Samurai Gourmet, stagione 1 (Masayuki Kusumi 2017) Un percorso zen alla scoperta della (stra)ordinarietà

samurai gourmet slowfilmPer distrarsi un po’ dai draghi, gli zombie, gli intrighi, Samurai Gourmet è un gioiellino, una piccola rivelazione, un accogliente e divertente rifugio zen. È distribuito da Netflix, quindi facilmente reperibile. Takeshi Kasumi, 60 anni, è appena andato in pensione. Non so immaginare perché, ma pare che in molte persone, e ancora di più in molte persone giapponesi, questo porti a una sorta di senso di vuoto, di perdita d’identità, una difficoltà a immaginare come vivere il proprio tempo. Fortunatamente questo stato, per Takeshi Kasumi, dura assai poco, e presto si ritrova immerso nel trasgressivo piacere di scolarsi almeno un paio di birre ghiacciate già di primo pomeriggio. A guidarlo nella sua rinnovata intraprendenza un giovane ronin dai modi spicci, la cui apparizione segna incursioni in un medioevo nipponico che ha molto da insegnare sulla natura dei cibi e delle persone.

Kasumi-san è interpretato da Naoto Takenaka, capace di portare nel live le iperboliche espressioni facciali, dalla goduria al sacro timore, che abbiamo imparato ad amare con i cartoni dell’infanzia. Il nostro pensionato avventuriero ha una moglie, Shizuko Kasumi, una Honami Suzuki che a prima vista può essere agevolmente scambiata per la figlia, ma ha in realtà solo pochi anni in meno. È una delle cose cui fare l’abitudine, assieme alla luminosità assurdamente accentuata della fotografia.

Takeshi, in 12 serratissime puntate, gira per la città esplorando gli aspetti più veraci della cucina giapponese, sperimentando specialità straniere (ben due volte la cucina italiana), incontrando persone per la prima volta o ritrovandole dopo decenni. Lo schema base della nuova destinazione e dell’intervento del Samurai nel momento di difficoltà, è sempre arricchito di esperienze e dettagli; il tono apertamente leggero e spesso caricaturale è sostenuto dalla poesia minimale e l’amore per la scoperta e l’osservazione. Tratto dall’omonimo manga di Masayuki Kusumi, Samurai Gourmet non può non ricordare i capolavori di Jiro Taniguchi L’uomo che Cammina e Gourmet.

Assieme al racconto episodico, la serie sviluppa una trama in evoluzione, che si arricchisce delle esperienze di quotidiana meraviglia. L’incursione al ristorante italiano, in un’accumulazione barocca e improbabile di sapori, mostra come il gusto sia davvero una componente importante della cultura, e come essere aperti ad assaggiare sapori non abituali non significhi comprenderne davvero i possibili equilibri. Due puntate davvero belle, cinematografiche per sguardo e contenuti, ci riportano una al passato del protagonista, investito in piena luce dalla potenza dell’effetto madeleine, un’altra a vagare fra le strade cittadine, alla ricerca di un luogo legato a ricordi che passano sempre dal gusto, per ricollegarsi agli altri aspetti della vita. Delizioso.

(4,5/5)

Silence (Martin Scorsese 2016), Animali Fantastici e dove Trovarli (David Yates 2016), Yellow Flowers on the Green Grass (Victor Vu 2015)

Silence è la storia del Giappone del XVII secolo che urla al resto del mondo “non mi rompete il cazzo!”. Sordi a questa ferma espressione di saggezza orientale, missionari cristiani continuano a sbarcare, a evangelizzare, mentre le comunità di convertiti vengono minacciate e variamente torturate, quando rifiutano di abiurare. Quest’ultimo Scorsese non è rapido né indolore, un film vecchio che contrappone due mondi nel modo più ovvio ed evidente, interrogandosi sulla fede in maniera così – letteralmente – canonica da riuscire a sfiorare molto raramente il mio interesse. The Wolf of Wall Street, così come i pilot di Vinyl e ancora prima di Boardwalk Empire, sono fra le cose migliori di Martin Scorsese, come innovatività narrativa e costruzione dell’azione, quindi questo film fatto di esplicite trasfigurazioni cristologiche ed ecumeniche voci fuori campo, frutto di un desiderio d’autore disgraziatamente sopravvissuto trent’anni, è difficile da giustificare. Lunghe inquadrature oleografiche citano il linguaggio dei maestri del cinema giapponese, senza poterne racchiudere il senso, mentre in un film che dà risposte a tutto il quesito vero, che rimane irrisolto, è quello che riguarda il perché della sua esistenza. Se l’unico personaggio che riempie lo schermo è Issei Ogata nei panni de “l’inquisitore” che difende il Giappone dalle avance delle “donne brutte”, incarnate dall’invadenza dei Paesi occidentali, una nota di demerito va al monocorde gesuita Andrew Garfield e all’apostata Liam Neeson, peraltro penalizzato da una scrittura terribilmente prevedibile.

