Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

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The Death of Stalin (Armando Iannucci 2017). Finalmente, c’è molto cinema

Morto-Stalin-se-ne-fa-un-altroNon dirò molto su The Death of Stalin, se non che – finalmente e un po’ anche inaspettatamente – c’è tanto cinema. In Italia Morto Stalin, se ne fa un altro, titolo che potrebbe fare erroneamente pensare a una farsa fatta di sosia e noie simili. Armando Iannucci (autore scozzese di origini napoletane per una produzione GB – Francia) dirige e scrive, partendo da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, un film dagli equilibri attenti, trovati con naturalezza, come non avevo la fortuna di vederne da mesi.

Death of Stalin racconta le ultime ore del dittatore, e la lotta per la successione che si scatena nella sua corte. A svolgere le situazioni e i dialoghi un cast eccezionale, costituito, per citarlo solo in parte, da Steve Buscemi, Michael Palin, Simon Russell Beale e Jeffrey Tambor. Su una ricostruzione rispettosa dei fatti storici, Iannucci costruisce un impianto che scantona dalle abitudini solenni e ingessate del genere, come dagli eccessi della parodia, adotta un’impostazione teatrale riuscendo a conservare un forte dinamismo nella messa in scena. Porta nelle intricate vicende gli impacci e il linguaggio diretto e volgare (meravigliosa la scena iniziale del concerto, una sorta di Lubitsch sboccato), costruendo una commedia che, per la natura delle cose e dell’uomo, con buona probabilità può essersi avvicinata, più di altre ricostruzioni, ai toni della realtà.

Iannucci racconta attraverso una regia presente ma non invadente – allora si può, ancora! -, ogni inquadratura accentua l’ironia, senza tradire il senso, spesso drammatico, dei contenuti. La sinergia fra recitazione, dialoghi e scelte visive fa apparire semplice quel che semplice non è, portando nelle azioni dei protagonisti il terrore per l’imprevedibile ferocia di Stalin, l’esigenza costante di prodigarsi nella sua adulazione, la guerra strategica con i propri pari, senza che nessuno perda, intanto, la propria forte caratterizzazione. Il film tocca momenti di pura comicità ed eventi realmente drammatici, senza che questi stridano fra loro, ma lasciando che ognuno legittimi e rinforzi l’altro. Una commistione di toni e contenuti che da tempo non passava sullo schermo con tanta spontaneità.

(4,5/5)

Loro 2 (Paolo Sorrentino 2018)

loro2-slowfilm-recensioneLoro 1 doveva gran parte della sua riuscita dal fatto di essere una lunga introduzione, disorganica e libera di accumulare situazioni, personaggi, ripetizioni. Loro 2, invece, inchioda al centro della scena un Berlusconi che indossa una malinconica maschera berlusconiana, e lo immerge, come dicono a Parigi, in un mare di gnocca. Mare da cui Servillo Berlusconi rimane comunque piuttosto distante, dando forma le migliaia di corpi, perfetti e uguali fra loro, a una scenografica emanazione dei ricordi – prima ancora che dei desideri – dell’uomo più potente d’Italia.

Loro 2 offre, in gran parte, quanto ci si poteva prevedibilmente aspettare da questo progetto di Sorrentino, ricostruendo una serie di scene diligentemente significative. Oltre al frattale anatomico, che ha il suo culmine in una coreografia sexy ginnica (per la verità piuttosto telefonata e non curatissima) di “meno male che Silvio c’è”, il film sviluppa il racconto di Berlusconi attraverso una manciata di dialoghi, in particolare con la moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci).

Tutti gli spunti introdotti nel primo episodio si concludono sostanzialmente lì, mentre questa seconda frazione estrapola frasi ed eventi “storici” e pubblici, riportandoli in confronti privati. Dai milioni di euro equiparati a manciate di secondi, alla lettera della stessa Lario dove denunciava la malattia del marito, il film diventa un’antologia di – possiamo ormai chiamarli – luoghi comuni, trasfigurati nell’esuberanza del cinema di Sorrentino. Che purtroppo non riesce, nella maggior parte dei casi, a dare a questi luoghi una forma sufficientemente nuova e indipendente, e  far dimenticare le origini spossanti dei suoi testi.

