Hilda e Over the Garden Wall, due serie per bambini sono fra le cose migliori che possa incrociare un adulto

hilda locandinaPuò arrivare un momento dell’esistenza, prevalentemente connesso al fatto di avere avuto una figlia o un figlio, in cui l’espressione “per grandi e piccini”, per quanto standardizzata e logora, assume un significato di una certa rilevanza. E può accadere che le visioni più originali e soddisfacenti vengano da produzioni per grandi e piccini. È il caso di due serie, da trovare agevolmente su Netflix.

La prima è la recente Hilda (Luke Pearson 2018), serie tv anglo canadese basata sulla graphic novel di Luke Pearson, trentuno anni e già tante cose belle all’attivo. La prima stagione conta 13 episodi da 20 minuti, e una volta cominciata diventerà la visione principale, per quella manciata di giorni utile a lasciarvi poi con la nostalgia. Hilda racconta le avventure di un gruppo di bambragazzini (età stimabile attorno ai nove anni), ambientate in un mondo dove la realtà e la quotidianità sono ravvivate da consistenti elementi fantastici. Hilda è una sorta di incontro fra i Peanuts e Miyazaki. Dal primo prende la leggerezza del tratto, la poetica del rapporto fra bambini, che consente di affrontare diversi temi con fantasiosa semplicità, l’intuizione di non prendere mai niente troppo sul serio. Dal secondo si prende il gusto per un fantastico mai banale, sfaccettato, la presenza dello stesso nella natura e nelle contraddizioni umane, e un gusto per l’avventura più vicino alla scoperta che all’azione. Oltre alle suggestioni animiste giapponesi, Hilda incrocia diversi miti nordeuropei e una quantità di citazioni cinematografiche, alterna e mescola le scene fra la cittadina di Trollberg e boschi incantati, e sviluppa tredici piccoli racconti autonomi parallelamente a una linea che sviluppa i rapporti fra personaggi, e spesso si arricchisce di nuovi. Dal racconto romantico del Gigante delle Montagne, alla comica maniacalità di elfi innamorati della burocrazia, al cinismo accorato dello splendido Uomo di Legno, Hilda è una visione leggera, eppure piacevolmente intensa. Utilissima per visioni trasversalmente appetibili, ma assolutamente consigliata anche in mancanza di un giovane alibi.

over the garden wall locandinaLa seconda serie, Over the Garden Wall (Patrick McHale 2014), è sostanzialmente un ottimo film animato diviso in 10 puntate da 10 minuti. Produzione americana, riportata da noi con la voce di Sio che, dopo un po’ di spiazzamento per le doti non proprio da doppiatore canonico, risulta anche simpatica e caratterizzante. Over the Garden Wall è un’esperienza pienamente lisergica; un tratto che da sempre rende felici grandi e piccoli, spesso presente nelle opere dedicate a questi ultimi, assieme a un certo gusto per il macabro e la tensione. Le storie per bambini generalmente sono cose da adulti. Anche in Garden Wall l’influenza di Miyazaki è grande, e qui ancora più esplicita nel ricalcare le figure delle streghe dalla testa enorme, sempre in equilibrio tra sopraffazione e accudimento materno. Ma in poco più di un’ora e mezza sono decine le situazioni stranianti e centinaia le idee che rendono questa serie veramente intensa e singolare. L’altro riferimento, che si rispecchia nel tratto netto e solo apparentemente elementare, viene dalle Silly Symphonies e dagli albori dell’animazione che, negli anni ’30, creavano atmosfere ricche di inquietudine e stranezze, scheletrini, esseri bizzarri e cambi repentini nella narrazione. Over the Garden Wall è qualcosa di densissimo, irresistibile e un po’ ambiguo, come la melassa della grande hit “Con Patate e Melassa“, che Bianca ha continuato a cantare, con testo rigorosamente improvvisato, per le settimane a successive.

Hilda: 4,5/5

Over the Garden Wall: 4,5/5

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The Death of Stalin (Armando Iannucci 2017). Finalmente, c’è molto cinema

Morto-Stalin-se-ne-fa-un-altroNon dirò molto su The Death of Stalin, se non che – finalmente e un po’ anche inaspettatamente – c’è tanto cinema. In Italia Morto Stalin, se ne fa un altro, titolo che potrebbe fare erroneamente pensare a una farsa fatta di sosia e noie simili. Armando Iannucci (autore scozzese di origini napoletane per una produzione GB – Francia) dirige e scrive, partendo da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, un film dagli equilibri attenti, trovati con naturalezza, come non avevo la fortuna di vederne da mesi.

