Chiamami col Tuo Nome; Lady Bird; Borg McEnroe; I, Tonya; Voyage of Time

chiamami col tuo nome slowfilm recensione

– Cose di crescita e sentimenti

Questo approssimativo viaggio nelle visioni recenti si apre con Chiamami col tuo Nome – Call me by your Name (Luca Guadagnino 2017), arrivato finalmente anche alle sale italiane e candidato a quattro statuette dell’Academy, fra cui miglior film e, per Timothée Chalamet, migliore attore protagonista. Il film nasce da una sceneggiatura non originale di James Ivory (anche questa in gara), adattamento del romanzo omonimo di André Aciman. Nell’estate del 1983, da qualche parte nel nord Italia, Guadagnino tesse l’incontro fra il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver, studente e ospite del padre di Elio nella sua assolata villa secentesca. Con ricordi di Bertolucci e Visconti, e l’eleganza dello stesso Ivory (e, qui come in A Bigger Splash, una tensione che ho associato al Mankiewicz di All’Improvviso l’Estate Scorsa), Guadagnino costruisce un racconto sentimentale che unisce attrazione fisica e intellettuale, mostra la scoperta di sé e dell’altro ricercando rapporti e sentimenti che, con differente registro, sembrano ispirarsi ai lavori del taiwanese Tsai Ming-liang (in particolare I don’t want to sleep alone e Vive l’amour, oggetto di una citazione diretta in chiusura). Io preferisco di certo lo sguardo silenzioso di Tsai a quello romantico e un po’ vezzoso di Guadagnino, ma questo fa parte di disposizioni soggettive. Quel che è evidente, fin dalle prime scene, è la capacità di raccontare una storia con calore, con uno sguardo artistico e partecipativo. Mi sono ritrovato a pensare che, tutto sommato, in pochi sanno farlo come gli autori del cinema italiano, che quando funziona mostra un’intimità che altre scuole hanno sacrificato a favore di meccanismi forse più spettacolari e coinvolgenti, ma a lungo andare più comuni. Quello di Guadagnino è un cinema che trova la sua modernità in un’intensità classica, la sua è una voce originale, che si sta affermando come una delle più rappresentative.

lady bird slowfilm recensione

Lady Bird (Greta Gerwig 2017) è appunto uno di quei film, anche gradevoli, che ricalcano un linguaggio molto diffuso, quello del cinema indie americano. L’opera prima da regista di Gerwig è assolutamente riuscita, come un buon film dell’amico Baumbach (Frances Ha, forse il suo migliore, ha proprio lei come protagonista e cosceneggiatrice). Riesce a non naufragare nelle parole o in altre tentazioni come le troppe musichette, il volersi mettere troppo in mostra, l’idea di aver rivoluzionato la settima arte con qualche trovata più o meno sopra le righe: tutti vizi di cui questo cinema è pieno. Con pesi diversi all’interno della storia, Lady Bird condivide con il film di Guadagnino, oltre a Timothée Chalamet, anche la scoperta della sessualità e del rapporto che intrattiene con i sentimenti, il ruolo fondamentale della comprensione e dell’amicizia nel restituire semplicità a qualcosa che, sotto pressione, rischia di diventare complessa. Molto brava Saoirse Ronan, che già brillava nel mezzo disastro Amabili Resti, il film ha forse il problema di risultare dimenticabile: pulito, ben fatto, ma a distanza di qualche giorno è in buona parte evaporato.

borg mcenroe slowfilm recensione

– Cose di rabbia e sport

Borg McEnroe (Janus Metz Pedersen 2017) è una cosa abbastanza interessante, ma un po’ vecchia. Racconta un pezzo di storia dello sport nel modo più semplice possibile. Non è del tutto un male, conta su un buon materiale di partenza, opera delle ricostruzioni molto fedeli di scene di repertorio, ma, specialmente nel duello finale, si sente la mancanza di qualche guizzo di regia, di qualche scelta. Il modo stesso in cui vengono trattate le biografie non si distacca mai dalla storia principale, offrendo giusto qualche aneddoto di contorno. La narrazione è piuttosto sbilanciata verso Borg, mentre la cosa più interessante del soggetto è proprio nel modo opposto in cui ognuno dei due elabora una rabbia che, in principio, li rende estremamente simili.

