L’Onda (Dennis Gansel 2008)

L’esperimento originale è del 1967 ed a Palo Alto: un professore (Ron Jones, che a distanza di quarant’anni ancora campa tenendo conferenze sull’argomento) ha l’estemporanea idea di provare ad instaurare un regime totalitario nella sua classe; il successo è stato tale da dover interrompere tutto al quinto giorno, perché La Terza Onda si diffondeva e chi non aderiva veniva emarginato e/o pestato.

Die Welle è oggi in Germania, con tutte le ovvie e specifiche implicazioni storiche. L’atteggiamento iniziale dei liceali protagonisti è simile a quella parte di pubblico (pubblico critico e pubblico e basta, che tanto le differenze sono puramente di ruolo) che ha trovato il film didascalico, artefatto, puerile rispetto alla loro ineffabile consapevolezza. Attraverso l’applicazione di regole uniformanti, di disciplina e di segni distintivi facilmente acquisibili, il maestro crea un gruppo compatto, una forza superiore che amalgama le forze individuali ed ha bisogno di esprimere la propria energia, a scapito di chi al gruppo è alieno.

Rispetto all’esperimento carcerario di Stanford del ’71 (che ispirò un altro film tedesco, The Experiment, rispetto al quale L’Onda è più compatto e meno effettistico), che pure era più strutturato, qui è interessante vedere come L’Onda si propaghi spontaneamente, come alla base della prevaricazione non ci siano dei ruoli imposti e soprattutto non delle ideologie, ma semplicemente la voglia di sentirsi parte di un gruppo, uniformarsi alla maggioranza; ed il film di Gansel rende evidente quanto sia difficile, perché in qualche modo innaturale, scegliere di essere minoranza, voce dissidente. La maggioranza si dà delle regole istintive, basate sui rapporti di forza e sulla naturalezza del conformismo, e metterle in dubbio significa asserire l’esistenza di regole astratte superiori (morali?), indipendenti dal gruppo stesso, quindi sconvenienti, non ammissibili.

L’Onda rende bene l’evoluzione del corpo, in un processo di adesione, che coinvolge inevitabilmente anche il professore/Herr Wenger, che non richiede conversioni o atti di fede, né tantomeno particolari predisposizioni o debolezze. Varrebbe la pena anche chiedersi, in un’ottica più ampia, quante delle nostre azioni e quanti dei nostri pensieri, non siano dettati da un’opportunità di gruppo o da un desiderio d’appartenenza.

(3,5/5)

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