Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

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I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

Al Biografilm Citizenfour e Lo Straordinario Viaggio di T.S. Spivet

biografilm15-citizenfour-int01Pubblicato su Bologna Cult

Citizenfour è fra i documentari che più si avvicinano ai film di fiction, probabilmente perché non siamo ancora abituati ad accordare alla realtà il giusto grado di inverosimiglianza e sana paranoia. Il premio Oscar 2015 firmato dalla regista premio Pulitzer Laura Poitras racconta – o meglio pubblica – la vicenda dell’ex tecnico della CIA Edward Snowden, genio informatico che nel 2013, collaborando con giornalisti del Washington Post e del Guardian, ha svelato l’incredibile apparato di “sorveglianza” e appropriazione di dati personali messo in atto dalla NSA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense per cui lavorava in un ruolo del più alto livello. Terzo capitolo di una serie di film che la Poitras ha dedicato alle storture post 11 settembre, Citizenfour mostra allo spettatore un sistema di spionaggio globale di dimensioni inimmaginabili. Terabyte di dati al secondo intercettati e immagazzinati senza discrimine, software e organizzazioni frutto dell’alleanza fra diversi Paesi dedicati al criptaggio e l’interpretazione dell’oceano d’informazioni.

Particolarità di Citizenfour, che cinematograficamente e visivamente conserva uno stile asciutto ed elementare, se non per qualche raro artificio retorico, è il mostrare la Storia nel suo divenire. La vicenda, che ovviamente sta ancora maturando a livello globale, presenta Snowden nel momento delle sue rivelazioni, nel momento in cui ne assimila l’impatto sui media statunitensi e mondiali, nella sua fuga, mentre le comunicazioni con la regista, alla quale lo stesso protagonista si è rivolto per la realizzazione del film, si fanno sempre più rade e complesse.

Accade che la realtà coincida con le iperboli solitamente rappresentate per descriverla. Se DeLillo, nel 2003, annegava il suo mondo in un flusso finanziario indecifrabile (che già conteneva in sé anche sovrastrutture di altro genere, complessivamente indipendenti dall’uomo), Citizenfour lascia percepire, almeno idealmente, un simile flusso informativo capace di riassumere e potenzialmente condizionare gran parte delle esistenze del mondo civilizzato. Oliver Stone, alla fine del 2015, rilascerà un film di fiction, titolato Snowden, ispirato alla stessa vicenda, ma qui sullo schermo passa la realtà, una realtà dalle conseguenze gigantesche, così come si plasmava passo dopo passo. E a “metterla in scena”, paradossalmente, sono personaggi dalla caratura cinematografica, volti, voci e movenze assolutamente plausibili da un punto di vista finzionale.

Citizenfour è un film importante, spietato nel ridimensionare l’individuo fino a renderlo un agglomerato di dati suscettibile di controllo. In questo senso il tema va ben oltre la questione della privacy com’è comunemente intesa, per arrivare alla struttura, la finalità e i mezzi delle democrazie occidentali. È uno dei servizi giornalistici più potenti di sempre, è la scintilla da cui dovrebbe partire un confronto a cui ogni società che volesse definirsi civile non dovrebbe potersi esimere.

biografilm15-spivet-int01Dal mondo di Citizenfour a quello dai colori sgargianti raccontato da Jean-Pierre Jeunet il passo è lungo, ma noi la faremo breve. A dodici anni dalla fatidica Amélie, il francese conserva con Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet una struttura poetica e visiva molto simile. Privo, però, delle caratteristiche romantiche del suo predecessore che hanno consentito la creazione di immortali cliché, Spivet non sembra poter aspirare che a una minima parte dell’antico successo. Il film è una trasposizione del romanzo Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, ambientato in un ranch del Montana riportato filmicamente agli spazi canadesi.

Nel viaggio inevitabilmente formativo del decenne T. S. Spivet non mancano motivi di piacevolezza. Alcuni punti di contatto anche con lo scorsesiano Hugo Cabret, il giovane e geniale Spivet osserva il mondo e lo mostra reinterpretato. Un mondo che tutto sommato vuole proteggerlo, fino a infondergli la forza per affrontare la vicenda personale e familiare che lo ha segnato. Il meglio in alcune scene sospese, per quanto calcolate (un incontro visivo con una ragazzina che dondola a testa in giù, da un’altalena nel suo giardino, mentre il nostro, in fuga sul treno, le passa accanto), mentre nel complesso la pellicola tradisce una certa vacuità, una mancanza di forza rispetto a quelli che sono i suoi obiettivi. Presenti all’appello le figure caricaturali, in particolare una Judy Davis chiamata a impersonare l’eccentrica e nervosa direttrice dell’istituto Smithsonian, anche lei vittima di una scrittura non particolarmente originale e di una commistione di registri in parte irrisolta. Rimane l’avventura di un viaggio, il perdersi in paesaggi dai confortevoli colori pastello dotati di una vena d’ambiguità, il piacere di raccontare le storie e di raccontare i raccontastorie.

Citizenfour: 4/5

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet: 3/5

Frozen – Il Regno di Ghiaccio (Chris Buck, Jennifer Lee 2013). La principessa si è svegliata.

frozen recensione slowfilmRieccoci con il consueto appuntamento Visioni con la Figlia Piccola. Frozen ha ottenuto un’attenzione consecutiva di quasi 40 minuti, più sporadici sprazzi d’interesse anche nel secondo tempo. Un ottimo risultato. A questo va ad aggiungersi un elevato coefficiente di sopportabilità per il pubblico anziano, incarnato dalla figura de il padre.