I Tonya slowfilm recensione

Punta invece su una regia e una scrittura molto più presenti I, Tonya (Craig Gillespie 2017), che racconta un noto, confuso e controverso evento di cronaca legato allo spietato mondo del pattinaggio sul ghiaccio degli anni ’90. Impersonata da una notevole Margot Robbie, Tonya Harding vive nella periferia esistenziale e culturale degli Stati Uniti, ha una madre inqualificabile e spesso violenta, ed è circondata da imbecilli. Veloce, spesso divertente, il film di Gillespie potrebbe essere la naturale prosecuzione, e anche uno dei punti più alti, della così detta trilogia degli idioti dei Coen (che conta un buon Fratello dove Sei, ma anche un paio dei momenti più scialbi della carriera dei fratellini, Prima ti sposo poi ti rovino e Burn after reading). Gillespie trova un registro che nell’immediato toglie drammaticità agli eventi, senza però disinnescarli, ma portandoli fino all’autoriflessività dell’assurdo e riuscendo, nel complesso, in ciò che a Pedersen è sfuggito, cioè costruire un discorso più grande delle vicende da cui trae ispirazione.

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– Cose vecchie e mollicce

Terrence Malick, questo è un altro grosso passo falso, di peggio hai fatto solo To the Wonder. Voyage of Time fa parte di quei film, come il capolavoro di Ron Fricke Samsara, come l’apripista Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che vogliono farci vedere tutto il mondo. Vogliono usare il cinema per darci davvero l’idea di quanto questo sia vasto, e incredibilmente affollato, e deserto, e meraviglioso, e decadente, e mutante. Terrence Malick, in quanto Terrence Malick in persona, aveva tutto il diritto di voler dire la sua, il suo è uno sguardo che racconta il mondo da quasi cinquant’anni. Ma lo ha fatto molto meglio con le sue scene sospese, all’interno di un flusso narrativo, che in questo lavoro interamente dedicato all’origine del tempo e della Terra. Concettualmente, il film è molto vicino alla parentesi cosmogonica di The Tree of Life; lì, però, la costruzione, anche nelle immagini astratte, era perfettamente riuscita, e trovava forza sia nell’integrazione in una storia, invece, umana e concreta, sia nella durata più limitata e nella bellezza del Lacrimosa di Zbigniew Preisner, parte essenziale di un grande momento di cinema. Voyage of Time, con la voce over di Cate Blanchett che invoca ripetutamente la Madre origine di tutto, è un susseguirsi di immagini spesso troppo didascaliche, o troppo documentaristiche, o troppo finte (sono molte le parti con ricostruzioni digitali), fa fatica a trovare un senso che non sia qualcosa già detta molto meglio dallo stesso autore. Si parte da qualcosa che potrebbe somigliare a una rete neurale, forse l’immagine di un’intelligenza divina, da cui si creano universi, mondi, più nello specifico il nostro mondo, più specificamente ancora lava, oceani, trasformazioni, un viaggio nel tempo per disporre la nostra casuale esistenza sulla Terra. Il fascino di alcune immagini non si discute, pur concentrandosi, il nostro, su molte bestie viscide e mollicce, che strisciano o nuotano nei mari preistorici, e fra un’eruzione e un dinosauro pensieroso, la ricostruzione di Malick finisce per avvicinarsi troppo alle visioni televisive del National Geographic, coproduttore del progetto.

Chiamami col Tuo Nome 4/5

Lady Bird 3,5/5

Borg McEnroe 3/5

I, Tonya 4/5

Voyage of Time 2,5/5

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Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh 2017), La Ruota delle Meraviglie (Woody Allen 2017). Il racconto della propria vita come ultima speranza

tre manifesti a ebbing missouriNon c’è molto da dire su Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, perché è un film che non nasconde niente. Parlarne si riduce a elencarne le cose buone. Che ci sono, a cominciare dal cast, da Frances McDormand a Woody Harrelson a Sam Rockwell, tutti bravissimi. Ed è un film dove su un incipit drammatico si innestano altri registri, moventi grotteschi e isolati alleggerimenti comedy. Si tratta sicuramente del miglior film di McDonagh, che era stato bravo ma meno misurato con In Bruges, mentre con 7 Psicopatici mi aveva messo nell’imbarazzante situazione di non farmi piacere un film con Christopher Walken e Tom Waits.

