLe Conseguenze dell’Amore, richiamando ancora la lentezza e l’indipendenza di Jarmusch. E di Sofia Coppola, che è meno talentuosa e molto più svogliata di Sorrentino, ma più americana. E di altri come loro, attratti da volti irresistibilmente inespressivi, storie sospese, colori freddi, fingono di raccontare la realtà e intanto la trasformano in una natura morta.
 
This Must Be the Place è un tuffo nella (contro)mitologia, nell’(anti)epica cinematografica (e pittorica. musicale, letteraria) che da tanto ha scelto tempi e spazi, ha scelto di evitare le bellezze e i simboli più identificati per concentrarsi su dettagli a misura d’uomo, vicini alla solitudine e alla depressione. Quella di Paolo Sorrentino è affascinata epica dell’antiepica, e se qualcosa si deve amare ed emulare, è bello – e giusto – che sia questo. Ed è bello che a farlo sia un regista che ritiene importante ogni inquadratura e lascia volare la macchina da presa come spesso faceva Altman, esprimendo un senso di ironica necessità e costruendo accuratamente il suo distacco. 
 
Cheyenne è un signor personaggio, compare sullo schermo come una maschera e in pochi minuti le sue debolezze diventano giuste e condivise, il suo volto l’unico possibile. Fra geometrie commerciali e deserti tardocapitalisti si muove con fiero impaccio, gestisce per inerzia l’esistenza e ripercorre alcune delle strade di Broken Flowers. La sua è una storia scritta, densa di coincidenze e piccolezze significative, ed è un errore credere che l’autore di quella storia sia più interessato all’immagine che al racconto. La scrittura di Sorrentino è come la sua regia, riguarda altro. A volte occuparsi di altro porta ad accostamenti pretestuosi e a una diversa forma di estetismo visivo e narrativo, ma rimane comunque un esercizio molto più complesso e interessante dell’occuparsi di quel che è sempre al centro dell’attenzione.

(4/5)

A Dangerous Method (D. Cronenberg 2011) Carnage (R. Polanski 2011) Tomboy (C. Sciamma 2011) Boonmee (A. Weerasethakul 2010)

a dangerous methodIn passerella il roccioso e paterno Mortensen, con l’affascinante barba freudiana e il suo sigaro in bocca, l’entusiasta e ingessato Fassbender, sfila con i suoi occhialini Jung, lo sguardo va oltre gli spettatori delle prime file per perdersi in un punto indefinito dello spazio, l’irresistibile Cassel, ribelle senza tempo, rockstar della psicosi, Gross si gira con una piroetta strascicata, ma prima manda un’occhiata ammiccante con l’occhio vitreo. E così andava, nella Zurigo d’inizio ‘900. Allo stilosissimo cast maschile s’aggiunge una Knightley/Spielrein incorsettata che interpreta la follia in una spregiudicata esibizione di prognatismo estremo. La sceneggiatura da un pezzo teatrale di Christopher Hampton del 1967, rimane al cinema una cosa piuttosto verbosa, dove ogni personaggio alla sua prima apparizione si preoccupa di recitare curriculum, aspirazioni e hobby, e spuntano dialoghi didascalici in situazioni che mi sembra d’aver già incrociato, carnageintrodotte dal sempre puntuale Piero Angela. Oltre questo, il film è frammentario sia nel montaggio che vede il susseguirsi delle scene, sia nella costruzione del tono interno, dove ognuno sembra dire la sua senza riuscire a interagire con gli altri, persi in una diversa interpretazione della storia. (2,5/5)

A proposito di pièce, quella adottata da Polanski è di Yasmina Reza. Carnage è da molti punti di vista all’angolo opposto di Dangerous Method, ma comunque non mi sono ritrovato a saltare in piedi per urlare al miracolo. Qui gli attori Winslet/Foster/Waltz/Reilly sono enormi, eccelsi. Trattandosi di quattro personaggi chiusi in una stanza a vomitare bile borghese, che lo siano è abbastanza importante. Trattandosi di quattro personaggi chiusi in una stanza a vomitare bile borghese, nonostante i performer siano eccelsi, si tratta di una cosa molto lontana dalla mia idea di capolavoro cinematografico. Poi, nella limitata durata dello scontro (poco più di un’ora), non è che tutto fili liscio. Mi chiedevo come avrebbero giustificato la permanenza nella stanza, e lo fanno portando l’indaffaratissimo avvocato Christoph Waltz, già fuori dalla porta, già libero, a tornare indietro attratto dall’offerta di un caffè, di una torta, di un whisky, di un sigaro. Qualsiasi cosa, lui accetta e torna indietro. Non mi sembra un grande espediente. La discussione naturalmente nasce per degenerare, ma i passaggi di tono non possono dirsi raffinati, ti distrai un paio di secondi e volano i vaffanculo, così, senza preavviso. Oltre alle diverse incarnazioni del cinismo, il testo si cura di mostrare meccanici parallelismi fra persone che si dimostrano uguali nella bassezza, un attimo dopo aver ostentato risate di presunta superiorità (l’attaccamento di Waltz al telefono, della Winslet alla borsa). E poi, fra quattro mura e tomboytante parole, Polanski può girare in modo indiscutibilmente professionale, ma può anche inventarsi davvero poco. (3/5)