(3/5)

Loro 1 (Paolo Sorrentino 2018), una recensione politica

loro 1 slowfilm recensioneSorrentino è un ottimo regista, e uno sceneggiatore originale e interessante, cose che fanno di lui un autore. E avere un autore, in Italia, mentre piangiamo l’abituale miseria, è una cosa di cui dovremmo essere contenti. È una ripetizione e una premessa indispensabile, vista la mole di critiche che solitamente muove ogni suo lavoro. Sorrentino può non piacere, può non piacere il suo cinema così caratterizzato, ma trattarlo con sufficienza e ironia (di solito poco ispirata) è una soluzione che può accontentare chi il cinema, tutto sommato, non è interessato a frequentarlo più di tanto, o è comunque più interessato alle sue narrazioni più usuali e accoglienti.

Delle masse plagiate e traviate dal potere ipnotico di Berlusconi, non frega un cazzo. Finalmente. Le masse traviate erano già insostenibili quando erano maggioranza silenziosa, adesso che è livore digitale rumoroso, conviene tenerle un po’ spente. Loro 1 dipinge un empireo, una colorata selezione di sguaiate figure ultraterrene dalle denominazioni astratte, mette in scena dei ruoli che possono essere ricoperti da persone diverse, ma che devono necessariamente esistere in quanto funzioni e oggetti del desiderio per chi, invece, rimane invisibile. Loro, quelli che contano, Lui, il nutrimento a cui tutti guardano, Dio, un fantasma che disperde i suoi fluidi, e altri semidei, nudi, plastici, assurdi, affamati.

Per estetica o per suggestioni, il film di Sorrentino si pone sul lato pulp del postmoderno: con i ritmi ossessivi utili ai riti tribali, e con Riccardo Scamarcio dal volto gonfio e gli occhi schizzati (in buona parte il vero protagonista di questa prima frazione), gemello del DiCaprio di The Wolf of Wall Street. Con un distacco dalla realtà condivisa che, pur non comprimendo tutto in una limousine, riporta l’eccentricità ultraterrena di Cosmopolis, e con lo sguardo quasi languido, che mostra come anche il sarcasmo possa fluttuare fra corpi e vuoti esistenziali, al modo dell’ultimo Malick. Loro è un film d’autore e di finzione abitato da personaggi reali, ed è pressoché indispensabile che a due terzi dell’opera, quando Berlusconi compare, questo sia impersonato da una maschera indossata da un attore campano. Più mimetico nei panni di Andreotti, figura più complessa, distante e soprattutto nascosta, Toni Servillo ha qui il compito di nascondere anche Berlusconi, la persona al mondo di cui sappiamo di più, la persona il cui nome suona da tempo come un luogo comune. Servillo lo trasforma in qualcosa di indefinito, con indosso un abito che non racconterà adeguatamente la storia e la sete di distruzione di Berlusconi, ma che consente a Loro di essere un film.

Loro 2, al cinema dal 10 maggio, sarà probabilmente più legato alle vicende di Berlusconi, specialmente quelle di (s)costume, continuando da dove lo si è lasciato. Non è escluso che, fra le due metà, la più equilibrata potrà risultare questa prima, proprio per come ha regolato la presenza del suo ingombrante protagonista. Rimane l’idea di un film che – lo ammetto, il soggetto non mi ha fatto correre al cinema – ha saputo trovare una sua chiave e una sua gestione dei tempi, facendo tesoro anche dell’incursione seriale di The Young Pope. Il secondo capitolo, verosimilmente, continuerà a offrire una versione cerebrale ed estetizzante del pop, un montaggio che alterna frammentarietà e quadri distesi, procedendo spesso per analogie e riportandole nella realtà diegetica, una parata di personaggi in esplorazione del lato oscuro felliniano, per dare forma, più che a una storia, a delle sensazioni filmiche e fisiche, non necessariamente gradevoli.