McDonagh, sceneggiatore e regista, racconta diverse declinazioni del dolore e della rabbia, tutte forti e totalizzanti, racconta l’impatto devastante di queste emozioni quando sono espresse e imposte all’esterno, al paese sonnolento che è Ebbing, che preferisce nascondere le consuete perversioni. Tre Manifesti presenta diverse svolte narrative, con cui regala interesse a tutti i suoi protagonisti e li fa crescere (anche bruscamente), ma non mette mai in dubbio quale debba essere il senso del suo racconto. La complessità di McDonagh sta nella scrittura, in un certo senso dimostrativa, anche se efficace, e non si trasferisce alla lettura, che si trova a seguire indicazioni più che suggerimenti. Sicuramente, è già qualcosa.

(3,5/5) 

ruota delle meraviglie slowfilm recensioneLa prevalenza della scrittura  è anche più accentuata ne La Ruota delle Meraviglie, che ha un’impostazione assolutamente teatrale. Un Woody Allen in forma che ancora plasma il cinema nella sua forma più poetica, quella dei racconti di vita e dei personaggi comuni, che provano ad adattarsi all’eccezionalità delle loro vicende. Nei colori caldi degli anni ’50 e di un luna park sull’oceano, Allen condiziona e sconvolge i toni di un racconto potenzialmente devastante, riportando i momenti più drammatici nelle ellissi narrative e in eleganti uscite di scena. All’interno di una storia articolata, Allen focalizza le emozioni contingenti dei personaggi, e in quei momenti trova costantemente un equilibrio. A sottolineare l’intimità attraverso cui i protagonisti si raccontano, un rosso accentuato firmato Storaro, che ricopre i loro volti e i dialoghi avvicinandosi ancora di più alle luci artificiali del teatro, piuttosto che a quelle naturali del realismo cinematografico.

Naturalmente fondamentale, anche qui, l’apporto degli attori, su tutti quello di Kate Winslet, che guida l’intreccio fino a una notevole scena finale: un lungo pianosequenza con la macchina da presa che volteggia fra gli attori e segue il ritmo del dialogo, mentre, come Norma Desmond, ancora si illudono di poter definire la realtà attraverso le loro parole.

(4/5)

The Killing of a Sacred Deer (2017) Yorgos Lanthimos elegante, ma meno centrato del solito

the killing of a sacred deer slowfilm recensioneYorgos Lanthimos mi piace molto, è un autore che nasce dalla crisi ma guarda a meccanismi  non contingenti, più profondi, legati alle paure dell’uomo e in particolare alle aberrazioni che nascono dalle regole e le abitudini del vivere sociale. La necessità stessa di relazionarsi con l’altro provoca nei film un completo straniamento, porta gli attori a svuotare le relazioni dell’emotività e di ogni inflessione, seguendo un’interpretazione meccanica che rispecchia in ogni momento un’interiorità congelata. Se i personaggi di Lanthimos fossero lasciati individualmente liberi di agire, probabilmente passerebbero la vita a fissare un muro. Al momento, si può dire che l’autore greco non abbia sbagliato nessun film, ma The Killing of a Sacred Deer è la sua opera meno incisiva, e anche quella che, pur conservando una costruzione rigida, trova più difficoltà a individuare una tesi definita su cui esercitare la sua scrittura.

Il punto centrale è probabilmente quello della giustizia che viene dall’istinto e il rancore dell’uomo, la giustizia biblica dell’occhio per occhio, accompagnata dalla passione, altrettanto forte, per il sacrificio dei propri figli su richiesta di una qualche esacerbata divinità. Le storie di Lanthimos arrivano negli Stati Uniti, a Cincinnati, e trovano a interpretarle i volti noti di Nicole Kidman e Colin Farrell. Nella vita familiare apparentemente asettica di un cardiologo e un’oftalmologa e dei loro due figli, s’inserisce il perturbante in forma di sedicenne, un ragazzo che fin dalle prime inquadrature (non la primissima, che è letteralmente un’apertura su un cuore aperto) intrattiene con Steven / Farrell un rapporto su cui interrogarsi.

L’austerità e l’automatismo espressivi, anche attenuati rispetto ai lavori precedenti, si innestano però su situazioni meno esasperate e grottesche, sviluppando un distacco che ricorda la lettura delle pagine crude di un libro, senza gli attori a guidare i sentimenti dello spettatore, lasciato solo a osservare ed elaborare, pienamente responsabilizzato. In Sacred Deer s’incontrano la cifra e la minaccia dell’Haneke di Funny Games, mescolata con la violenza impotente del Villeneuve di Prisonsers. Fino a una ricerca scenografica e fotografica che può essere accostata a quella di Kubrick, e può prefigurare il passaggio al prossimo The Favourite: ambientato nell’Inghilterra del ‘700, tratterà un’epoca e un luogo che al cinema portano sempre una certa eleganza e ricerca estetica, e potrà favorire un’ulteriore apertura dell’autore al pubblico.