Tomboy. È finito anche lui qui. Ma della mano è senza dubbio la carta migliore. La decenne Laure, “maschiaccio” per vocazione e, come lascia trasparire il film, per educazione paterna, s’è appena trasferita e ai suoi nuovi amici lascia credere d’essere un ragazzino. È un film delicato, fatto di frammenti di vita e autentiche interazioni fra autentici bambini, non insegue la costruzione della storia canonica che pure un americano avrebbe saputo inchiodarci su, né tantomeno ha bisogno di forzare i toni drammatici. Céline Sciamma osserva con partecipativo distacco, in uno stile documentarista, lasciando che la bravissima Zoé Héran ci conduca nelle sue vicende confrontandosi con i suoi amici (i veri amici di Zoé, ingaggiati dopo la scelta della protagonista). (4/5)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul. Liturgico. Letargico. (2,5/5)

Melancholia (Lars von Trier 2011)

melancholia von trierNell’ouverture wagneriana l’apocalisse patinata, rallentata e in alta definizione. Il mondo si dissolve come uno spruzzo di profumo, nell’estetica ideale della copywriter Justine, ostentatamente elegante e affezionata a un’intertestualità che travolge Brueghel e indossa i panni di Ofelia. I primi minuti, quadri fantastici in minimo movimento. Quindi Justine è il titolo del primo capitolo di Melancholia. Siamo al suo matrimonio, invitati non più graditi degli altri. Nell’enorme villa della sorella Claire (anche titolo del secondo capitolo) la festen si avvita su di sé e ancora una volta si disgrega, portandoci nell’abisso dei rituali sociali, dei discorsi stupidi o taglienti, della folla che ai margini brulica e giudica e dei personaggi indisponibili al compromesso, come Justine e sua madre. Justine odia la superficialità dell’apparenza e del dover apparire, ma il rifiuto dei doveri e dei riti di cui è anche lei un prodotto non è di per sé una soluzione, né contiene un’alternativa. 
 
In Melancholia il disgusto e il disagio di von Trier, la sua depressione, non hanno più filtri, deviazioni o trasfigurazioni narrative, si esprimono in forma diretta attraverso la protagonista. Il ritorno è al montaggio frammentario, agli scavalcamenti di campo e alla camera a mano, per quanto meno congestionata nel movimento delle “improvvisazioni” del Dogma, spesso concentrata sul volto di Kirsten Dunst, sposa in abito bianco avvolta da artificiali luci gialle. Tutto in una notte, fin qui. Nella seconda parte una Justine ormai incapace di prendersi cura di sé trascorre con Claire (Charlotte Gainsbourg), il cognato e il loro bambino le giornate segnate dalla minaccia del pianeta Melancholia. Nell’alternarsi di giorni e notti le luci sono fredde ma lasciano trasparire i colori naturali, i personaggi, isolati, si confrontano e raccontano, in un’opera desolante nei suoi toni distaccati, artificiali, eppure profondamente sinceri. 
 
Von Trier riprende vari elementi del suo cinema passato, li accosta e li rielabora. Come pochi altri autori ad ogni nuovo lavoro sembra suonare uno strumento diverso, conservando una tonalità che lo contraddistingue. Nella sua nuova mutazione registica si scorgono il formalismo tarkovskiano-espressionista dei suoi primi film e la falsa libertà autoimposta del Dogma, e in quest’opera autenticamente terribile il pessimismo e la ferocia di Kingdom, qui privati dell’ironia e dolorosamente concentrati su di sé.

