Jesus Henry Christ (Dennis Lee 2011), The Hunted- La preda (William Friedkin 2003)

jesus henry christJesus Henry Christ scorre via, più o meno senza lasciar traccia. Quintessenza del film indycarino, punteggiato da cinismi ironici e colorati, meccanico come il più inquadrato dei film di genere. Henry James Herman è un decenne bambino prodigio, concepito in provetta, che soffre una situazione familiare peculiare e la diversità data dall’eccessiva intelligenza. Già solo la sillogistica certezza dell’inesistenza di Dio, come di Babbo Natale, fa sì che venga generalmente emarginato. Personaggio diversamente diverso la sorellastra Audrey, rossa e probabilmente lesbica. Questa è Samantha Weinstein, interessante volto canadese a metà fra Margot Tenenbaum e la giovane Sissy Spacek. Da cui inevitabilmente deriva che l’anno prossimo la vedremo nel remake di Carrie. Il film di Dennis Lee, versione espansa di un suo corto del 2003, è innocuo e perfettino, ma tutto sommato guardabile. (3/5)

the hunted la preda

Tre sceneggiatori per scrivere questa revisione poco ispirata di Rambo. Dove il film con Stallone del 1982, il primo della serie, era una una non disprezzabile parabola sul reducismo, nuda e cruda. The Hunted – La Preda, invece, è uno spreco, un film moscio e inverosimile, che manca ripetutamente i suoi obiettivi. Benicio Del Toro è un ex supersoldato che non riesce a controllare la propria furia omicida, Tommy Lee Jones è l’ex istruttore dall’approccio serial killer / gran mogol, William Friedkin è il regista che marca il cartellino senza provare a inventarsi alcunché. Si mette stancamente in scena lo scontro fra allievo e maestro, natura e cultura, padre e figlio, violenza e perdono, e in apertura e chiusura si recita Highway 61 Revisited, il dialogo fra Dio e Abramo, altro spessore. (2,5/5)

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Killer Joe (William Friedkin 2011)

killer joe friedkin recensioneA considerare Friedkin il regista dell’esorcista ci si perde un mondo. Il suo horror è uno dei marchi più comodi per il marketing di genere – saranno un paio di dozzine i film più terrorizzanti dai tempi de L’Esorcista, ma film come Vivere e Morire a Los Angeles, Minsky’s e quest’ultimo Killer Joe gli sono nettamente superiori, capolavori o a un passo dall’essere tali.

Storia di bifolchi che si rivolgono a un poliziotto killer per sistemare degli affari di famiglia, Killer Joe è un meccanismo rodato e funzionante, un crescendo punteggiato di violenza e diretto a una sequenza finale disturbante come poteva esserlo un film dei ’70. Come può concepirlo Friedkin, che faceva i film dei ’70, e come codificò Peckinpah con Cane di Paglia. Nausea, repulsione, imbarazzo nello spettatore.

Il regista tratteggia i suoi personaggi con affettuoso sadismo, riuscendo a dosare l’ironia in modo da non renderli irreali. Non si entra nel grottesco tarantiniano; l’aggettivalizzazione derivata dal regista di Pulp Fiction sembra inevitabile ogni volta si tratti d’intrecci di violenza e personaggi dalle forti caratterizzazioni, ma Friedkin può fare da solo, lo faceva prima, continua a farlo.

Il mondo è sporco brutto e cattivo, in particolare nella sua parte americana, il pollo fritto può impastarsi di sangue, la macchina da presa può essere un rasoio.

(4/5)

Quella Notte Inventarono lo Spogliarello – The Night They Raided Minsky’s (William Friedkin 1968)

quella notte inventarono lo spogliarello - friedkinFriedkin dirige una commedia sul mondo del burlesque, ma lo fa col suo stile ipercinetico, lasciandosi andare a digressioni descrittive dal montaggio serrato, sequenze che passano seccamente dal bianco e nero al colore richiamate per attrazione e sottolineate da commenti sonori altrettanto bruschi. Il cinema di Friedkin conferma una personalità fortissima, capace di scomporre e plasmare diversi generi.

La storia di Rachel, aspirante ballerina scappata dal padre Amish ultraortodosso, barbuto e letteralmente ringhiante, ci permette di assistere agli show del Minsky’s, gestito dal sempre ottimo Elliot Gould. Allo stesso modo di film come Radio America e Goodbye Dragon Inn, è il palcoscenico il vero protagonista, il teatro e i suoi anfratti, il guscio che nasconde i suoi ospiti frenetici come formiche. Anche in questo caso si assiste agli ultimi giorni di attività, ma Friedkin ai fantasmi e alla malinconia preferisce la messa in scena caotica e frammentaria degli spettacoli grossolani e improvvisati, che si mescolano con le vicende personali di fronte a un pubblico dall’espressione ottusa e gaudente, rapita dalle forme largamente imperfette delle ballerine e dalle gag fisiche e canore dei performer.  

La versione italiana ha purtroppo tradotto e doppiato anche le (numerose) parti cantate, modificando un film che in lingua originale è sicuramente anche più godibile.