Frozen – Il regno di ghiaccio, liberamente ispirato a La Regina delle Nevi di Andersen, segue Ralph Spaccatutto e conferma la ritrovata capacità della Disney di fare film gradevoli, equilibrati e divertenti. Tutto ciò è quasi sorprendete. Frozen è il tentativo riuscito di coniugare la favola classica, congeniale al marchio di fabbrica, all’ormai irrinunciabile estetica del digitale. Ritornano le principesse Disney, ma lo fanno in grande stile, da protagoniste vere.

Ho mai detto quanto sia bella la neve nei film? Probabilmente non nelle ultime due settimane. La neve e il ghiaccio sono uno dei motivi del fascino di Frozen. Un altro è la scrittura, una sceneggiatura veloce ma non sincopata, con dialoghi più accurati di molti film più maturi. Ci sono due spalle comiche, il pupazzo di neve Olaf e una goffa renna preadolescenziale, entrambi efficaci, ma padroneggia una certa ironia anche la protagonista, Anna. Frozen, infine, recupera la struttura musical, lasciando che la storia sia ritmata da canzoni che non sospendono gli avvenimenti e, anche queste garbate, catturano l’attenzione del piccolo pubblico.

(4/5)

Tre stupidi film sulla stupida fine del mondo.

the world's end recensione slowfilmPassata la risibile minaccia Maya – mai prendere sul serio le intemperanze di un popolo che arriva già estinto alla sua fine del mondo – la fascinazione per l’apocalisse è rimasta intatta. Ce n’è di tutti i tipi, con una sensibile crescita dell’armageddon inserito nella routine, preso alla leggera, attraverso un’ironia più o meno riuscita che ci ricorda come il nostro quotidiano abbia molto in comune con l’estinguersi dei tempi.

La Fine del Mondo – The World’s End (Edgar Wright 2013) è il terzo atto di una serie che ha saputo via via allargare la sua nicchia. I nomi in gioco sono quelli del regista Edgar Wright, spalleggiato dalla coppia Simon Pegg + Nick Frost. L’Alba dei Morti Dementi e Hot Fuzz nascono dallo stesso gruppo, tutti hanno una cifra comune e riconoscibile, e quest’ultimo ha molto da spartire con il primo film di zombie, e per molti versi ne è una versione edulcorata. The World’s End parte come film di vecchi amici che si ritrovano per replicare le sbronze degli anni gloriosi, e vira bruscamente verso l’invasione aliena. Tante cose e metacose da mettere sul piatto (non ultimo Douglas Adams), più incitamenti alle risate facciamola finita slowfilm recensioneche risate vere, il film è potabile ma, come accade praticamente sempre con Wright, decisamente meno geniale e miliare di quanto vorrebbe far credere.
(3/5)

Facciamola Finita – The End of the World (Seth Rogen, Evan Goldberg 2013) è un titolo di un umorismo smaccatamente USA. Nell’esordio da regista di Rogen star americane nei panni di loro stesse si prendono grevemente per il culo, subito prima, durante e dopo il giorno del giudizio. Protagonisti sono lo stesso Rogen, James Franco e Jonah Hill, affiancati da una quantità di cammei e apparizioni illustri, chiamati a morire nei modi più atroci. L’anima cazzara del film è potente, ipertrofica, e se è in dubbio il divertimento dello spettatore, sicuramente non è mancato quello dei protagonisti. Nonostante si proponga come film demenzialmente autoreferenziale la resa visiva non è del tutto sacrificata, e qualche soldo per le grosse rappresentazioni distruttive e it's a disaster recensione slowfilmsplatter devono avercelo investito. Rimane un’opera che predilige l’umorismo genitale, che procede per accumulazione e ripetizione, un giochino per i fan.
(2,5/5)

It’s a Disaster (Todd Berger 2012) è il film più parlato e pensato, quello che utilizza la fine del mondo come pungolo per spronare le reazioni dei personaggi, un gruppo di amici rifugiati dentro la casa di uno di loro. Impianto teatrale, dunque, per un titolo visto parecchio tempo fa di cui la cosa che ricordo con più chiarezza è che non m’è dispiaciuto.
(3,5/5)

Come Ti Spaccio la Famiglia – We’re the Millers (Rawson Marshall Thurber). Commedia ben gestita con efficaci picchi di volgarità.

come ti spaccio la famiglia recensioneIl titolo italiano – Come Ti Spaccio la Famiglia – è davvero il più bello di sempre. Non è facile capire cosa vorrebbe significare, dove inizia il gioco di parole e dove l’errore sintattico. C’è qualcuno che fa che una famiglia sia spacciata, cioè senza scampo, o qualcuno che vuole spacciare una famiglia, cioè rivenderla come tale? Ad ogni modo, il film parla di traffico di droga, c’è la parola spaccio, quindi il titolo è giusto, bravi.

Questioni lessicali a parte il film, attenzione, fa ridere. È una commedia comica che vuole far ridere, e ci riesce. Si tratta di quattro sbandati, due adulti e due ragazzi, che si fingono ingenua famigliola americana in vacanza per portare dal Messico agli Stati Uniti un enorme camper pieno di hashish. Il regista è quello di Dodgeball (in Italia Palle al Balzo, Rawson Marshall Thurber deve aver tagliato la fila alla posta a qualche titolista), che pure aveva i suoi momenti. We’re the Millers ha una storia semplice, conflitti prevedibili e di facile soluzione che evitano il prolungarsi di situazioni inutilmente fastidiose, personaggi stereotipati ma godibili, passaggi illogici e momenti di assoluta volgarità, addirittura scorretti, che anche grazie ai tempi di Jennifer Aniston e Jason Sudeikis fanno sguaiatamente sghignazzare.

(3,5/5)