Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

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Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017). L’assenza dell’uomo e la ricerca del desiderio

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’essere umano non esiste più, è questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Non esiste più una storia condivisa, non esistono dei luoghi reali dove un racconto possa essere vissuto trovando un contesto comune. Blade Runner 2049 è uno splendido film, opportunamente lontano e per certi versi antitetico al Blade Runner di Scott: se prima si indagava l’uomo, adesso a riempire il discorso è la sua scomparsa. Il mondo del Blade Runner di Denis Villeneuve è una matrice di non luoghi, totalizzanti e serializzati, utili a sintetizzare il necessario alla semplice sopravvivenza, o a testimoniare un passato che ormai nessuno più si prende la briga di rimpiangere.

Pur visualizzando un mondo più astratto e indefinito del suo predecessore, e continuando comunque a offrire speculazioni esistenzialiste, 2049 è un film molto legato alla realtà, alla nostra realtà e al nostro tempo. In un ambiente che non offre elementi di riferimento, la difficoltà a creare dei ricordi accomuna tutti, umani e replicanti, e per tutti le esperienze – e dunque i futuri ricordi – hanno natura artificiale. Dipendono da sovrapposizioni di immagini e dall’interazione con il virtuale, surrogati olografici che a loro volta superano la dicotomia fra umano e androide, ponendosi come intelligenze incorporee. Se il precedente era un film sullo sguardo e la scoperta, questo è un film che, in continuità con l’opera di Villeneuve, riporta l’ambiente come visualizzazione dell’interiorità dei personaggi, degli spazi spesso solitari, incredibilmente ampi, ma delimitati come delle gabbie. In questo ha un ruolo importante la fotografia di Roger Deakins, che confonde gli orizzonti e le forme con veli che limitano la visibilità dei quadri, sfumando nel colore puro. Negli interni, gli spazi ripieni di oggetti e ossessioni del film di Scott, qui sono sostituiti da geometrie vuote, le luci, prima tagliate e definite, diventano riflessi in continuo movimento, per un mondo che vive un periodo di elaborazione, che ha perso la sua identità e non ne ha ancora definita una nuova.

Il film si muove su molti livelli, la scelta estetica riporta anche al Tarkovskij di Stalker, con cui condivide il viaggio dei protagonisti alla scoperta dei propri desideri, timorosi della risposta ma incapaci di interrompere la ricerca. In Blade Runner 2049, l’androide K (Rian Gosling) identifica la presenza o meno dell’anima con un indice di cosa si è autorizzati a desiderare. Il legame è anche con Enemy, dove il doppio era il mezzo per confrontarsi con i propri desideri, mentre qui è lo stesso protagonista ad avere una doppia essenza, incerta, e impiega la sua intera esistenza nel tentativo di identificarla.

2049 è anche legame con la mitologia che lo precede, attraverso un intreccio di rimandi visivi e narrativi non ingombrati ma significativi, dall’aggiornamento del test Voight-Kampf al ritorno di vecchi personaggi con nuove funzioni, su tutti naturalmente il Rick Deckard di Harrison Ford. Ed è anche azione, confronti e duelli, da quello dall’impronta western in apertura, a quello fra K e Deckard, caratterizzato da frammenti di memoria olografica che riportano a Las Vegas Marilyn ed Elvis, unendo direttamente le nostre realtà. Bello anche il bacio che una delle antagoniste dà al protagonista, ricordando quello di Roy Batty al suo creatore, un misto di prevaricazione e disperazione. A voler indicare un paio di aspetti non del tutto riusciti, il primo sarebbe la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Non è chiara la vicenda che avrebbe portato alla sostituzione di Jóhann Jóhannsson, spesso essenziale nel cinema di Villeneuve, ma, come accaduto con Dunkirk, Zimmer fornisce un apporto d’impatto ma non particolarmente inventivo nei momenti puramente sonori, mentre nelle parti melodiche qui è troppo vicino all’opera di Vangelis. Il secondo appunto, più rilevante, riguarda quei due, tre ganci, a quanto pare ormai irrinunciabili, verso un possibile sequel. 2049 avrebbe meritato una compiuta indipendenza (che ovviamente non significa una perfetta chiusura), come quando si facevano film veri.

