Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

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Eisenstein in Messico (Peter Greenaway 2014)

eisensteinChe Peter Greenaway, da sempre feroce censore del cinema come trasposizione narrativa del romanzo ottocentesco, dovesse incontrarsi con Sergej Eisenstein, teorico e fautore del montaggio delle attrazioni, del cinema dedicato e destinato alla ricerca di un linguaggio specifico, era nella natura delle cose. E la natura ha fatto il suo corso seguendo la via più diretta: un biopic, un documentario che porta il cinema del regista sceneggiatore pittore videoartista gallese in un ambiente, guarda un po’, più ordinato e narrativo del solito. Eisenstein in Messico – o Eisenstein in Guanajuato – ricostruisce le vicende del regista russo nel 1931, del suo viaggio propedeutico al poi incompiuto ¡Que Viva Mexico! La scelta, quindi, è per un periodo decisamente significativo della sua vita, con inevitabili conseguenze sulla sua parabola artistica.

Fondato su ricerche e documentazioni minuziose, il film di Greenaway trova nel suo soggetto lo spontaneo riflesso del suo autore, una nuova occasione per costruire elencazioni, accumulazioni, geometrie architettoniche e architetture dei movimenti di macchina, schermi e informazioni che si moltiplicano e si ripetono nel quadro scomposto e parole, tante parole. Dialoghi e monologhi (auto)riflessivi, che nell’arte ritrovano una volta di più l’occasione per analizzare l’amore e la morte. La morte è onnipresente nella cultura messicana, l’amore e le sue complicazioni sono gli oggetti principali della scoperta di Sergej che a Guanajuato, con il vistoso aiuto della guardia del corpo Palomino, a 33 anni fa i conti con la propria sessualità.

Se alla bellezza degli spazi aperti è riservato un montaggio piuttosto serrato, quasi a non voler indugiare in una rappresentazione troppo “facile”, sono i ricercati interni – in particolare la camera d’albergo di Eisenstein – e la architetture – palazzi, cimiteri, sotterranei labirintici – a ispirare piani sequenza, cerchi vorticosi della macchina da presa, deformazioni ottiche, compenetrazione e confusione degli ambienti. Se una lunga carrellata orizzontale – figura a cui Greenaway è affezionato – segue il protagonista fra tavoli, archi e colonne, rincorrendo le sue parole e attestandone la (falsa) continuità del flusso, sono proprio le parole che si impongono come contrappunto e completamento delle scene visivamente più esplicite. Esplicitazione e visibilità del pensiero, del rapporto fra i corpi, dell’incontinenza dei fluidi e delle tecniche filmiche, Eisenstein in Messico è un film che si mostra senza sosta e costruisce, molto più di altri (recenti) lavori di Greenaway, un percorso narrativo consequenziale e compiuto. Meno indulgente verso il quadro immobile, frontale e costruito su volumi pittorici, il film rinnova e aggiorna l’arte del regista, senza peraltro aggiungere nulla. E nel condurre un’esposizione in cui si leggono elementi autobiografici e si costruiscono scene di una certa crudezza, conserva un distacco enciclopedico e straniante che sembra, a volte, rifiutare consapevolmente un’intensità che forse sarebbe stato più sorprendente vedere assecondata.

(3,5/5)

Nymphomaniac vol.1 e 2 (Lars von Trier 2013)

nymphomaniac recensione slowfilm Non ho mai letto un romanzetto di formazione erotica, eppure è una cosa che m’immagino fatta più o meno in questo modo. Credo che tutti abbiamo dentro di noi un’idea simile, il racconto della vita di una donna che cominci dalla sua gioventù e l’imprinting familiare, si sviluppi attraverso una serie di incontri e di scoperte, con la variabilità (neanche così accentuata) della personalizzazione del corredo didascalico – culturale. Nymphomaniac, ad ogni modo, non è un brutto film, ma è probabilmente il film più semplice, forse più semplicistico di von Trier (diciamo il secondo, dopo Idioterne). Nella struttura lineare divisa per capitoli (con tanto di nomi individuati dall’iniziale), il racconto autobiografico di Joe  (Charlotte Gainsbourg) trova in Seligman (Stellan Skarsgård) un personaggio esplicitamente dedicato alle digressioni didattiche, spaziando all’interno di argomenti ricorrenti fra le suggestioni adottate dal cinema. Da Fibonacci alle riflessioni laiche sulla religione e le icone, da Poe alle minuzie delle tecniche di pesca, portate a esemplificazione dell’adescamento sessuale.