Tirando le somme, con questa prova Lanthimos sembra volersi scantonare, almeno in parte, dal modo di fare cinema che lo ha reso celebre e che trova la sua semplificazione in The Lobster, che edulcora i toni conservando l’esasperazione della critica sociale dei primi lavori. In Sacred Deer conserva un espediente narrativo radicale di stampo horror e soprannaturale, ma impedendogli un’evoluzione lo trasforma in un semplice pretesto, che non si inserisce, però, in un intreccio forte abbastanza da giustificare la scelta. C’è anche da dire che, se anche il film non convince del tutto in alcuni specifici snodi, è ancora molto efficace nell’atmosfera e la suggestione complessiva, e Lanthimos di certo merita ancora tutta la nostra curiosità.

Uscita italiana prevista per il 25 aprile.

(3,5/5)

Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.

Il Gigante Sepolto (Kazuo Ishiguro 2015)

il gigante sepolto kazuo ishiguro slowfilm recensioneDopo la lettura non sempre serrata del pur bellissimo La Versione di Barney, l’ultimo libro del fresco Nobel Kazuo Ishiguro è stato, come recita la quarta di copertina, un’esperienza di travolgente leggibilità. Il Gigante Sepolto ci porta in un’Inghilterra medievale, sprofondata, dopo il regno di Artù, in una sorta di apatica involuzione. Una nebbia ottunde le menti delle persone, confonde il loro passato e porta a cancellare anche i ricordi più recenti. Ciò nonostante gli anziani Axl e Beatrice, coppia protagonista del libro, vivono in un raro tempo di pace, fra il popolo dei Sassoni e quello dei Britanni, che spesso si sono contesi le terre e hanno lottato per cancellare la cultura dell’altro.

Ishiguro descrive con eleganza ed efficacia un mondo e un tempo dove può trovare posto anche il fantastico, ma che è soprattutto il racconto del viaggio di Axl e Beatrice, punteggiato da incontri diversi e significativamente simbolici e dall’immersione nei boschi e nei piccoli villaggi. Tutto sembra sospeso e quasi irreale, eppure estremamente concreto, reso fisico e tangibile da abili descrizioni e dai pensieri – la paura di dimenticare, la paura di ricordare – che ogni evento porta nella coppia e nei personaggi che l’accompagnano. Axl e Beatrice sperano che il passato possa legittimare il loro presente, e si ritrovano spesso a dover confrontare il valore della verità con quello dell’inganno.

Ishiguro scrive il suo libro utilizzando un linguaggio arcaico ma non greve, richiama costruzioni ricche di artifici retorici e ripetizioni, riuscendo attraverso queste a dare concretezza a un mondo antico che parla di temi eterni e condivisi. Accanto al racconto astratto, dagli echi shakespeariani che portano a bellissimi picchi di scrittura, costruisce un mondo fisico e tangibile, fatto di terra e sangue, di odori e umori, di uomini che vivono rintanati nei loro villaggi, di folle ottuse e violente, ricordando gli Strugackij di È Difficile Essere un Dio. Ishiguro abbraccia diversi temi, su tutti quello della vecchiaia, al tempo stesso condizione individuale e universale, porta la stanchezza in scene rallentate che trovano nell’andamento della pagina il torpore indotto dalla nebbia, offusca la vista e quindi colpisce con dettagli di lancinante chiarezza. Riesce ancora a creare dubbi sulla memoria e il suo ruolo nella Storia, sulla capacità di inventarsi e raccontarsi per formare sé stessi, sull’oblio come modo per perdonarsi.