Concludendo, a distanza di 35 anni, a un Blade Runner sull’essenza dell’uomo se ne affianca uno sulla sua assenza, un titolo differente, ma capace di rielaborare quanto nell’originale c’era di futuristico e visionario, e renderlo anche più vicino al nostro presente. Mentre i sequel, remake e reboot del caso – da Star Wars alle saghe Marvel -tendono alla normalizzazione e all’appiattimento sul linguaggio fragoroso e vuoto del cinema di massa, 2049 abbraccia uno stile registico e narrativo molto definito, è un film d’autore, un film di Denis Villeneuve.

(4,5/5)

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

Ghost in the Shell (Rupert Sanders 2017). Il whitewashing più drastico è quello sui contenuti

ghost in the shell slowfilm recensionePiù del whitewashing della protagonista, il problema – enorme – della versione live di Ghost in the Shell è il whitewashing dello script. È il primo punto di un discreto elenco di cose che non vanno nel film di Rupert Sanders, scritto da ben tre sceneggiatori e tratto dal manga di Masamune Shirow, già ampiamente rimaneggiato (in meglio) da Mamoru Oshii nell’anime nel 1995 e nel visionario, ancora bellissimo Innocence, nel 2004. Senza contare le numerose serie e gli altri film d’animazione, vicini al lavoro di Shirow, che in primo piano ha il lato action e tecnologico, prima di quello esistenzialista sviluppato da Oshii. Sanders e gli Stati Uniti si inseriscono, dunque, in un mondo ampio e ricco di possibilità, e lo fanno al peggio.

GITS del 1995, da sempre giustamente accostato a Blade Runner, riflette sulla coscienza, sulla possibilità che possa affiorare in un organismo sintetico e come questo influisca sulla sua definizione. Studia l’individuo e il corpo, e nel farlo costruisce un’estetica coerente dei personaggi e dei luoghi, che porta nell’animazione le descrizioni realistiche e le sospensioni narrative dei film d’autore. Il film del 2017 con Scarlett Johansson insegue – e raggiunge – la banalizzazione dei contenuti, snaturando sistematicamente i numerosi riferimenti all’originale, fino a diventare una normalissima storia su dei ragazzi di strada rapiti e sottoposti a degli esperimenti. Lo sguardo vitreo che caratterizza i cyborg in GITS come in Sky Crawlers (ultimo lungometraggio animato di Oshii), la fissità che scioglie il legame fra coscienza e dolore nei momenti in cui sono più vicini alla morte, qui si perde. La Johansson, poco adatta al di là della sua etnia, recita svogliatamente la sua parte, muovendosi in un mondo grossolanamente digitale. C’è anche da domandarsi quale sia il senso di rifare un lavoro che nasce in animazione, con un live del tutto irreale e numerico, un mondo che rimane virtuale, ma sviluppato con una diversa e meno ispirata tecnologia.

Il film esiste per sfruttare le scene più celebri e spettacolari dell’originale GITS – la lotta sotto la pioggia, quella con il carro armato, la creazione del corpo artificiale – senza avere poi intenzione di riproporre, in una produzione mainstream, le stratificazioni e l’incompiutezza dell’originale, che più che a dare una storia standard e delle risposte era interessato a mettere in scena delle suggestioni. Il nuovo Ghost in the Shell inevitabilmente attira gli ammiratori del primo, ma soprattutto per loro – per noi – rappresenta un film del tutto superfluo. Chiude con Resurrection, il leggendario pezzo di Kenji Kawai che apre l’originale e torna in una celebre sequenza descrittiva, senza aver fatto nulla per poterselo permettere.

(2/5)

Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

arrival-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)