Stacy Martin, giovane Joe, è la protagonista di una prima parte apparentemente più dinamica e lieve, eppure più vicina ad altre opere del danese e aperta a registri meno soliti, rispetto al genere e le aspettative. Trovano spazio dettagli ed elencazioni vicini alla lezione di Greenaway, assieme ai quadri nel quadro, i libri di anatomia con immagini in movimento e in parte anche il modo di rappresentare la nudità e l’uso del corpo, con quadri che ricordano Lo Zoo di Venere, The Fall’s, Prospero’s Book, e altri titoli dal curriculum ortodosso dell’artista gallese. E ancora nel segmento dominato da Uma Thurman (il migliore del film), moglie platealmente ferita, si trovano le note di von Trier più vicine alla commedia, solitamente meno utili ai fini dello scalpore mediatico, ma assolutamente nelle corde del regista.

Il passaggio di testimone dalla Martin alla Gainsbourg non segna solo l’approdo della protagonista all’età matura, ma anche la svolta del film verso un’atmosfera più decadente e prevedibilmente sadomasochista, più vicina alla letteratura e meno al cinema. Nymphomaniac procede per episodi e personaggi orgogliosamente canonici, e con l’accumulazione il tono ironico che dovrebbe introdurre e sorreggere le glosse esplicative si fa sempre più forzato e pretestuoso. Si affrontano le definizioni del ruolo della madre, dell’amante, dell’uomo, dell’individuo, della propria identità e del desiderio di vederla perpetrata in un’altra persona: il tutto, naturalmente, concentrandosi sull’aspetto sessuale di ogni circostanza.

In chiusura, andiamo al punto più interessante, quello che ha portato attenzione e curiosità attorno a quest’ultima fatica trieriana. Dal punto di vista parapornografico Nymphomaniac ha un valore decisamente limitato. Del tutto fuori luogo i commenti che l’hanno dipinto come un porno d’autore. Il racconto è interamente concentrato sulla sessualità (o meglio, sui vari aspetti dell’esistenza ricondotti al piano sessuale), ma le scene esplicite sono limitate, e soprattutto straordinariamente brevi. Un incontro amoroso dura tendenzialmente meno rispetto allo stesso evento, quando questa si compie in un qualsiasi film drammatico o sentimentale. Compaiono rapidi flash di genitali, prevalentemente maschili, che la versione da quattro ore montata da Molly Marlene Stensgaard (sensibilità femminile?) lascia come segnaposto alle sequenze prevedibilmente più approfondite del montaggio integrale di cinque ore e mezza. Rimane un  film molto narrato, antologico, forse ipertrofico perché poco originale, ma assistere al racconto di una vita, quando a metterlo in scena c’è un regista che sa sicuramente il fatto suo, conserva comunque un suo fascino.

(3/5)

Bi, don’t be afraid – Bi, dung so! (Dang Di Phan 2010)

bi don't be afraidBi, don’t be afraid può aiutare a sudare via l’eccessiva accumulazione di pellicole del momento, film modaioli o la cui unica identità sia quella data dal pressante battage corrispondente all’uscita in sala. Il film del vietnamita Dang Di Phan, vincitore di un paio di premi a Cannes 2010, ha la silenziosa e scabrosa bellezza che si trovava con più frequenza nelle scoperte orientali di qualche lustro fa.

La scena è una torrida Hanoi, soffocata da un caldo visivamente senza sosta, percettibile anche dallo spettatore, che i personaggi cercano in diversi modi di rendere sopportabile. La storia è quella della famiglia di Bi, bambino di sei anni che incrocia le vicende del padre in precario rapporto con la madre, il nonno malato, la zia in confusione sentimentale. Ma quello di Dang – fortunatamente – non è un film col bimbo, che ha in alcune scene il ruolo dello sguardo innocente o stupito, e talvolta guida lo spettatore, ma non accentra l’attenzione né la narrazione. È un film estremamente fisico, sensoriale e sensuale, che al calore contrappone l’esplorazione e i segreti di una fabbrica di ghiaccio, i corpi coperti dal fango, gli scrosci di pioggia improvvisi, le mani che scavano nell’anguria, la caccia di sensazioni. Una ricerca estetica sempre attenta e non invadente descrive degli spazi labirintici, saturi, in stretta corrispondenza con gli istinti degli uomini.