Death of Stalin racconta le ultime ore del dittatore, e la lotta per la successione che si scatena nella sua corte. A svolgere le situazioni e i dialoghi un cast eccezionale, costituito, per citarlo solo in parte, da Steve Buscemi, Michael Palin, Simon Russell Beale e Jeffrey Tambor. Su una ricostruzione rispettosa dei fatti storici, Iannucci costruisce un impianto che scantona dalle abitudini solenni e ingessate del genere, come dagli eccessi della parodia, adotta un’impostazione teatrale riuscendo a conservare un forte dinamismo nella messa in scena. Porta nelle intricate vicende gli impacci e il linguaggio diretto e volgare (meravigliosa la scena iniziale del concerto, una sorta di Lubitsch sboccato), costruendo una commedia che, per la natura delle cose e dell’uomo, con buona probabilità può essersi avvicinata, più di altre ricostruzioni, ai toni della realtà.

Iannucci racconta attraverso una regia presente ma non invadente – allora si può, ancora! -, ogni inquadratura accentua l’ironia, senza tradire il senso, spesso drammatico, dei contenuti. La sinergia fra recitazione, dialoghi e scelte visive fa apparire semplice quel che semplice non è, portando nelle azioni dei protagonisti il terrore per l’imprevedibile ferocia di Stalin, l’esigenza costante di prodigarsi nella sua adulazione, la guerra strategica con i propri pari, senza che nessuno perda, intanto, la propria forte caratterizzazione. Il film tocca momenti di pura comicità ed eventi realmente drammatici, senza che questi stridano fra loro, ma lasciando che ognuno legittimi e rinforzi l’altro. Una commistione di toni e contenuti che da tempo non passava sullo schermo con tanta spontaneità.

(4,5/5)

Qualche film agile e piuttosto divertente: Smetto quando voglio masterclass + ad honorem, Paddington 2

smetto quando voglio masterclass slowfilm recensioneIl secondo e il terzo capitolo della saga di Sydney Sibilia sono in realtà un unico film, ed è un film più divertente e riuscito dell’esordio. Cambiano, rispetto al primo, gli sceneggiatori (con l’eccezione dello stesso Sibilia, sempre presente) e cambia il tono. Smetto quando voglio si distacca dal recriminare qualunquista dell’italiano geniale e bistrattato, per abbracciare l’iperbole del crime movie all’americana in salsa nostrana. Una salsa ben riuscita, molto più gustosa, per dire, di quella alla base di Jeeg Robot. La sceneggiatura è decisamente più accurata della media, costruisce un meccanismo che funziona e lo arricchisce di un umorismo sopra le righe ma non forzato, ben gestito da tutti gli attori (gran gruppo, c’è da dire). Molti sono anche i dettagli realistici, legati alle specifiche conoscenze dei personaggi, accompagnati da dettagli burocratici che svelano la loro intima assurdità. Masterclass in particolare, in quanto episodio libero anche dall’intralcio di dover dare una chiusura, è una gran prova di cazzeggio. Ad Honorem pure regge, perdendo qualche colpo quando sceglie di voler dare un finale dal retrogusto amaro, dove non proprio tutto riesce a raggiungere la tensione ricercata. Poco male, rimane un lavoro che funziona, ricco di caratterizzazioni intelligenti e di episodi in cui si ride davvero.

paddington 2 slowfilm recensioneMolto grazioso anche il ritorno dell’orsetto Paddington. Come spesso accade, una volta conosciuto il personaggio e accettata l’idea, sdoganata nel primo capitolo, i successivi raccontano storie indipendenti, che non lasciano evolvere né arricchiscono più di tanto i protagonisti. Non è necessariamente una cosa negativa, anzi, con una buona sceneggiatura può essere una condizione che consente di dare più forza alle singole scene. Paddington 2, inoltre, può contare nuovamente sull’apprezzabile direzione di Paul King, che con un certo equilibrio dà forma a un fumettone molto british, arricchito da architetture, simmetrie e movimenti di macchina vicini al Wes Anderson più divertito. Un buon cinema familiare. Segue immagine di un orsetto dallo sguardo austero, un superpotere che può risultare molto utile.

paddington sguardo austero

Smetto quando voglio – masterclass (Sydney Sibilia 2017): 4/5

Smetto quando voglio – ad honorem (Sydney Sibilia 2017): 3,5/5

Paddington 2 (Paul King 2017): 4/5

Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5