(4,5/5)

Il Cattivo Tenente – ultima chiamata New Orleans (W. Herzog 2009) Strade Violente (M. Mann 1981) Renaissance (C. Volckman 2006)

il cattivo tenenteUna manciata di parole prima che questi noir si perdano nella memoria – come lacrime nella pioggia, manco a dirlo. Il Cattivo Tenete ferrariano l’ho visto ere fa, l’impressione è che non abbia troppo da spartire con la versione di Herzog, dal punto di vista estetico e neanche da quello contenutistico. Dall’indagine d’obbligo sulla reazione di Abel, pare che il regista non sia stato felicissimo dell’operazione; come siano riusciti a distillare un’idea interpretabile da uno degli uomini più precari del mondo è una storia che non ho avuto ancora occasione d’approfondire. Il Cattivo Tenente di Herzog è l’alluvionata New Orleans, in una storia che si allontana dal moralismo mistico di Ferrara per anticipare l’atmosfera irreale e l’ambiguità eterea che faranno il capolavoro My Son, My Son. Film notevole, denso d’un’ironia tutta sua, con momenti alti di follia sospesa che da soli valgono l’applauso. (3,5/5)
 
strade violentePrimo film di Michael Mann per il cinema Thief – Strade Violente, insegna cose ancora a trent’anni di distanza, e Nicholas Windig Refn è un ottimo allievo e interprete. È un film fatto da migliore scassinatore di casseforti e fiamma ossidrica così potente che non so nemmeno se si può costruire. C’è cattiveria, ancora nessuna deriva sentimental-patinata a cui Mann non sarà immune, e musica dei Tangerine Dream che sulla scena epica finale copiano Comfortably Numb con la sicurezza di chi non vuole sentir ragioni. (4/5)
 
renaissanceRenaissance è un progetto franco-europeo lungo dal 1998 al 2006, anno in cui ha visto la luce e vinto il festival internazionale dell’animazione di Annecy. Da Blade Runner in giù, passando anche per cose come Akira e Sin City, si può ritrovare tutto in Renaissance. È un film in bianco o nero, in gran parte girato live e trattato in modo da ridefinire le figure in una contrapposizione netta fra luci e ombre. Ha un suo fascino soprattutto visivo, nell’immersione in una metropoli fatta di schermi pubblicitari che ti seguono con lo sguardo, pavimenti trasparenti, riflessi, pioggia e serre in cui vengono custoditi grossi alberi. La città è una sorta di enorme centro commerciale, e attorno alle figure affannate dei protagonisti la gente si muove silenziosa, ordinata e appena esistente. Renaissance non è tutto rose e fiori, il ritmo dell’azione non è particolarmente incalzante e la storia è meno riflessiva e complessa di quanto sia convinta di essere. In una struttura piuttosto verbosa, il motore del tutto rimane limitato all'enunciazione perentoria, discutibile e non discussa, "senza morte la vita non ha senso". Rimane un film interessante, com'è necessariamente un noir fantascientifico d'animazione in bianco o nero. (3/5)

renaissance

Terraferma (Emanuele Crialese 2011)

terrafermaCrialese parla del mare che vediamo nei suoi film come della rappresentazione del continuo cambiamento; e il cambiamento è bene. Ma il mare di Crialese è spesso una prigione, in Nuovomondo come nell’ultimo Terraferma. Se Nuovomondo, il suo film più bello e originale, stipava i migranti italiani in una nave scossa da onde invisibili, Terraferma, in una sintesi tra questo e Respiro, mostra la terra vulcanica e l’acqua trasparente di Linosa (non direttamente menzionata, il suo ruolo è quello di Lampedusa), e ingabbia i personaggi nei suoi cinque chilometri quadrati.
 
È l’estate del ventenne Filippo (Pucillo), diviso tra i modelli del nonno, orgoglioso pescatore, e dello zio (Beppe Fiorello), che vede nell’isola il luogo dove lasciar crescere uno spregiudicato turismo anni ’80. Altre figure la madre Donatella Finocchiaro, che vorrebbe abbandonare il mondo chiuso in cui è cresciuta, ma in fondo ha paura di quel che nasconde la “terra ferma”, e Timnit T. Quest’ultima è l’unica donna dei cinque superstiti che due anni fa arrivarono a Lampedusa su un’imbarcazione partita dalla Libia con settantotto profughi a bordo; è un volto, che ancora alla realtà lo sguardo sull'immigrazione clandestina, non l’argomento centrale del film ma certamente il più drammatico. I migranti disperati, ingoiati dal mare, gli abitanti e le autorità dell'isola dibattono se sia il caso o meno trattarli come esseri umani. 
 