(4/5)

Fantascienza a basso rendimento: The Cloverfield Paradox e Downsizing

cloverfield paradox slowfilm recensioneC’è questa pratica molto postmoderna, non a caso associata a quell’animale del marketing che è J. J. Abrams, che consiste nel prendere un film non di primo piano, o magari neanche riuscito troppo bene, e dargli visibilità inserendolo nell'”universo Cloverfield”. Si fa tutto più facilmente della maggior parte dei lavoretti di Muciaccia: si azzecca la parola Cloverfield nel titolo e, con abbondante colla vinilica, una scena nel film che confermi la distruzione del mondo da parte di esseri alieni, mostruosi e privi di moventi, come nel primo Cloverfield. Il secondo capitolo 10 Cloverfield Lane, è, per il momento, l’episodio migliore di questa serie (buona atmosfera, ottimi protagonisti, nel complesso un film che ha pure qualcosa da raccontare), mentre questo recente The Cloverfield Paradox (Julius Onah 2018), distribuito da Netflix, è una roba senza senso. C’è gente in orbita alla ricerca di un modo per produrre energia infinita per una Terra ormai spossata, e un piccolo incidente porta all’ingarbugliarsi di realtà alternative e svariati altri effetti collaterali. Paradox si snoda per una serie di scene ingiustificate e ingiustificabili, di stampo soprattutto horror, infarcite da citazioni che vanno da Alien in giù, inseguendo eccentricità letali alla Final Destination e altre bizzarrie alla Twilight Zone, senza avere poi alcuna voglia di renderne conto. Una rassegna di situazioni piuttosto strane, ma neanche così sorprendenti, fini a loro stesse, inframmezzate dalle svampite sdrammatizzazioni di Chris O’Dowd e dal considerevole profilmico di Elizabeth Debicki.

(2,5/5)

downsizing slowfilm recensioneAlexander Payne fa dei film che per qualche motivo mi incuriosiscono, quindi finisco quasi sempre per vederli. Solitamente si tratta di soggetti accattivanti, che però Payne riesce a trattare in modo piuttosto scialbo, come se volesse essere dissacratorio ed elegante allo stesso tempo, e alla fine non riuscisse in nessuna delle due cose. Nonostante questo, Payne riesce spesso a trovare il favore di chi cerca del cinema quasi d’autore, che non sia troppo impegnativo. Downsizing (Alexander Payne 2017), purtroppo, sembra aver lasciato piuttosto indifferenti un po’ tutti. Il tema di un’umanità che si miniaturizza per poter meglio gestire le risorse, non trova una linea convincente. Payne, anche sceneggiatore, sfiora l’aspetto ludico per poi abbandonarlo, sostiene per buona parte del film un tormento privato di cui non frega niente a nessuno, per poi buttarsi sulla critica sociale ed ecologica, spruzzandola di romanticismo rivoluzionario. I diversi aspetti finiscono per inquinarsi fra loro, non riuscendo a restituire nessuna immagine davvero forte o memorabile. Io, almeno, non memoro già quasi più  nulla.

(2,5/5)

Qualche film agile e piuttosto divertente: Smetto quando voglio masterclass + ad honorem, Paddington 2

smetto quando voglio masterclass slowfilm recensioneIl secondo e il terzo capitolo della saga di Sydney Sibilia sono in realtà un unico film, ed è un film più divertente e riuscito dell’esordio. Cambiano, rispetto al primo, gli sceneggiatori (con l’eccezione dello stesso Sibilia, sempre presente) e cambia il tono. Smetto quando voglio si distacca dal recriminare qualunquista dell’italiano geniale e bistrattato, per abbracciare l’iperbole del crime movie all’americana in salsa nostrana. Una salsa ben riuscita, molto più gustosa, per dire, di quella alla base di Jeeg Robot. La sceneggiatura è decisamente più accurata della media, costruisce un meccanismo che funziona e lo arricchisce di un umorismo sopra le righe ma non forzato, ben gestito da tutti gli attori (gran gruppo, c’è da dire). Molti sono anche i dettagli realistici, legati alle specifiche conoscenze dei personaggi, accompagnati da dettagli burocratici che svelano la loro intima assurdità. Masterclass in particolare, in quanto episodio libero anche dall’intralcio di dover dare una chiusura, è una gran prova di cazzeggio. Ad Honorem pure regge, perdendo qualche colpo quando sceglie di voler dare un finale dal retrogusto amaro, dove non proprio tutto riesce a raggiungere la tensione ricercata. Poco male, rimane un lavoro che funziona, ricco di caratterizzazioni intelligenti e di episodi in cui si ride davvero.