(4/5)

Zona rimozione

risate-di-gioia-monicelliRisate di gioia (Mario Monicelli 1960) ha rifatto la sua apparizione in tv in un caldo pomeriggio d’estate, a ricordare la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico. Film sorprendente, perfetto fino all’applauso a scena aperta per tutta la prima parte, elegantemente sostenuta da battute dai tempi impeccabili: a scambiarsele, per dire, ci sono Totò e Anna Magnani, qui anche nella storica e avanspettacolare rappresentazione di Geppina Gepi. Altrettanto entusiasmanti le escursioni, gli intrecci e gli incontri surreali nella Roma in bianco e nero, sospesa, lunare e autocitazionista di un Monicelli a tratti prejarmuschano (in particolare il Jarmusch di Mystery Train). Nella seconda parte il film svolge la trama della commedia in modo più lineare e narrativo, ma non perde mai la comicità e l’amarezza fino alla cruda conclusione. (4/5)
 
Ricordi prenatali hanno suscitato alcune scene de La Grande Guerra (Monicelli 1959), iscritte in tratti della memoria dedicati alla conservazione degli istinti più antichi, come quelli che portano a scavare una trincea. Un’altra coppia infallibile, quella di Gassmann con Sordi, per costruire un’epica della storia, del cinema e della guerra, resa realistica dalla rappresentazione degli aspetti più umani e comuni. (4/5)
 
basilicata-coast-to-coast-papaleoCommedia d’altro stampo e caratura quella di Basilicata Coast to Coast (Rocco Papaleo 2010), ma comunque profondamente italiana e sostanzialmente gradevole. Ottima apertura dove la voce di Papaleo afferma l’esistenza della Basilicata e ne canta qualità e luoghi comuni locali e meridionali. Il film non rinuncia a qualche pesante tocco di poesia e sentimentalismo, digressioni da videoclip autoprodotti e piuttosto forzata è la “prova d’attrice” di Giovanna Mezzogiorno, ma nel complesso l’opera rientra con merito nella categoria del “ce ne fossero”. (3/5)
 
Altra performance quella di Elio Germano, uno dei punti di forza di Mio Fratello è Figlio Unico (Daniele Luchetti 2007), bel ritratto delle contraddizioni degli anni ’60 e rappresentazione sincera dei legami fraterni e familiari, altrettanto complessi. (3,5/5)
 
Si cambia continente in Conflitto d’Interessi (Robert Altman 1998). Thriller noir incentrato sulle pericolose vicende dell’avvocato Kenneth Branagh, evoca le atmosfere tese e ambigue di Images, per poi adeguarsi ad un intreccio prevedibile e televisivo che in parte inficia anche le scelte estetiche e registiche. Rimangono nella memoria, ad ogni modo, alcune suggestioni (bella la sequenza iniziale in carrellata vivere-e-morire-a-los-angeles-friedkin“topografica” dall’alto ed efficaci le ambientazioni nei boschi spettrali) e un notevole Robert Downey Jr. nei comodi panni di investigatore alcolizzato e piacione. (3/5)
 
Un noir poliziesco anche più incredibile di quanto sperassi è il capolavoro di Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles (1985), in costante ricerca estetica ed estetizzante, spigoloso e vitreo come il miglior Mann, spietato nella costruzione narrativa e nel dipingere una serie di personaggi irrimediabilmente marci. E poi l’inseguimento in autostrada contromano, il volto dipinto di Debra Feuer, le esplosioni di violenza e la fotografia di Robby Müller, per una convincente raffigurazione dell’inferno. (4,5/5)
 
Come in una sauna finlandese, per esaltare lo shock, spostiamoci dal genio allo schifo. La domanda che pone Gentlemen Broncos (Jared Hess 2009) è questa: cos’è un film che dichiara apertamente di voler essere una merda e di aspirare a suscitare dei conati nello spettatore? La risposta per me è semplice: è esattamente e semplicemente una merda. Noioso e ripetitivo più di un criceto nella ruota quando non è disgustoso come un criceto nella ruota che si vomita addosso, Broncos ripropone la squallida umanità dinew-york-i-love-you Napoleon Dynamite, riuscendo solo a filmare una galleria di personaggi insulsi dallo sguardo assente. L’impostazione registica vagamente alla Anderson è un insulto. Si impara che i pitoni cacano sciolta. (1,5/5)
 
New York I Love You (Fatih Akin, Yvan Attal, Allen Hughes, Shunji Iwai, Jiang Wen, Shekhar Kapur, Joshua Marston, Mira Nair, Natalie Portman, Brett Ratner, Andrei Zvyagintsev. 2008) è un film a episodi che conserva una media piacevolezza con piccole oscillazioni in meglio o in peggio. A recitarci c’è una sfilza di nomoni che neanche vi sto a dire. Il montaggio a volte frammentato degli episodi permette agli stessi di intrecciarsi, dando intelligentemente un tono più corale. Gradevole la frazione di Shunji Iwai (per il 2011 è finalmente previsto un suo nuovo film per quanto americano e dal nome Vampire…), e non male anche quella di Natalie Portman, per la prima volta in veste di regista e sceneggiatrice. Il tema è in generale l’amore, il tono indie-chic senza grosse sorprese, quanto può esserlo adrift-in-tokyo-satoshil’inserimento di no surprises (ops) nella colonna sonora. (3/5)
 
Quest’ultimo film è meno conosciuto ed è quello che fareste bene a notare. Adrift in Tokyo, portato a termine per noi  da Miki Satoshi nel 2007, è un bel film. Una commedia agrocomica con sprazzi di idiozia nipponica, ma ottimamente resa dalla recitazione convincente e internazionale di Jo Odagiri, studente arruffato e senza legami, e Tomakazu Miura, improbabile estorsore con istinti paterni. Il loro girovagare per  una Tokyo in versione inedita, in una veste prevalentemente antiestetica, alterna incontri con personaggi carichi e assurdi con la formazione di legami improvvisati, a sostituire quelli naturali, inesistenti o perduti. Un film divertente, poetico in forma autentica e autoironica, abilmente malinconico e poco incline ad ammiccare allo spettatore. (4/5)