Istinti che pongono i personaggi in atteggiamenti quasi animali, immediati, accompagnati da esplosioni sessuali a volte liberatorie, più spesso frustranti o frustrate, con frequenti accostamenti fra corpo e dolore. La rappresentazione del corpo e della necessità della cura (fisica o affettiva) ci riporta ai temi di Tsai Ming-Liang; qui si perde forse l’anima disperatamente romantica di Tsai, ma rimane la passione per gli elementi, la forza di immagini, luoghi e situazioni, e la capacità di saper congelare il (melo)dramma.

(4/5)

Shame (Steve McQueen 2011)

Al secondo lungometraggio Steve McQueen già ricorda molto se stesso. È forse inevitabile, per un autore dalle idee così definite sull’immagine e i tempi della narrazione.  Al contrario di Hunger, però, Shame sembra voler nascondere un vuoto, con l’evidenza del suo cinema.

La storia è semplicissima. Da una parte un Fassbender che si divide fra serrate sessioni di masturbazione e saltuarie prostitute, platealmente incapace di nutrire passioni che presuppongano reale trasporto e interesse. Dall’altra una Carey Mulligan sorella di Fassbender che coltiva simili patologie con una sintomatologia diversa, enfatizzando ogni rapporto affettivo fino a svuotarlo di significato. In una manciata di lunghe scene viene mostrato il presente dei due protagonisti e (pre)supposto un loro passato difficile. Se Carey Mulligan si confonde con una certa efficacia col suo personaggio Sissy, aiutata anche dalla sua minore esposizione, l’onnipresente Fassbender, nell’entusiasmo per il film alternativo e per alcuni provocatorio, offusca il protagonista Brandon. In una bella sequenza McQueen tiene quasi ininterrottamente, per alcuni minuti, un primissimo piano della Mulligan mentre canta una versione sofferente, dimessa e tutto sommato ammiccante di New York New York. La scena segna il film e ricorda da (troppo) vicino il taglio profondo che il lungo dialogo fra Bobby Sands e il sacerdote pratica in Hunger.

Shame è un film freddamente melodrammatico, ricopre ogni immagine di finto distacco inoculando una sensazione sgradevole, probabilmente una buona rappresentazione della vergogna che condiziona i protagonisti (la cui origine sta fra il non detto e il facilmente ipotizzabile) e si offre al pubblico. Eppure il film sembra avvitarsi su di sé, riesce a esprimere le sue idee ma allo stesso tempo mostra di esserne fin troppo affascinato, confidando in una forza e una necessità che in buona parte non possiedono.

(3/5)

Visage – Face (Tsai Ming-liang 2009)

visage-faceTsai Ming-liang è un regista rigoroso, nella sua impostazione fotografica dai lunghi pianisequenza, senza movimenti di macchina, con la sua predilezione per i toni freddi e le geometrie artificiali; ma i suoi film emozionano, sono profondamente umani, riflessivi ma immediati, terribilmente istintivi, nel rapporto col pubblico. Tsai Ming-liang, lo dico chiaramente, fa parte di quella manciata di autori che molto semplicemente sono “i miei registi preferiti”.

Ogni film di Tsai ha come tema l’amore, la ricerca dell’altro e l’impossibilità di raggiungerlo, per toccare poi i temi connessi della malattia, la solitudine, la perdita, attraverso una simbologia radicata nel corpo: l’acqua, la luce, il tempo, nella sua irreversibilità e conseguenze. Temi semplici, per questo coinvolgenti, trattati in ognuno dei suoi lungometraggi da una prospettiva differente, ciascuno immerso in un luogo ben definito e accompagnato da precise scelte riguardanti il tono da adoperare, i dettagli da mettere in mostra, la possibilità o meno di lasciar scorgere un po’ di speranza o d’illusione, nei suoi finali spesso sospesi.