Una volta individuato Filippo come guida privilegiata e confermato il talento di Crialese nella costruzione delle immagini e il suo amore per la luce, che riesce abilmente a trasmettere, il film si dipana in un racconto frammentario, che non può approfondire e dare spessore a tutte le sue parti e le sue vicende, in alcuni casi abbozzate e forse superflue. 

(3,5/5)

Arrietty (Hiromasa Yonebayashi 2010), Omohide Poro Poro – Only Yesterday (Isao Takahata 1991)

arriettyDue ghibli, altrettante palle. Con buona pace del fanciullino di chi non sta nella pelle per l’ammirazione della magica magia dello studio giapponese, e che diventa feroce e aggressivo quando gli si fa notare che Miyazaki da dieci anni è in inesorabile discesa. Naturalmente Arrietty, nonostante i goffi tentativi pubblicitari di lasciar credere il contrario, non è opera di Hayao, che compare come sceneggiatore nella trasposizione di “The Borrowers” di Mary Norton, già I Rubacchiotti in un misterioso film con John Goodman del 1997. La trasposizione dalla Londra dei anni ’50 alla Tokyo contemporanea (o meglio, a una villa con giardino della Tokyo contemporanea) è affidata a Hiromasa Yonebayashi, già animatore per molte opere dello Studio e ora giovane regista. Lo stile ricalca fedelmente ed efficacemente quello del maestro, fino a un certo conformismo un po’ inquietante. Le immagini sono fluide e belle, ma il racconto ha il respiro corto e non è paragonabile alla semplice complessità di capolavori come Mononoke e La Città Incantata. Con incedere tartarughesco il film segue la piccola Arrietty nel gigantesco mondo degli umani, fra un certo numero di personaggi irritanti, sfumature drammatiche gratuite e autocitazioni, fra gli altri, da Conan, che è roba d’altri tempi. Ci si può far uscire il sangue dal naso ritrovando messaggi edificanti, ecologisti e di comprensione del diverso, ma il film rimane noioso.
(2,5/5)
 
Omohide poro poro only yesterdayAd essere sincero una quota d’insofferenza verso questo recente Arrietty è dovuta alla visione di poco precedente di un altro film riconducibile, stavolta per intero, al secondo padre della Ghibli Isao Takahata. Omohide Poro Poro, o Only Yesterday o Gocce di Memoria è il suo lungometraggio del 1991 ed è devastante. L’animazione è curata e realistica, ma se per i primi venti minuti le vicende quotidiane della giovane donna Taeko, in flashback bambina alla scoperta della normalità, possono essere sopportabili, per i restanti cento la cosa si fa difficile da gestire. La metà adulta della storia è interamente opera di Takahata, che integra in questo modo un manga di Okamoto e Tone. Non sarò entrato in sintonia con la prolungata bellezza dell’elegia alla vita contadina che diventa esistenza vivida e reale rispetto quella artificiale e superficiale che impone la metropoli, ma la protagonista risulta così scarsamente simpatica e la sua storia così annacquata che avrebbe potuto anche autoinvestirsi con un trattore senza lasciarmi spendere una lacrima. 
(2/5)
 
Visto che siamo in area, si sappia che ogni martedì alle 21.10 rai4 prosegue la rassegna "Missione: Estremo Oriente", di cinema action nipponico, iniziata il 20 settembre. Tutti i titoli, copincollati da Asian Feast: La vendetta del dragone (2009); Fearless (2006); Ip Man (2008, 1° vis.); Ip Man 2 (2010, 1° vis.); La foresta dei pugnali volanti (2004); The Warlords – La battaglia dei tre guerrieri (2007); The Myth – Il risveglio di un eroe (2005); Il regno proibito (2008); Little Big Soldier (2010); A Hero Never Dies (1998, 1° vis.); The Longest Nite (1998, 1° vis.); Breaking News (2004); Beast Stalker (2008, 1° vis.); The Sniper (2009, 1° vis.); Fire of Conscience (2010, 1° vis.); New Police Story (2004); Connected (2008, 1° vis.); Bullets Over Summer (1999, 1° vis.); One Nite in Mongkok (2004, 1° vis.); Ong Bak – Nato per combattere (2003); Chocolate (2008); Confessions (2009, 1° vis.); Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2010, 1°vis); La congiura della pietra nera – Reign of Assassins (2010, 1°vis); The Good, the Bad, the Weird (2008, 1° vis. free).