L’Uomo che Uccise Don Chisciotte (Terry Gilliam 2018)

don chisciotte gilliam slowfilm recensioneCervantes, oggi, con ogni probabilità scriverebbe il suo Terry Gilliam. Il Don Chisciotte di Gilliam non potrà mai competere, in unicità e grandezza, con le disavventure che in venticinque anni hanno accompagnato la sua produzione. Ma il film, alla fine, c’è, e tutto sommato è uno dei Gilliam migliori degli ultimi anni.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte, sceneggiato dall’ex Monty Python assieme a Tony Grisoni (con lui già in Paura e Delirio e Tideland), trova infine i suoi protagonisti in Adam Driver e Jonathan Pryce, gettati in un’epopea che, in modo abbastanza convincente, riesce a portare l’azione nei nostri giorni, e parallelamente a riportarla nel mondo del Cavaliere dalla Trista Figura e delle sue deliranti avventure. Il Don Chisciotte tanto desiderato, in realtà si inserisce perfettamente nelle abitudini del regista. Gli sono vicini ParnassusLa Leggenda del Re Pescatore e il Barone di Munchausen (questo con parecchi punti di contatto), nel raccontare in modo caotico e grottesco lo scontro – maledettamente amaro – tra razionalità e fantasia, dove quest’ultima è la dimensione in cui il protagonista cerca rifugio, in maniera sempre inconsapevole e incosciente. Lo scontro è doloroso, ma, al di là di come questo si concluda, riesce sempre ad affermarsi una storia, che pretendeva di essere raccontata. Nel caso di Don Chisciotte questo vale tanto per il film, quanto per il percorso che ne ha infine reso possibile l’esistenza (peraltro raccontato, in parte, dal bel documentario del 2003 Lost in La Mancha).

Gilliam fa poca distinzione fra momenti diversi, riducendo il peso delle differenti fasi narrative e quindi il peso dell’evoluzione stessa della storia, privilegiando una struttura paratattica che rispecchia l’epica del soggetto. Don Chisciotte è un continuo girotondo, ogni passaggio si avvita su di sé e intanto produce vortici sempre più intensi. All’interno di questa ricercata confusione, la scrittura non è però sempre efficace, può frammentarsi e sfilacciarsi senza trovare una suggestione o un movente che giustifichino tanto disordine, e l’impatto può essere straniante. Il film sviluppa comunque una sua forza complessiva, trova in Pryce un protagonista in parte, esilarante in alcuni momenti, e regala alcune scene a cui tornare, col ricordo e con la visione.

(3,5/5)

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The Zero Theorem (Terry Gilliam 2013)

zero theorem gilliam recensione slowfilm anteprimaCrepuscolare è una definizione che racchiude romanticismo, epica, disincanto, quando descrive l’anima ricercata da un autore per la sua opera. Ma quando il crepuscolo è vero, e le immagini che un regista mette in scena sono ricordi sfibrati di tempi passati, allora crepuscolare diventa una descrizione realmente brutale. Terry Gilliam è uno degli autori che seguo con curiosità e passione fin dai tempi della mia personale “scoperta” del cinema – chi nutre questo interesse ricorderà un periodo di onnivora voracità in cui era facile ed entusiasmante trovare nuovi sguardi, linguaggi, connessioni, mentre si formava un proprio gusto. Quello presente è invece un periodo in cui molti dei miei riferimenti si stanno dimostrando autenticamente crepuscolari.

Gilliam, regista artigianale e istintivo, per il suo stile personale e le leggendarie difficoltà che spingono quasi ogni suo progetto a dover essere ridimensionato e rattoppato, finisce per essere un esempio eclatante di un cinema che non riesce più a stare sullo schermo, che rimanda costantemente al passato senza avere la possibilità di riproporlo. Brazil, l’Esercito delle 12 Scimmie, a fatica e attraverso un lungo processo di sedimentazione, sono riusciti a definire attraverso il loro caos un’estetica e un ritmo del racconto che li pone fra i titoli più significativi e amati del genere. The Zero Theorem sembra un omaggio a quel cinema, un titolo di secondo piano che fatica a trovare un senso autonomo.

Qohen è il protagonista del film, o meglio protagonista del film è la depressione di Qohen, il buco nero che cova dentro di sé. In una distopia fatta di lavori alienanti e seducenti realtà virtuali, Qohen non riesce mai a combattere davvero. The Zero Theorem, che soffre di una visibile carenza di mezzi, sembra così rassegnato a ricordare altro da dimenticarsi di dare sostanza alle sue immagini. Anche il bravo Christoph Waltz stenta a regalare alcun tipo di fascino al protagonista, mentre rozze interfacce cyberpunk (parte di un abuso di costumi di carnevale che caratterizza il film) vengono messe in relazione solo nominale con distorsioni contemporanee – le connessioni virtuali, Facebook, il lavoro “astratto” – senza mostrarne un’evoluzione che possa dirsi suggestiva o più o meno dotata d’intuizione. Mentre la macchina da presa ha una mobilità molto più accentuata di qualsiasi scena sia chiamata a mostrare, a Qohen manca anche l’austerità necessaria per proporsi come protagonista totalmente annichilito e passivo. Rimangono alcune costruzioni oniriche, frutti isolati del budget ristretto, mentre l’ambientazione principale in una chiesa gotica diventa presto opprimente e vuota.