Visage è, per la prima volta, un film che ripete molte delle intuizioni e delle scelte già presenti nelle opere precedenti. Se questa debba essere letta come una scelta propria a Visage, o come un primo ripiegamento del regista sul suo vocabolario espressivo e narrativo, lo sapremo solo vedendo il suo prossimo film. Visage è dedicato da Tsai alla memoria della madre, scomparsa durante la scrittura dello stesso,  ed è la summa di tutto quel che il regista ha creato sin qui. Si ritrovano allagamenti, come in The Hole, il chiudersi in casa, impedendo alla luce d’entrare dalle finestre schermate col nastro adesivo, come in Che Ora è Laggiù, ci sono anche personaggi, come il co-protagonista di I Don’t Wanto to Sleep Alone, che compaiono apparentemente senza motivo, richiamati direttamente dalla memoria dei racconti passati.

visage-tsai-ming-liang-laetitia-castaCommissionato dal Louvre, il film si svolge in parte a Taipei, e per il resto frequenta i luoghi più nascosti o inaccessibili del museo parigino: i sotterranei, delle scale di servizio, un parco imbiancato dalla neve finta…

Stavolta Tsai accoglie i fantasmi del suo cinema, come aveva evocato quelli degli spettatori di una sala storica in Goodbye Dragon Inn. Sul canovaccio di una Salomè da girare a Louvre, diretta dal suo attore e alter ego Lee Kang-sheng, compaiono i volti di Jean-Pierre Léaud, Fanny Ardant e Jeanne Moreau, e vengono richiamati i nomi, fra gli altri, di Pasolini, Fellini, Mizoguchi, Truffaut, Welles, Murnau nell’evocazione di uno spirito del cinema apolide e senza tempo, da offrire alla propria memoria, a quella dello spettatore, e specialmente a quella della madre. Il tono di Visage è funereo e malinconico, privato dell’incertezza e indeterminatezza che avvicinava lo spettatore ad ogni mancanza: questa volta si rimane soprattutto a guardare e ricordare, e anche l’ombra della macchina da presa su un muro, dove vibrano i riflessi dell’acqua, ci porta in una dimensione esplicitamente metafilmica, dove si dà uno sguardo alla concretezza di tutto quel che stava nascosto.

visage-cannesNon mancano, ad ogni modo, scene e figure che ritagliano lo spazio a nuove icone e nuovi ricordi. In particolare una bellissima Laetitia Casta, in una sequenza fortemente sensuale, è la protagonista di una “danza dei sette veli” senza musica, dove i rumori di fondo, molto accentuati, portano tutto ad una dimensione irreale, inquietante quanto affascinante. O ancora una scena canora, all’interno del bosco innevato, bianco come il lutto, dove alcuni specchi verticali, nascosti fra gli alberi, creano una scenografia straniante e suggestiva, di quella rara bellezza che Tsai Ming-liang sembra saper costruire con semplicità. Sono tanti gli specchi nel film, specchi in cui gli attori invecchiati osservano rughe e ferite, o specchi che vengono coperti, dalla Casta posseduta dallo spirito di Salomè, e specchi in cui si riflette la vita artistica di Tsai Ming-liang, il suo lavoro e la sua poesia.

(4/5)

Go Go Tales (Abel Ferrara 2007)

Una serata al Paradise, locale di lap dance di proprietà di Willem Dafoe, istrionico padrone di casa col vizio del  gioco. L’idea di Ferrara di fare un film a struttura altmaniana (impossibile non pensare a Radio America) non è sballata, dal momento che molte opere di entrambi i registi, seppure in maniera differente, danno la sensazione di un'incursione casuale in mondi caotici per l’occhio esterno, interiormente organizzati su tempi e modi specifici. Un sapore di improvvisazione difficilmente concesso alle regole del cinema, che non vengono peraltro svilite o semplificate.

