Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

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I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Minima Immoralia: Godzilla, Maleficent, Lone Ranger, Smetto quando Voglio, Dragon Trainer 2, Appleseed Alpha, Funeral Kings

godzilla slowfilm recensione cinemaGodzilla (Gareth Edwards 2014). Non è il film che speravo mi svelasse definitivamente Gareth Monsters Edwards, ma neanche quello per cui smetterò di considerarlo un autore molto promettente. Le due anime del film, quella spettacolare e quella umana, non sono perfettamente calibrate, ma conservano, rispetto all’esordio di Edwards, il fascino che viene da una visione elegantemente distaccata e rispettosa di un genere originariamente artigianale. Lo sguardo si decentra, quando in campo entrano i mostri, che finiscono dentro schermi, cornici, lontani ritrovano la dimensione dei vecchi modellini, che dimostrano una “statura” molto più importante delle creature giganti onnipresenti, iperdigitali e inflazionate. Anche se l’azione pura è limitata, Godzilla ridiventa davvero protagonista, animale primordiale e demone, temuto e ammirato dagli spettatori umani. (3,5/5)

maleficent recensione slofilmMaleficent (Robert Stromberg 2014). Angelina Jolie ci sta, per sguardo e personaggio è in parte, ma il film di Stromberg non ha le qualità per rendere davvero memorabile alcunché. Le mire sono alte, nella rivisitazione della bella addormentata dal punto di vista della strega fanno capolino idee anticonformiste e femministe. Riuscire a inserire temi di un certo spessore in un blockbuster è impresa tutt’altro che facile, e a Maleficent, che non sa rielaborare i suoi contenuti in maniera convincente, questa non riesce. E alcune scene più movimentate sono esteticamente piuttosto imbarazzanti, fra zoomini, oscillazioni e primissimi piani enfatici. (2,5/5)

lone ranger recensione slowfilmThe Lone Ranger (Gore Verbinski 2013). Stessa formula dei pirati, ma meno noioso. Di queste serie – o aspiranti tali – il primo episodio è quello che ha più possibilità di cavarsela, e Lone Ranger, spensieratamente cartoonistico, ci riesce. È una questione di formule narrative, un film d’intrattenimento ha bisogno di una parabola favolistica completa, mentre gli episodi successivi al primo possono solo prolungare e replicare dei passaggi isolati. L’ultimo film di Verbinski con i birignao di Depp inizia forte, poi inevitabilmente si assesta ma regge, e conserva un’ironia abbastanza fresca per tutta la non indifferente durata. Pecca maggiore un cattivo che parte bene, anche violento per una produzione Disney, poi gli viene negato un adeguato confronto finale. (3,5/5)

smetto quando voglio slowfilm recensioneSmetto Quando Voglio (Sidney Sibilia 2013). Uno dei rari film italiani che passano da queste parti, portato dai molti volti da Boris che lo popolano. Come qui spesso succede, la commedia con sottofondo sociale si lascia andare a inverosimiglianze un po’ fastidiose, giustificando il tutto con l’iperbole e la satira. Anche queste forme, però, hanno bisogno di una certa sensibilità di scrittura, che rimane invece piuttosto grossolana. I geni italiani, laureati, dottorati, aspiranti professori cacciati dall’università e costretti a lavori umili alle dipendenze di Cinesi e Indiani, sono parte di uno script piuttosto accondiscendente verso un certo piangersi addosso autoindulgente e facilone. Sono a volte divertenti i singoli attori, appunto gli ex Boris e Libero de Rienzo, che hanno una certa padronanza dei tempi comici e la capacità di caratterizzare un personaggio anche con poche espressioni. (2,5/5)

dragon trainer 2 slowfilm recensioneDragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014). Mentre scrivevo in Lone Ranger di parabole narrative e incompletezze strutturali pensavo a questo. Dragon Trainer 2 si lascia guardare: è movimentato, ci sono molti draghi colorati e dal design fantasioso, l’animazione è fluida. Perde necessariamente la semplicità e la completezza dal primo, non aggiunge niente al suo mondo e così assume un valore semplicemente episodico. (3/5)

