The Killing of a Sacred Deer (2017) Yorgos Lanthimos elegante, ma meno centrato del solito

the killing of a sacred deer slowfilm recensioneYorgos Lanthimos mi piace molto, è un autore che nasce dalla crisi ma guarda a meccanismi  non contingenti, più profondi, legati alle paure dell’uomo e in particolare alle aberrazioni che nascono dalle regole e le abitudini del vivere sociale. La necessità stessa di relazionarsi con l’altro provoca nei film un completo straniamento, porta gli attori a svuotare le relazioni dell’emotività e di ogni inflessione, seguendo un’interpretazione meccanica che rispecchia in ogni momento un’interiorità congelata. Se i personaggi di Lanthimos fossero lasciati individualmente liberi di agire, probabilmente passerebbero la vita a fissare un muro. Al momento, si può dire che l’autore greco non abbia sbagliato nessun film, ma The Killing of a Sacred Deer è la sua opera meno incisiva, e anche quella che, pur conservando una costruzione rigida, trova più difficoltà a individuare una tesi definita su cui esercitare la sua scrittura.

Il punto centrale è probabilmente quello della giustizia che viene dall’istinto e il rancore dell’uomo, la giustizia biblica dell’occhio per occhio, accompagnata dalla passione, altrettanto forte, per il sacrificio dei propri figli su richiesta di una qualche esacerbata divinità. Le storie di Lanthimos arrivano negli Stati Uniti, a Cincinnati, e trovano a interpretarle i volti noti di Nicole Kidman e Colin Farrell. Nella vita familiare apparentemente asettica di un cardiologo e un’oftalmologa e dei loro due figli, s’inserisce il perturbante in forma di sedicenne, un ragazzo che fin dalle prime inquadrature (non la primissima, che è letteralmente un’apertura su un cuore aperto) intrattiene con Steven / Farrell un rapporto su cui interrogarsi.

L’austerità e l’automatismo espressivi, anche attenuati rispetto ai lavori precedenti, si innestano però su situazioni meno esasperate e grottesche, sviluppando un distacco che ricorda la lettura delle pagine crude di un libro, senza gli attori a guidare i sentimenti dello spettatore, lasciato solo a osservare ed elaborare, pienamente responsabilizzato. In Sacred Deer s’incontrano la cifra e la minaccia dell’Haneke di Funny Games, mescolata con la violenza impotente del Villeneuve di Prisonsers. Fino a una ricerca scenografica e fotografica che può essere accostata a quella di Kubrick, e può prefigurare il passaggio al prossimo The Favourite: ambientato nell’Inghilterra del ‘700, tratterà un’epoca e un luogo che al cinema portano sempre una certa eleganza e ricerca estetica, e potrà favorire un’ulteriore apertura dell’autore al pubblico.

Tirando le somme, con questa prova Lanthimos sembra volersi scantonare, almeno in parte, dal modo di fare cinema che lo ha reso celebre e che trova la sua semplificazione in The Lobster, che edulcora i toni conservando l’esasperazione della critica sociale dei primi lavori. In Sacred Deer conserva un espediente narrativo radicale di stampo horror e soprannaturale, ma impedendogli un’evoluzione lo trasforma in un semplice pretesto, che non si inserisce, però, in un intreccio forte abbastanza da giustificare la scelta. C’è anche da dire che, se anche il film non convince del tutto in alcuni specifici snodi, è ancora molto efficace nell’atmosfera e la suggestione complessiva, e Lanthimos di certo merita ancora tutta la nostra curiosità.

Uscita italiana prevista per il 25 aprile.