Un cenno ad altri due titoli, purtroppo poco più validi. Animali Fantastici e dove Trovarli, lo sappiamo tutti, è il ritorno al mondo di Harry Potter, nato direttamente da una sceneggiatura di J. K. Rowling. La trasposizione nella New York degli anni ’20 ha i suoi motivi di interesse, è spesso divertente l’inserimento del fantastico negli ambienti e le ricostruzioni d’epoca, per quanto iperdigitali. E gli animali stessi sono abbastanza fantastici, c’è il fascino della catalogazione e del bestiario immaginario. La pressione statunitense, però, in buona parte investe anche la struttura del film, che per lunghi tratti si adegua alle catastrofi su larga scala di Marvel e simili, segnando l’ingresso della saga nel mondo meccanico e bellicoso dei supereroi. E del nuovo protagonista, Eddie Redmayne, ancora non ho capito la sostanza, con quell’aria languida, la stessa di The Danish Girl, che dell’animo diviso e sofferente è l’illustrazione perpetua.

Yellow Flowers on the Green Grass, infine, sembrerebbe un outsider, ma lo è fino a un certo punto. Mi aspettavo dal film del vietnamita Victor Vu qualcosa di più, speravo potesse ricordare il periodo d’oro del cinema orientale, quando, a cavallo fra due millenni, si affacciarono diversi autori e titoli definiti dalla cura per la fotografia, la costruzione dell’immagine, il racconto di storie quotidiane e silenziose arricchite dall’unione di realismo e poesia. Presentato a Bologna dallo Youngabout film festival, Yellow Flowers è un film gradevole, che addolcisce una storia dai contenuti drammatici e melodrammatici ricoprendoli con toni fortemente favolistici. La scelta di alleviare i passaggi narrativi permette comunque di descrivere con efficacia una comunità rurale, le credenze e le paure che la attraversano, la storia di due fratelli molto diversi fra loro e l’intreccio di tante altre piccole narrazioni. Quello che limita il film è, a dispetto dei luoghi reali e caratteristici, l’impostazione molto internazionale della regia, che l’avvicina a molti prodotti per il grande pubblico. Victor Vu, che ha tratto l’opera dal best seller di Nguyễn Nhật Ánh, segue un ritmo scandito e una scelta delle inquadrature efficace ma piuttosto anonima, salvo quando inserisce momenti contemplativi che pure sembrano modellati sulle aspettative del mercato. Quasi costante il commento musicale che, assieme all’uso di qualche ralenti di troppo, costruisce delle scene a volte enfatiche e dimostrative. Queste le scelte che normalizzano il film, che rimane comunque una discreta costruzione, specialmente nelle contraddizioni del fratello maggiore e nella finestra che apre sulla vita del villaggio, una bolla animata da credenze popolari e piccoli conflitti.

Silence (2,5/5)

Animali Fantastici e dove Trovarli (3/5)

Yellow Flowers on the Green Grass (3/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

The Assassin (Hou Hsiao Hsien 2015)

assassinLe mie impressioni su The Assassin sono cambiate parecchie volte, durante e dopo la visione. Probabilmente impressioni anche opposte sono giustificate e hanno la possibilità di coesistere, trattandosi di un film molto rigoroso, una prova d’autore affascinante e un’opera per nulla propensa a rincorrere la partecipazione dello spettatore. La verità è che nel wuxia diretto Hou, maestro taiwanese fra i protagonisti dell’epoca d’oro del cinema orientale, speravo di poter trovare un vero e proprio capolavoro, un film che entrasse nei pensieri quotidiani, una piccola ossessione come furono The tree of life (2011), e Cosmopolis (2012), roba che serve allo spirito e che da un po’, purtroppo, non incrocio. A meno di sorprese, The Assassin non potrà ricoprire, per me, questo ruolo, ma si tratta comunque di un film straordinario, specialmente nell’aspetto visivo, che ha pienamente meritato il premio per la regia a Cannes 2015.