(2,5/5)

Parnassus – l’uomo che voleva ingannare il diavolo (Terry Gilliam 2009)

ParnassusCredo sia impossibile trovare della logica o una regola dietro la carriera artistica del troppo umano Terry Gilliam, evidentemente guidata dagli eventi, prima di tutto, e poi dagli umori, dall’ispirazione e dal caso. C’è chi prova a limitare l’influenza di questi fattori, mentre il cinema dell’ex Python è sempre una sorpresa dadaista, sempre giocato sulla confusione estetica e narrativa, e dalla confusione può emergere qualcosa di appena piacevole, oppure delle opere particolari e memorabili, significative forse al di là delle proprie intenzioni. The Imaginarium of Doctor Parnassus, lo dico con dolore, non rientra in questo secondo gruppo. È un film che aderisce perfettamente alle scelte caotiche del regista, dove si ritrovano atmosfere e immagini che richiamano I Banditi del Tempo, nel vagare cencioso dei personaggi, il Re Pescatore, nell’inserimento all’interno del contesto contemporaneo di eroi e idee favolistici e antichi, Il Barone di Münchausen, nel dare spazio a scene apertamente irreali, fino alle prime animazioni coi Monty Python, per le quali è stato probabilmente coniato il termine “grottesco”. A questa varietà d’impostazione ed ispirazione, si aggiungono importanti inserti in una computer grafica fantasiosa e colorata quanto poco curata, troppo grossolana per riuscire a diventare cifra stilistica.

Parnassus WaitsParnassus ha in sé i temi ed i nomi necessari ad ottimo film, richiamando ancora il fascino e l’ambiguità della narrazione, legato a quello della dannazione; un po’ quello che il regista era riuscito a fare con Tideland, in modo più semplice ed efficace. L’imaginarium si svela più del solito, ma non affascina, perché cerca di nascondere dietro lo stupore e l’eccentricità le debolezze di una storia scritta senza troppa ispirazione, frammentata in una miriade di eventi e di ruoli che non trovano il raccordo con le scene precedenti e non lo assicurano alle successive. È quindi impossibile, per gli interpreti, dare corpo a dei personaggi che possano esprimere quella forza, anche semplice e immediata, di cui le favole hanno bisogno. Più memorabili e convincenti sono i due attori meno attori di tutti, che possono portare in scena direttamente loro stessi: Tom Waits, che non può evitare di essere le sue storie e le sue canzoni, grazie alle quali può vestire i panni di un diavolo quanto quelli di un angelo, e Lily Cole, brava nella recitazione e affascinate in un modo inquieto, per la particolarità del viso e della figura.

(3/5)
 

en attendant: Parnassus

E’ passata una quantità disgustosa di tempo, dalla prima volta che s’è avuta notizia di un film di Gilliam con sulfureo Tom Waits. Ed è meglio non riflettere su quanta poca fortuna abbiano a portino i film dell’ex python. La buona notizia è che basterà tirare a campare per ancora poco più di un  mese per vedere Parnassus al cinema, come non si è riusciti a fare con Kitano, Oshii, Tsai, Jarmusch, ed altri fantasmi citati in questa sporadica rubrica. L’altra buona notizia è che sembra un bel film. E a chiudere questo pezzo, che s’è pure fatta una certa, c’è il trailer.

 

Fritto di paranza: B420(Mathew Tang 2005), La Leggenda del Re Pescatore (Terry Gilliam 1991), Vita da Strega (Nora Ephron 2005)

b420, che poi con rara astuzia poliglotta ho capito essere leggibile before twenty, è un film girato a Macao che fa finta di essere un piccolo film per far dire "ma quante trovate, in questo piccolo film. quanti temi affrontati in maniera apparentemente leggera ma efficace". non è vero. è un’accozzaglia di roba e l’attrice non è abbastanza carina da risollevare il tutto con le smorfie ed il cambio d’abito ad ogni scena. quel che ha di buono è che dura poco.