Appleseed Alpha (Shinji Aramaki 2014). Anche i primi anime tratti dalla saga di Shirow non li ricordo particolarmente travolgenti, ma questo è davvero molto brutto. D’altronde, l’autore di Ghost in the Shell è stato nobilitato da Oshii, ma in altre occasioni le trasposizione dei suoi lavori rimangono, come l’originale, un po’ pesanti e poco interessanti, se non per sporadiche funeralintuizioni. Appleseed Alpha è sfilacciato, incongruente, vuoto, un deserto con pochi personaggi, persi in una serie di esplosioni e combattimenti in una CGI non particolarmente convincente. (1,5/5)

Funeral Kings (Kevin e Matthew McManus 2012). Commedia adolescenziale – formativo – gansteristica passata inosservata (anzi da noi non passata affatto), è invece un film assolutamente potabile. Molto buona la prima parte, con i ragazzini in evoluzione adolescenziale che formano una spregiudicata banda di chierichetti per funerali. La linea si va poi del tutto perdendo, ma, tutto sommato, anche quando si potrebbe temere il peggio e compaiono complicazioni inutilmente contorte, i McManus hanno la saggezza di conservare una salda leggerezza di fondo. (3/5)

Monsters (Gareth Edwards 2010)

Se siete alla ricerca di una sorpresa, del film che non vi aspettate, probabilmente questo lavoro di Gareth Edwards è un buon candidato. In breve: una sonda della NASA nel tornare a casa si schianta lasciando liberi i mostri che ospitava di stabilirsi sulla Terra. In particolare infestano una larga striscia sul fatidico confine fra Messico e Stati Uniti, ormai teatro d’ogni genere di storia e ogni forma di rivisitazione. Un fotoreporter e la figlia del direttore del giornale per cui lavora devono attraversare l’area.monsters edwards

Messa così, Monsters sembrerebbe avere tutte le carte del fanta-horror standard, ma è sostanzialmente tutt’altro. È cosa del tutto diversa anche rispetto District 9, a cui è stato spesso paragonato: Blomkamp con 30milioni di dollari ha riempito di creature e scenari alieni un film di due ore, l’ha fatto meglio di un film dal budget quattro volte superiore e riuscendo a dare un senso a tutta l’operazione; Edwards con la cifra ridicola di 15mila dollari ha fatto un film che sembra un film vero, dove la presenza aliena lascia profonde tracce del suo passaggio e rimane quasi sempre un elemento esterno, che regala al mondo di Monsters un’atmosfera più sospesa ed incerta che minacciosa o fantastica. I film di Blomkamp e Edwards hanno in comune l’ottima resa del digitale. Dimostrano una volta di più come il supporto, con le sue dominanti fredde e le figure definite, sia in grado di offrire un’apprezzabile resa estetica e dia la possibilità, con investimenti anche minimi, di fondere perfettamente il mondo reale con elementi fantastici, fatti delle stesse luci e colori.
Monsters racconta il conoscersi dei due protagonisti portandoci nel loro viaggio, osservando oggetti naturali e innaturali, riflessi sull’acqua calma di un fiume, dettagli e ricostruzioni maestose, conoscendo persone (funzionari corrotti, miliziani ammazza mostri, ecc.) per una volta distanti dai personaggi che solitamente incarnano determinati ruoli, più impegnate ad avere un’anima e dei pensieri che a ricoprire delle funzioni dotate di fulminante battuta scialba; fatte le dovute proporzioni, più vicini a un soldato de La Sottile Linea Rossa che a un mercenario di The Expendables.
Edwards sopperisce all’impossibilità di mostrare delle creature davvero efficaci concentrandosi sugli aspetti reali del film e lavorando col fuori campo, con un sonoro molto curato nella resa dei rumori e nella costruzione di un commento musicale emotivo ma essenziale. Oltre ad essere un’ottima opera prima Monsters è senza dubbio una vetrina che Edwards utilizza per mostrare le sue capacità su diversi mezzi e nel trattare vari generi e registri, ma il risultato, al contrario di operazioni analoghe, può vantare una sua identità e suscita interesse verso il prossimo lavoro, previsto per il 2012.monsters edwardsmonsters edwardsmonsters edwards(4/5)