paddington 2 slowfilm recensioneMolto grazioso anche il ritorno dell’orsetto Paddington. Come spesso accade, una volta conosciuto il personaggio e accettata l’idea, sdoganata nel primo capitolo, i successivi raccontano storie indipendenti, che non lasciano evolvere né arricchiscono più di tanto i protagonisti. Non è necessariamente una cosa negativa, anzi, con una buona sceneggiatura può essere una condizione che consente di dare più forza alle singole scene. Paddington 2, inoltre, può contare nuovamente sull’apprezzabile direzione di Paul King, che con un certo equilibrio dà forma a un fumettone molto british, arricchito da architetture, simmetrie e movimenti di macchina vicini al Wes Anderson più divertito. Un buon cinema familiare. Segue immagine di un orsetto dallo sguardo austero, un superpotere che può risultare molto utile.

paddington sguardo austero

Smetto quando voglio – masterclass (Sydney Sibilia 2017): 4/5

Smetto quando voglio – ad honorem (Sydney Sibilia 2017): 3,5/5

Paddington 2 (Paul King 2017): 4/5

Annientamento – Annihilation (Alex Garland 2018)

annientamento-slowfilm-recensioneL’Area X del mondo di annientamento è una Zona selvaggia dove le forme di vita sono in mutazione, ibridazione, duplicazione, dove fra le tante citazioni e associazioni ce n’è una legata ai colori sgargianti di questa dimensione sperimentale, fatta di cellule e processi impazziti. Passando dal prisma di The Dark Side of the Moon, altro incubo dal cromatismo acceso, la rifrazione di Annientamento scompone la luce rendendo visibili i suoi componenti, scompone i diversi materiali genetici e li confonde. All’interno di una bolla di sapone, il viaggio nella Zona del film di Garland è una parata di tumori e parassiti colorati, un’esplosione incontrollata di vita e un intreccio di funzioni alla scoperta, forse, di uno stato più definito e funzionale.

Oltre alla vicinanza con Stalker, che conduce individui tormentati dai loro desideri in un luogo dove siano imprevedibili i rapporti fra causa ed effetto, c’è quella diretta con l’originario libro degli Strugatzki, Picnic sul Ciglio della Strada. Passando forse da qui, anche il romanzo di Jeff VanderMeer prende la suggestione dello stravolgimento delle leggi della – nostra – natura, a opera di un capriccio alieno.

Un passo indietro e una precisazione: Annientamento si nutre di suggestioni affascinati, è anche un film apprezzabile, ma, per quanto migliore del sopravvalutato Ex Machina, con cui condivide il tema della ricerca e la definizione dell’identità, non è un lavoro particolarmente ambizioso e riuscito. Per qualche insondabile motivo, infatti, Garland non si sbarazza di quei passaggi meccanici, forzati, sbadati, da b-movie, che si ritrovano in gran parte dell’azione mainstream. C’è quasi da credere che sia una scelta, quella di continuare a fornire cliché conosciuti e rassicuranti, che sarebbe anche semplice correggere. Si aggiunga a questo che il buon cast tutto al femminile propone personaggi potenzialmente complessi, ma praticamente abbozzati.