sono passati 17 (diciassette) anni da La Leggenda del Re Pescatore. vabbe’, io l’avrò visto due tre anni dopo. proprio in quel periodo scoprivo Terry Gilliam guardando Brazil per caso di notte su rete4 (!) e Tom Waits, attraverso un fortuito passaggio di cassette. Non mi piacque tanto, lo trovai un po’ loffio. Tanto tempo dopo, dopo aver consolidato l’amicizia tanto con Waits, quanto con Gilliam, ho pensato mo me lo rivedo. chissà quante cose mi sono sfuggite, chissà quali nuove letture potrò azzardare dopo migliaia di film visti. e chissà dov’è Tom Waits, che non lo ricordo. chissà. questo film sostanzialmente è un po’ loffio.

era da tanto che non guardavo un film in tv. su canale5 poi. tutte quelle pubblicità, e senza che mi venisse voglia di comprare niente, che spreco. comunque Vita da Strega è una sorpresa: gli sceneggiatori riescono ad attualizzare il telefilm senza tradirne lo spritio, regalandoci una divertente e spensierata commedia brillante in alcuni momenti come un diamante. tutto falso, nelle ultime righe. è un film di una noia mortale e pure pieno di pubblicità, così che non possa nemmeno durare poco.

B420: 2/5

La Leggenda del Re Pescatore: 2,5/5

Vita da Strega: 1,5/5

 

mai guidare un’auto se sei morto.

Tideland (Terry Gilliam 2006)

Se è vero, come è vero, che la storia contemporanea è condensata nel grumo di vomito sui baffi di Benicio Del Toro in Paura e Delirio a Las Vegas, allora l’opera dell’ex Monty Phyton Terry Gilliam ha un’importanza specifica più vicina a quella accordata da selezionate schiere di fans, che a quella negata da critici scettici.

La sua precedente opera, I Fratelli Grimm, pur dotata di tocchi autoriali riconoscibili e apprezzabili, era certamente più pacificata, con inedite strizzatine d’occhio al mercato e alla noia. Da qui la sorpresa d’aver assistito, con Tideland, alla performance più anticonformista dell’autore. Un rifiuto radicale delle leggi hollywoodiane, a favore di un’espressione del fantastico nera, spesso marcia e disturbante, una strutturazione dell’intreccio che, nella costruzione di una favola, riesce a concedere poco o nulla alla realizzazione delle aspettative del pubblico. Il tutto in una messa in scena spoglia di effetti speciali, che lascia il compito del coinvolgimento e della sorpresa a scelte registiche puramente espressioniste. La storia è quella di una bambina, novella Alice, persa nella “terra delle maree” assieme al padre tossicodipendente, Jeff Bridges, che regala una sorta di Drugo lebowskiano andato a male.

All’anteprima di Bologna è seguito l’incontro con Gilliam, all’oratorio San Filippo Neri. All’inevitabile domanda su Brazil, ha risposto che gli si è “attaccato alle scarpe come una merda di cane”, pur ammettendo, poco dopo, come veda in Tideland l’opera più simile al suo lavoro più conosciuto. Eppure, parlando della sua concezione del lavoro di regista, pone come irrinunciabile la tendenza al cambiamento, fino a pensare, rivedendo i suoi vecchi film “il regista non lo conosco, non sono io”. Gilliam trova una metafora architettonioca di quella che dovrebbe essere l’opera registica: mattoni rossi da un lato, stucchi barocchi dall’altro, e il soffitto incompleto con lo scheletro di legno a vista. Un accostamento e un sovrapporsi, spesso caotico, di elementi eterogenei.

In Tideland si esalta l’aspetto gotico, e su questo campo il confronto con Tim Burton è automatico ed opportuno. Burton vanta una popolarità certamente superiore a quella di Gilliam, e il suo nome è con una certa facilità accompagnato alla parola “genio”. In realtà quello di Burton sembra un nero tinto ad arte e piuttosto smaltato, dove personaggi bizzarri e più o meno mostruosi sono spesso al servizio di una storia classica e lineare, riducendosi il tutto a cifra estetica. Gilliam, al contrario, non ha paura di mostrare l’aspetto più profondamente contraddittorio e disturbante delle favole, quelle vere e cattive, compiendo l’operazione inversa: riveste di un’atmosfera falsamente lieve dei temi estremamente forti, ottenendo per contrasto un effetto spiazzante. Allo stesso modo i due registi hanno affrontato un tema comune, quello della narrazione orale, Burton in Big Fish e Gilliam in Tideland. Il primo, in quello che è uno dei suoi film migliori, ha costruito un percorso affascinante e colorato, rilanciando comunque l’idea della fascinazione del racconto che valorizza l’epos personale. Il secondo costringe la piccola narratrice a crearsi un mondo che trova anch’esso radici nel suo vissuto, ma che non ha niente di consolatorio, mentre esalta i disagi e le vere e proprie dissociazioni della protagonista, costretta a cercare conforto in se stessa, uno degli elementi di un mondo fatto di persone danneggiate, disperate, isolate.

(4/5)