(4,5/5)

L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

La Versione di Barney – Barney’s Version, il libro di Mordecai Richler (1997) e il film di Richard J. Lewis (2010)

la versione di barneyLa Versione di Barney, Mordecai Richler, 1997, è un libro che non ho letto tutto d’un fiato. Ci ho messo un po’, non sempre brilla per appetibilità, specialmente quando sei su un bus affollato e devi scegliere se dedicare mezz’ora a Richler o buttarti su Facebook e gli auricolari. Ma questo non gli impedisce di essere un gran bel libro. Uno dei più sarcastici, burberi e romantici della mia carriera da lettore, scritto con quella difficilissima spontaneità che hanno i grandi autori, da Bukowski a Carver. Il racconto, autobiografico per Barney Panofsky e, pare, per molti versi anche per Richler, parte con un turbinio di ricordi che, dagli anni ’50, attraversano i decenni, le città, le età, mescolando epoche e affetti per tornare periodicamente all’ormai anziano narratore. Che confonde citazioni, gli sfuggono i nomi di almeno due dei sette nani, s’incazza perché non riesce a ricordare che quella cosa per prendere il brodo si chiama mestolo. Sulla copertina del libro c’è la faccia del Richler giovane, e le migliori battute sprezzanti, i colpi più forti incassati da Barney non senza dolore, mi hanno sempre riportato a quel volto e quell’espressione.

Non posso certo stare a raccontare La Versione di Barney, i suoi tre matrimoni, i tre figli, Toronto e Parigi, gli ebrei e i gentili, gli amici, i sigari e lo smarrimento. C’è un libro scritto per questo, che per buona parte procede saltando liberamente fra le vicende e i tempi differenti, gradualmente si concentra in una storia sempre più definita, mettendo al loro posto tutti i pezzi che precedentemente erano stati offerti quasi alla rinfusa. Un percorso di focalizzazione praticamente contrario a quello del suo narratore, che invece vive lo sfilacciamento progressivo dovuto all’Alzheimer.

Barney Panofsky è un personaggio davvero bello, cui mi sono affezionato molto. Ammira l’arte, una via scelta da quasi tutte le sue amicizie, sempre con delle conseguenze. Ma produce discutibili serial televisivi, che lo hanno reso ricco. È spietatamente sarcastico nei confronti della normalità, ma raggiungerla rimane anche uno dei suoi desideri più profondi. Barney racconta senza autoindulgenza il rapporto anche di sudditanza che ha con l’amico scrittore Boogie, descrive una parabola di vita fatta di incontri e conflitti, quasi sempre ricostruendo le scene, i dialoghi, gli avvenimenti, senza ridurre le cose all’evocazione diretta dell’emozione. Tranne quando parla di Miriam, la mia adorata Miriam,  con cui avrebbe voluto invecchiare. E allora si sente tutta la malinconia del libro, tutto il tempo che, pure confusamente, è passato lasciando migliaia di tracce, tutto il desiderio di ritrovare una persona con cui costruire un rifugio per ripararsi dalla confusione.

la versione di barney filmLa Versione di Barney è un gran bel libro, quello di Richard J. Lewis non è un gran bel film. Neanche orribile, intendiamoci, ma non abbastanza fuori dal comune, e da questo punto di vista un tradimento grave del testo d’origine. Il film, Paul Giamatti protagonista, da una parte compie una scelta anche coraggiosa, ovvero quella di non introdurre una voce narrante. Una scelta anche raffinata, ma che può dirsi riuscita solo quando il film riesce a sviluppare un suo linguaggio alternativo, come nel caso di Villeneuve alle prese con Saramago o di Tarr che traduce Simenon. Lewis, invece, non riesce a costruire un’identità differente, a sostituire la parola scritta, i pensieri, con qualcosa di altrettanto potente, e soprattutto continua a rincorrere le vicende del libro. Ne fanno le spese personaggi appena abbozzati, dov’erano, invece, accuratamente delineati, ne fa le spese la stessa visione del mondo che il libro veicola, qui drasticamente semplificata. Pur non mancando qualche guizzo recitativo, è molto sacrificato anche il protagonista stesso, che spesso evoca velocemente ossessioni e piccoli atti di ribellione – le lettere anonime di Barney sono fra le cose che più ho amato del libro – senza riuscire a riportarle a una descrizione di un modo d’essere. La produzione è italo canadese, il che probabilmente spiega la sostituzione di Parigi con Roma, e sembra non aver voluto avvertire quanto di doloroso e violento ci sia in quelle pagine spesso ironiche, ma piene di paura per tutto quello che si perde nel percorso. Un film che vuole richiamare le tante vicende, ma non cerca un suo metodo, e il cui peccato maggiore è quello di aver provato a ridurre in alcuni cliché cinematografici un’umanissima  storia di ordinaria follia.

La Versione di Barney, libro di Mordecai Richler: 4,5/5

La Versione di Barney, film di Richard J. Lewis: 3/5

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)