Il suo meglio Annientamento lo dà nella frazione finale, quando la protagonista si confronta con l’essere all’origine di tutto, e le canzoncine standard di flashback nostalgici sono spazzate via da suoni profondi, ripetitivi e primordiali. Garland qui calca sullo sperimentalismo visivo, con un occhio al singolare Beyond the Black Rainbow, e spoglia le sue figure dalle forme umane, rivolgendo l’altro bulbo a Under the Skin. Lena (Natalie Portman) si confronta con un essere prima mutevolmente informe, quindi comincia un dialogo lisergico e simbiotico in cui le due entità si avvicinano progressivamente, si incontrano a metà strada, fino a diventare indistinguibili, in una reciproca contaminazione. Avvicinandosi anche in questo al film di Glazer, Annihilation riesce a rappresentare il distacco di un essere che quasi gioca con un mondo che non è il suo, avendo il potere di modificarlo, e lo fonde con la disperazione di una ricerca della coscienza e dell’identità che è, però, già indice di un’esigenza umana.

Tra bassi e alti, fra cui spicca una danza conclusiva che trova una certa cinematografica libertà, rimane un film che riesce a dare forma a molte inquietudini, e offre più di tanti altri sia sul campo visivo che su quello concettuale, trovando un compromesso tutto sommato accettabile fra ricerca e luoghi conosciuti.

Grassa produzione Netflix, in streaming su Netflix.

(3,5/5)

Il Filo Nascosto – Phantom Thread (Paul Thomas Anderson 2017), la realtà celata in un abito artificiale

il filo nascostoIl racconto dell’incontro tra due persone, lo stilista della Londra aristocratica degli anni ’50 Reynolds Woodcock e la cameriera Alma, prima che una storia d’amore, della ricerca del completamento di sé, è la storia della lotta a quel che di sé si percepisce come più intimo; dell’attacco, sempre meno inconsapevole, a una vita di scelte consequenziali, dettate dall’adattamento alle influenze e le aspettative delle persone e ai luoghi in cui si è nati e cresciuti. La lotta sottile e sotterranea con la personalità, identificata in un’abitudine e in un abito, porta a intaccare e limitare quel che si è stati fin lì, per ricercare una versione più pura e vulnerabile dei propri bisogni. Una versione più egoisticamente lontana da quelle che sono riconosciute come le proprie capacità, che costituiscono una codificazione semplificata, e comunque accessibile, del proprio ruolo nel mondo.

La vita di Woodcock, nella sua casa lussuosa, circondato dalla sua corte, è spesso intrecciata con musiche lievi per pianoforte e archi, un commento quasi ozioso che non cambia quando a compromettere le abitudini arriva Alma. Attraverso il testo musicale di Jonny Greenwood, Paul Thomas Anderson finge di raccontare una quotidianità che, invece, non è mai tale, non descrive i suoi personaggi in situazioni usuali, ma li porta in condizioni di costante conflitto e ridefinizione. L’impressione è che Woodcock accolga Alma nei suoi spazi, mentre sarà Alma ad affermare una dinamica opposta, a compromettere le architetture, i ricordi, le ossessioni di Reynolds. Quella de Il Filo Nascosto è una storia che riesce a rendere astratte due personalità esasperate, due persone dai tratti estremamente definiti, che finiscono per essere rappresentative di pulsioni e ricerche comuni. È una storia che definisce ancora il bisogno della cura, come momento di contatto con l’altro e di abbandono, un bisogno così essenziale da poter essere preceduto dalla ricerca della malattia. E, bisogna dirlo, è eccezionale Daniel Day-Lewis nel mostrare questo insieme di sensazioni nascoste, come la regia nel lasciare che parlino i suoni di una colazione, le inquadrature quasi sempre in interni sottoposti a enormi pressioni, gli sguardi che nel rubare immagini rivelano il bisogno di nascondersi, più che di osservare.

Anderson, anche sceneggiatore, riesce in un gran lavoro di scrittura letteraria attraverso le immagini del cinema, porta la linearità del romanzo classico  nell’eleganza registica che tocca Hitchcock e Kubrick, il corpo e la malattia di Tsai, la dualità imprecisa del suo The Master. Crea un meccanismo narrativo definito e lo porta in un linguaggio visivo altrettanto presente ed esibito, ma riesce a farlo ricordando proprio le finalità espressive per cui le tecniche sono nate, riportando la realtà e la malinconia di un abito artificiale.

(4,5/5)