(3,5/5)

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Coco (Lee Unkrich, Adrian Molina 2017)

cocoFacendo due conti, alla Pixar non riusciva davvero un film dal 2009, anno di Up. Coco è un buon film, e teniamocelo stretto, che poi si ricomincia con i numeri di Gli Incredibili 2 e Toy Story 4 (quattro). Dopo i ghiacci di Frozen e il sale di Oceania, Disney – Pixar prosegue nel filone “etnico”, ispirato da diverse culture, favole, credenze e religioni. Personalmente, non sono particolarmente attratto dai racconti troppo caldi, dalle chitarre dei mariachi e dalle famiglie allargate, non sono particolarmente attratto dal Messico, ma Coco funziona. E per un’ampia prima parte la sua ispirazione viene da lontano, ricordando in molti modi La Città Incantata. Dal capolavoro di Miyazaki riprende il viaggio inaspettato di un bambino nel mondo degli spiriti, la costruzione di un mondo di architetture fantastiche brulicanti di forme bizzarre, la ricerca dell’identità fino anche al riferimento al senso e al valore del proprio nome. Dall’animismo giapponese si passa all’iconografia del Dìa de Los Muertos, ma Coco conserva una prima parte prevalentemente descrittiva, come nei momenti migliori delle produzioni Pixar.

Coco, che comunque non raggiunge i livelli di ricchezza visiva, astrazione e poesia del maestro giapponese, nella seconda parte torna alla compiuta narrazione occidentale. Lo fa azzeccando una serie di personaggi riusciti, a cominciare dall’allucinato cane Dante, e qualche bella scena, su tutte quella della stessa Coco che, come un delicato omaggio, pur dando il nome al film non ne è la protagonista. Superate le scene più visionarie, il film di Lee Unkrich racconta una storia ben definita e anche ben congegnata, classica nella sua compiutezza e nell’opportunità dei colpi di scena, riportando concretezza – come abitudine dello studio californiano – in un mondo fantastico che, tutto sommato, si muove sempre secondo meccaniche conosciute, che  possano portare un messaggio collaudato e ben riconoscibile.

(4/5)

Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Rian Johnson 2017) L’abbraccio mortale del franchising

star-wars-gli-ultimi-jedi slowfilm recensioneProverò a farla breve, perché non ha molto senso dilungarsi sui vari motivi, sentimentali ed estetici, per cui Star Wars: Episodio VIII: Gli ultimi Jedi segna la fine della giovinezza e l’ingresso nel franchising. Premessa sull’autore: da Brick, a Brothers Bloom, a Looper, era chiaro come Rian Johnson praticasse un cinema mimetico, ricalcando diversi generi e autori anche con discreta capacità, ma senza lasciare intravedere una cifra personale. Qui le cose non migliorano. Johnson tratta Star Wars come se la saga fosse un genere in sé, ne insegue i canoni e contemporaneamente sente l’esigenza postmoderna di provare a stravolgerli. Ma l’idea, tutt’altro che insensata, viene eseguita inserendo nel mondo di Guerre Stellari elementi estranei, senza provare ad adattarli, con la conseguenza principale di portare tutto nella banalità del linguaggio comune al cinema mainstram.

Dopo il remake / reboot per le nuove generazioni di Il Risveglio della Forza, Gli Ultimi Jedi ha il compito di adeguare definitivamente la struttura alla lunga serialità, con il moltiplicarsi dei personaggi e delle storie e la minimizzazione in entrambi del respiro epico, il proliferare di episodi aperti anche all’interno del singolo film, l’idea che ogni titolo possa avere un’impostazione differente, essendo una variazione sul tema dei gusti del pubblico. Insomma l’adesione al modello Marvel. Con Episodio VIII si estingue la vecchia generazione di eroi, e si fa davvero poco per dare interesse ai nuovi, anche in funzione di un ricambio che sappiamo sarà metodico, da una trilogia all’altra, da uno spin-off all’altro, fino alla fine dei tempi.

Nell’epica, la semplicità ha una sua importanza. Devono essere chiari i ruoli degli attanti e chiare quanto ambiziose le loro missioni, che devono rispecchiare qualcosa che non solo è scritta nel destino, ma è stata incisa in poche parole e a caratteri grossi. Difficile pensare che da qualche parte, nel destino, fosse scritto che dovessimo interessarci a un’astronave ferma nello spazio senza benzina. Eppure per una metà del film il centro è quello, mentre si porta all’interno della saga un racconto laterale, sulla linea di Rogue One, e  lo si porta in un mondo alla Grande Gatsby, mentre Finn e una tizia mai vista vanno alla ricerca di un tizio mai visto.