The Assassin è un wuxia fortemente depotenziato dal punto di vista dell’azione e delle coreografie: se l’incontro del genere con una firma come quella di Hang Lee portò a una rappresentazione raffinata e dinamica comunque fedele ai canoni del filone, qui il risultato, e le intenzioni, sono completamente diversi (e completamente diversi sono anche i due registi, sia chiaro, li accosto solo per le convergenze superficiali). Hou Hsiao Hsien porta nella Cina del IX secolo la stessa personalissima costruzione delle luci e degli spazi che si trovano nei neon e le geometrie distanti di Millennium Mambo. Si tratta della rappresentazione di un mondo che contiene i suoi attori conservando un incolmabile distacco, una freddezza che si estende dall’ambiente al rapporto fra gli esseri umani. Un mondo attraversato, in entrambi i casi, da una figura femminile che difficilmente lascia trasparire gli indizi di un tormento costante. Hou costruisce storie di solitudine asciutte e antispettacolari, che hanno gli elementi del melò, ma non li lascia esplodere – una cosa, questa, che apprezzo molto, e che lo accomuna all’altro maestro taiwanese, Tsai Ming liang.

Il film è in alcuni passaggi piuttosto noioso – non lento, che lento è bene, proprio un po’ noioso -, specialmente in una manciata di blocchi verbali che definiscono un conflitto storico e sentimentale accumulando nomi e vicende. A fronte di una linea narrativa portante estremamente semplice, i dettagli ricamati attorno non sono particolarmente interessanti, e sicuramente la visione con sottotitoli amatoriali (il film nelle nostre sale non è mai passato) non aiuta la comprensione. D’altra parte, Hou costruisce alcuni quadri di assoluta bellezza formale, splendidi momenti sospesi fatti di trucchi, vestiti, volti curati nei minimi dettagli, musiche antiche e magistrali movimenti di macchina che conducono da una scena all’altra, passando per architetture rischiarate non più dai neon, ma dalle torce, ma ugualmente affascinanti e alienanti. E i quadri sono tagliati dalla protagonista femminile, Qi Shu, che offre quelle immagini perfette e austere, delicate e dolenti, eppure irrinunciabilmente integre, che vengono solo da queste parti del mondo.

(4/5)

Il Regno di Wuba – Monster Hunt (Raman Hui 2015)

Dalla Cina, patria della censura, arriva un film per bambini dove un uomo fa da madre surrogata per la Regina dei Mostri. Cattodem italiani, in marcia su Pechino! Tornate vittoriosi. O non tornate affatto. Anzi, anche vittoriosi, non tornate affatto, così vinciamo tutti. Monster Hunt ha incassato così tanto (primo posto in Cina, fra le produzioni cinesi) che è arrivato addirittura da noi. Nonostante l’impostazione grafica voglia i mostri un po’ viscidi e non proprio gradevoli, la quota Bianca (anni 4 a breve) è rimasta apertamente affascinata dal piccolo Wuba, e divertita dalle altre improbabili figure.

Se si ha un po’ di confidenza col cinema estremorientale, si possono intuire le peculiarità del prodotto. Su un impianto narrativo tutto sommato lineare e conosciuto (il regista ha lavorato anche a Shreck), si dilungano piacevoli momento wuxia, i coreografici combattimenti fra guerrieri apparentemente privi di vincoli con la terra. A questo si aggiungono idee e dettagli impensabili per un film fanciullesco occidentale – alcuni dei quali con una sfumatura appena più realistica non sfigurerebbero in un horror – e una gestione dei tempi che si dilunga su momenti della storia che siamo abituati a considerare secondari.

Si tratta, in definitiva, di un film ben fatto, con un messaggio tendente all’integrazione e un invito a non giudicare l’altro seguendo categorie superficiali e stereotipate. Cose non originali, ma che hanno un valore oggettivo e, a quanto pare, da non dare per scontato; proposte, inoltre, da un film che non fa sconti nella rappresentazione mostruosa dei mostri. Mi diverte abbastanza sia arrivato alle sale italiane dove, ne sono sicuro, per diversi motivi farà storcere più di qualche naso.

