L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

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Bling Ring (Sofia Coppola 2013). Un ritratto vacuo, ma senza ambiguità.

bling ring slowfilm recensioneMagari fosse davvero vuoto il cinema di Sofia Coppola. Il vuoto è spazio per il pensiero, possibilità aperte e mancanza di ostruzioni. Bling Ring non è niente di tutto questo, anzi è un film che sviluppa la vacuità della sua storia in maniera drasticamente univoca. La regista simula una direzione quasi documentaristica (la sbandierata “storia vera”, l’assenza di dialoghi a favore di frasi smozzicate in nome della verosimiglianza), per poi non lasciare nessuna incertezza d’interpretazione. E lo stesso dibattito sulla Coppola si riduce a un confronto poco avvincente su chi la considera una miracolata figlia di suo padre e chi vede in lei una rampolla talentuosa, impegnata a portare sugli schermi la confusione di una generazione.

Bling Ring è il lato chiaro di Spring Breakers, sostituisce i falsi eccessi di Korine con l’amore dell’autrice per un cinema (apparentemente) sospeso e fatto di luce, come nel precedente Somewhere. L’enfasi liturgica con cui giovani svaligiatori di case di vip s’impossessano di beni simili a reliquie, esplicita le preoccupazioni della Coppola per una generazione vincolata a ideali materialisti e affascinata da un sistema d’immagini e apparenza. Nel fare questo realizza dei film molto simili a una vetrina d’alta moda, e la stessa Sofia è una potente griffe.

Al di là dell’aspetto ideologico, Bling Ring si distingue per le manciate di minuti passate nei guardaroba di Paris Hilton o Lindsay Lohan, con tanto di declamazione di marchi e modelli. In questi momenti guardare il film e avere un pene sembrano due cose profondamente incompatibili. La parte più critica e intensa è lasciata a Emma Watson, specialmente nell’ultima frazione impegnata nel ruolo della stronza più furbamente arrivista: ed è subito satira sociale.

(2/5)

Somewhere (Sofia Coppola 2010)

somewhereVa bene, mi hai convinto, compro tutto. Compro la ferrari nera, la musica indie, il gesso, i pattini, la suite, lo spleen, Del Toro, guitar hero, lo scivolare via, gli zoom lenti, i colori brillanti ma malinconici, e tutto il pacchetto del cinema di Sofia Coppola, che è la prima cosa lì in vetrina. L’Italia e il telegatto no, quelli li lascio, che si vede che hanno stranito anche te.
Un giovane e prestante attore hollywoodiano fa vita mondana, guida l’auto, accompagna la figlia in giro (lui è separato), scopa tantissimo senza darlo troppo a vedere, la sera per addormentarsi invece delle apine col carillon  ha due pole dancer bionde gemelle con lo stereo portatile. Bien, bien. Eppure sotto sotto c’è qualcosa. Qualcosa che non identificherei come disagio, piuttosto un sommesso stupore, legato al fatto d’essere tutto sommato ancora un mortale, un essere umano. “Somewhere”, la parola, racchiude un’indeterminazione che non è minaccia o inquietudine, quanto l’accenno all’ultima, definitiva aspirazione: dopo aver vissuto ogni attimo d’ipernoia e aver condiviso i giorni con la bambina, constatando ancora una volta quel sentore dolceamaro di mancanza che precede il distacco, finalmente diventare pura luce. Magari lì, mentre sei a prendere il sole sul lettino, dissolverti assieme a tua figlia per diventare un’entità presente ogni momento in ogni posto qualsiasi, quindi ovunque.
Abel Ferrara avrebbe piuttosto seguito la vita delle pole dancer bionde gemelle, Jim Jarmusch si sarebbe piuttosto fatto una risata, Sofia Coppola si è costruita un mondo dov’è reincarnata in una silfide scalza, che quando è seduta tiene inevitabilmente le gambe raccolte in grembo in modo che i piedi non tocchino terra; e dalla luce di cui sono fatti il cinema e il suo personaggio alla luce e basta, penserà Sofia, il passo sarà pur breve.
Bere dalla tazzina immaginaria col mignolo alzato, però, è da cafoni.
somewhere recensione
(3/5)