Anche nell’estetica, la semplicità ha la sua importanza. Qui probabilmente c’entra l’anagrafe, ma sono anche propenso a credere che il modo di trattare l’azione, nel passaggio dall’analogico al digitale, abbia subìto un decadimento oggettivo. Quando alle cose devi prenderti la briga di dare una sostanza concreta, è probabile che nella scena abbiano un loro spazio e una loro funzione. Da Star Wars alle varie vicende supereroiche, a tutte le scene numeriche concitate che mi scivolano addosso, l’unica preoccupazione sembra essere quella di riempire il quadro in ogni suo centimetro, portando lo sguardo in percorsi implausibili per una macchina da presa, e di fatto cancellando la presenza dello spettatore. Non dico che tutto questo non possa funzionare, ma sono abbastanza dell’idea che si tratti, per la narrazione e le sue modalità di visualizzazione, di un impoverimento effettivo e di una generale perdita di necessità e identità.

In conclusione, due rivendicazioni. La prima per Blade Runner 2049, che deve la sua riuscita alle cose per cui è stato spesso criticato, ovvero per il suo incarnare un film soprattutto d’osservazione, che gestisce i tempi senza essere ossessionato dall’essere costantemente funzionale allo spettacolo e a una trama che, purtroppo, si avvierà anche quella all’anonima serialità (se davvero avrà un seguito). La seconda per la trilogia di George Lucas che, pur con tutti i suoi errori,  nasceva ancora da passioni e idee.

Non l’ho fatta brevissima, ma avrebbe potuto andare peggio.

(2,5/5)

Il Gigante Sepolto (Kazuo Ishiguro 2015)

il gigante sepolto kazuo ishiguro slowfilm recensioneDopo la lettura non sempre serrata del pur bellissimo La Versione di Barney, l’ultimo libro del fresco Nobel Kazuo Ishiguro è stato, come recita la quarta di copertina, un’esperienza di travolgente leggibilità. Il Gigante Sepolto ci porta in un’Inghilterra medievale, sprofondata, dopo il regno di Artù, in una sorta di apatica involuzione. Una nebbia ottunde le menti delle persone, confonde il loro passato e porta a cancellare anche i ricordi più recenti. Ciò nonostante gli anziani Axl e Beatrice, coppia protagonista del libro, vivono in un raro tempo di pace, fra il popolo dei Sassoni e quello dei Britanni, che spesso si sono contesi le terre e hanno lottato per cancellare la cultura dell’altro.

Ishiguro descrive con eleganza ed efficacia un mondo e un tempo dove può trovare posto anche il fantastico, ma che è soprattutto il racconto del viaggio di Axl e Beatrice, punteggiato da incontri diversi e significativamente simbolici e dall’immersione nei boschi e nei piccoli villaggi. Tutto sembra sospeso e quasi irreale, eppure estremamente concreto, reso fisico e tangibile da abili descrizioni e dai pensieri – la paura di dimenticare, la paura di ricordare – che ogni evento porta nella coppia e nei personaggi che l’accompagnano. Axl e Beatrice sperano che il passato possa legittimare il loro presente, e si ritrovano spesso a dover confrontare il valore della verità con quello dell’inganno.

Ishiguro scrive il suo libro utilizzando un linguaggio arcaico ma non greve, richiama costruzioni ricche di artifici retorici e ripetizioni, riuscendo attraverso queste a dare concretezza a un mondo antico che parla di temi eterni e condivisi. Accanto al racconto astratto, dagli echi shakespeariani che portano a bellissimi picchi di scrittura, costruisce un mondo fisico e tangibile, fatto di terra e sangue, di odori e umori, di uomini che vivono rintanati nei loro villaggi, di folle ottuse e violente, ricordando gli Strugackij di È Difficile Essere un Dio. Ishiguro abbraccia diversi temi, su tutti quello della vecchiaia, al tempo stesso condizione individuale e universale, porta la stanchezza in scene rallentate che trovano nell’andamento della pagina il torpore indotto dalla nebbia, offusca la vista e quindi colpisce con dettagli di lancinante chiarezza. Riesce ancora a creare dubbi sulla memoria e il suo ruolo nella Storia, sulla capacità di inventarsi e raccontarsi per formare sé stessi, sull’oblio come modo per perdonarsi.