Rinchiusa nel Paradise, la storia di Go Go Tales prende forma in piani sequenza e giochi di luce, trasferimenti su schermi a bassa definizione e coreografie tanto vacue da essere realistiche. Luci al neon e donne longilinee dai costumi bizzarri hanno il loro fascino, e il merito di fare chiaro riferimento all’estetica di molti film di fantascienza o dinamicamente sperimentali, alcuni indicati come lavori preziosi dal punto di vista visivo, altri come paccottiglia replicante: tutto viene dai colori di un bordello che voglia darsi un certo tono. E, per quel che riguarda Ferrara, sono gli stessi colori di New Rose Hotel. In questi toni artificiali e nei dialoghi lasciati ad un’improvvisazione che spesso non va oltre una lunga sequela di cazzo e vai a farti fottere, si alternano momenti puramente vuoti (ai quali dò un valore del tutto positivo), scene addirittura partecipative e malinconiche (come la performance canora di Dafoe), e roba davvero becera (qualche battuta forzata e la parte di Scamarcio). Non sto a dilungarmi sulle peculiarità del doppiaggio, anche se non posso fare a meno di chiedermi perché sia stato fatto in questo modo, atono e fuori tempo. Insomma un film greve e lieve, al quale, volendo, si possono trovare un mucchio di difetti, ma che possiede una sua anima strafatta e autoironica, magari da non annacquare con letture metacinematografiche o criptobiografiche.

(3,5/5)

Help Me Eros (Lee Kang-Sheng 2007)

Ad un anno di distanza recupero l’opera di Lee Kang-Sheng, nello svelatamente disperato tentativo di ovviare all’essenza di Tsai Ming-Liang (qui produttore esecutivo) a Venezia; tentativo in buona parte non riuscito. Il film l’ho visto con i sottotitoli tradotti dal francese al googlese, e nonostante di francese non sappia assolutamente nulla, si intuisce come l’avanzato mezzo tecnologico sia del tutto incapace di rendere anche la frase più semplice. Poco male, il film è prevedibilmente taciturno e tutto quel che c’è da capire della trama lo si può trovare nelle svogliate sinossi dello scorso Festival. Che più o meno raccontano questo: Lee è un agente di borsa andato in rovina, adesso piccolo coltivatore di marijuana, che pur non potendo pagare le bollette della lussuosa  casa minimal se la spassa organizzando serate con un gruppo di giovani (pseudo)prostitute che si vestono come nei manga, e ovviamente spaccandosi di spinellotti. Una vita tutto sommato non disprezzabile, ma che comunque sembra non soddisfare il nostro eroe, il cui umore altalenante lo porta da una scena di sesso acrobatico a un momento di depressione, da un momento di depressione a una scena di sesso acrobatico.

Il film in buona parte non è brutto: se non esistesse Tsai Ming-Linag sarebbe certo più interessante, così come è vero che se non esistesse Tsai Ming-Liang, di certo non potrebbe esistere questo film. Più movimenti di macchina, rispetto all’opera del Maestro (carrellate, non state a pensare a campi controcampi o zoom o altre scelleratezze), ma soprattutto più colori brillanti, corpi più esclusivamente erotici, ed in definitiva una storia di sofferenza meno convincente, alquanto posticcia. Se Tsai nell’ultimo film (I Don’t Want to Sleep Alone) si immerge in architetture scheletriche, incomplete e abbandonate, Lee non resiste ad un certo estetismo lussuoso che ricorda l’ultimo Wong Kar-Wai. Accurato nelle inquadrature, il film riesce soprattutto dal punto di vista erotico, eppure in alcune scene pare che il ridicolo non sia del tutto volontario. Gli incontri ravvicinati con le anguille provocarono, giustamente, sprezzante ilarità quando li raccontarono Valeria Marini e Bigas Luna. Ecco, questo non è l’unico velatissimo simbolo sessuale che Lee non si fa problemi a mettere in scena.

Bene, basta così; lo scopo principale di questo post è lamentarsi dell’assenza di Tsai al Lido. Ecco fatto. E poi inaugurare un nuovo gioco: indovina chi non ha visto il film e ci ha scritto la recensione. Il primo illustre vincitore è: Maurizio Porro del Corriere della Sera ("una grassona che fa il bagno con una piovra in stile Cicciolina"), per la totale assenza di piovre all’interno del film. Grande Maurizio, trattiene a stento le lacrime. Al secondo posto si piazza Lietta Tornabuoni de La Stampa, che non trova niente di meglio da fare che scrivere cinque righe in cui vengono elencate un po’ di scene, probabilmente appuntate da un assistente nel buio della sala, o semplicemente evinte da un qualche comunicato dell’ufficio stampa. Cavalli di razza, al prossimo giro sapremo su chi puntare.

(2,5/5)