(3,5/5)

Little Sister (Hirokazu Kore-Eda 2015)

littel sister koreeda slowfilm recensioneEra da un po’ che mancavo dal Giappone e questo film è stata una visione preziosa, finalmente spontanea e accogliente. Con la stessa intensità e anche, in casi come questo, la stessa leggerezza, gli autori del Sol Levante possono raccontare una stessa storia attraverso il cinema live, l’animazione, il fumetto o la scrittura, avendo maturato ogni mezzo pari maturità e dignità. In una definizione dei generi accurata fino al dettaglio, spesso i testi e i media si intrecciano e si scambiano linguaggio e suggestioni. Così Little Sister, che sarebbe potuto agevolmente essere un anime di Isao Takahata, è invece la (libera) trasposizione dello josei manga Umimachi Diary. Kore-Eda mette in scena, con interpreti perfette e tocco sicuro e armonioso, la storia di tre donne che, in seguito alla morte del padre, già assente da tempo, accolgono la quarta sorellina.

Little Sister immerge le sue protagoniste in scorci naturali e quadri di vita domestica e quotidiana, le lascia avvolgere dalla luce del sole mentre attraverso interazioni e dettagli minimali delineano la propria personalità, definiscono i rapporti affettivi ed elaborano il passato. Little Sister è uno splendido affresco femminile, forte e delicato.

(4/5)

Stray Dogs – Jiaoyou (Tsai Ming-liang 2013)

stray dogs tsai ming-liang recensione slowfilmStray Dogs, forse l’ultimo film in assoluto di Tsai Ming-liang, è un capolavoro. Seguo il regista taiwanese ormai da quindici anni e questa potrebbe essere la conclusione di una filmografia unica. Fin da I Ribelli del Dio Neon, 1992, Tsai ha seguito e filmato un unico corpo, quello di Lee Kang-sheng, osservandolo per più di vent’anni in un’unica grande opera, mentre cresce, invecchia, si gonfia, mentre quel corpo diventava quello di un venditore ambulante, di un attore porno, di un proiezionista in un cinema abitato dai fantasmi, della vittima di Salomè. Sempre lasciando che il tempo scorresse, visibilmente, davanti alla macchina da presa, un occhio che riveste il presente di nostalgia dilatando il tempo in lunghi pianosequenza, raramente disturbati da movimenti della camera.

Incentrando il suo cinema su una manciata di attori, Tsai li rende incarnazioni immediate di qualità, paure, desideri, e al tempo stesso libera i suoi film dalla presenza dell’attore, la storia dal compito di definire il personaggio, rendendo il discorso universale e portando sullo stesso piano le persone, gli ambienti e gli oggetti. Edifici abbandonati, case vuote, impersonale caos e rumore cittadino, gli spazi sono espressione della solitudine dell’uomo, sono luoghi in cui lo stesso spettatore viene a essere incluso, a volte costretto, ospite dell’intimità disperata rappresentata dal regista.

Per la dissoluzione definitiva del tessuto narrativo, Stray Dogs è uno dei film più liberi di sempre. Nella storia del senza tetto e dei suoi due figli, e di tre figure femminili che forse ne incarnano una sola, non c’è più la cornice della nouvelle vague, della cinefilia o del musical. Stray Dogs è un viaggio nella poetica del suo autore e nella sua vita, un film di pura sensazione che libera il linguaggio codificato da Tsai da qualsiasi cosa egli non ritenga opportuno o necessario. I piani temporali e le figure si confondono, senza che questa non costruzione diventi un elemento filmico. Da un certo punto di vista, Stray Dogs non è neanche un film, non è cinema, è un lavoro di un egoismo unico, un’emanazione su pellicola dei dubbi, la depressione, il disincanto dell’autore, è un’espressione totalmente personale e non del mezzo. Tsai Ming-liang si pone il problema del cinema e sa che non è necessario farne, come si pone il problema dell’uomo sapendo che non è necessario comprenderlo.

Mi sento quieto, e triste, quando vedo un film di Tsai Ming-liang, è qui la forza principale del suo cinema. Mi sento trascinato in luoghi e avvenimenti che è bello e doloroso conoscere, attraverso il lavoro unico di un autore che sa come rappresentarli, sento di osservare qualcosa che è stata osservata davvero. Il quadro fisso, l’immagine di uno spazio desolato che raccoglie un affresco in rovina e due figure immobili, una dietro l’altra, ad accumulare silenzio, tensione e lacrime; l’uomo che poggia la testa sulla spalla della donna; il distacco. Questa è la rappresentazione del distacco, che non ha niente a che vedere con il conteggio dei minuti, con l’immobilità, e neanche con le due specifiche figure, è semplice astrazione. Alcuni film sono una perdita di tempo, questa è un’opera che il tempo lo restituisce, restituisce la sua possibile densità, e non avrei potuto chiedere di più.

(5/5)