(4,5/5)

Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

Madre – Mother e la violenza della creazione (Darren Aronofsky 2017)

mother slowfilm recensioneMother, l’Aronofsky ancora in sala, ribadisce – dopo i fischi di Venezia e gli articoli alla ricerca del modo migliore per sembrare sprezzanti e divertenti – come tanto il pubblico quanto la critica si senta ancora offesa quando una grossa produzione si distacca dall’abitudine. Mother è un film anomalo  – non sconvolgente, ma anomalo sì – e questo è un bene, è arrogante ed eccessivo, e questo non è necessariamente un male. Aronofsky è uno che non si frena, concettualmente e visivamente, e la sua frenesia accosta, spesso fonde, capacità espressive ricercate e raffinate a simbolismi di raro ed esplicito narcisismo. Un’allegoria biblica con Javier Bardem nei panni di Dio,  Jennifer Lawrence in quelli della Madre (Natura, Terra, tutto ciò che serve a far nascere la vita), isolati in una casa sperduta nel bosco, unico teatro di tutto. In un’atmosfera, da principio, da thriller familiare e psicologico, la loro solitudine sarà spezzata prima da Adamo ed Eva, da Caino e Abele, quindi, in seguito alle creazioni del Poeta Bardem, arrivano le folle, le masse, e con loro il fanatismo e la guerra.

Aronofsky racconta una moltitudine di situazioni, e sensazioni, spesso contrastanti e comunque compresenti, avvicinandosi e scrutando i volti dei protagonisti, che riempiono lo schermo nei primissimi piani. Sono un amante dei campi lunghi e degli spazi vuoti, ma raramente ho visto gestire delle visioni così ravvicinate in modo tanto efficace e dinamico, ricordando gli spazi, la geografia, nei particolari anatomici e nelle variazioni espressive dei volti. Bardem e Lawrence, quanto i coprotagonisti Michelle Pfeiffer e Ed Harris, sembrano interpretare perfettamente la direzione di Aronofsky, che sovrappone volti ed espressioni, li alterna come in una partitura ai luoghi, gli oggetti, i colori, i muri, le superfici, gli antri – i ventri – nascosti, i dettagli della casa, materiale e organica, ancora incompleta. Riporta in ogni inquadratura la sensazione individuale e diretta e un suo significato impersonale, legato al senso universale del film.

La religione è violenza, sono violenza le esasperazioni della contemporaneità e il rapporto fra donna e uomo, c’è violenza nella spiritualità, nel narcisismo proprio del Creatore e nella protezione in cui si vole rinchiudere le proprie cose e i propri figli. Mother non è un film equilibrato, porta la violenza nel suo stesso linguaggio, nella bulimia del suo discorso, unisce l’allegoria biblica con il semplice fastidio per le persone che invadono la privacy, il sarcasmo verso la retorica cattolica della condivisione e del perdono, con la visione conservatrice dell’uomo creatore e la donna che “è la casa”, gli spazi animati e i tessuti anatomici che si innestano nella materia artificiale di Polanski e le fredde efferatezze di Greenaway, irrazionali e da sempre parte della realtà  creata quanto dei cicli naturali.

Qualcuno ha abbandonato la sala, altri quando si sono accese le luci avevano sguardi offesi e impietriti. Imperfetto e barocco, autoindulgente ma autentico e potente nell’individuazione e la rappresentazione del dolore, Mother non lascia indifferenti, nei giorni cresce, e lo si può considerare un ottimo risultato.

(4/5)