Bohemian Rhapsody (Bryan Singer 2018)

bohemian rhapsody slowfilm

Bohemian Rhapsody fa così cacare che neanche l’ho visto.

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Gli Inguardabili n.15

La situazione è quella che è. Per dare un'idea di quanto siano minacciose le sale, una breve e significativa rassegna stampa su film che mi risparmierò di vedere. Tanto si sa, le uniche cose che non annoiano mai della critica cinematografica sono le stroncature ironiche e le uniche davvero importanti i voti preferibilmente in pallette. 

Un Marito di Troppo (una palletta)
Qualche anno fa, un sondaggio ci ha fatto scoprire che il 99 per cento dei lettori del Sun vorrebbe il ritorno della pena di morte. Inaspettatamente, il cento per cento di me lo vorrebbe per il cento per cento delle persone coinvolte in questa assurda commedia romantica. Uma Thurman interpreta… No, aspettate un momento. Non si può proprio dire che interpreti niente e nessuno. Saltella, sorride e fa smorfie come una cavia sotto crack […]
Peter Bradshaw, The Guardian

Saw 3d (una palletta)
[…] L’ultimo, Saw 3d (un pessimo 3d), l’ho visto in una sala semivuota e sono veramente contento che (presumibilmente) non dovrò più vederne un altro. Gli incassi della serie sono andati lentamente scemando dopo i 165 milioni di dollari guadagnati da Saw III in tutto il mondo. Questo settimo capitolo non aggiunge niente di nuovo: è grottesco, sadico, ambientato nell’ennesima serie di zone postindustriali umide e in abbandono, si basa su una trama inutilmente complicata, che fa sembrare Inception una favola di Esopo, e soprattutto è moralista in modo pigro e controproducente. […]
Andrew O’Hehir, Salon

E il pezzo grosso
Harry Potter e i Doni della Morte – parte I (due pallette)
Quando la Warner Bros ha annunciato che il settimo e ultimo libro di J. K. Rowling sulla saga di Harry Potter sarebbe stato diviso in due film, ho pensato che lo studio non era stato sufficientemente ambizioso. Se è vero, come si diceva, che i dirigenti Warner erano preoccupati per il futuro (cioè di non avere una serie in grado di sostenere da sola la major), avrebbero potuto dividere la seconda parte di Harry Potter e i doni della morte, e poi dividerla di nuovo. Dando vita al paradosso di Zenone avrebbero potuto avere sequel all’infinito. […]
Ho letto tutti i dannati libri e visto tutti i film della serie e ancora aspetto il mio premio. 
David Edelstein, New York Magazine

Gli Inguardabili, n.14

Nel poderoso flusso di film che negli ultimi mesi travolge le sale, ci sono titoli tanto succulenti da spingermi a riprendere questa gloriosa rubrica. 
 
Il primo è un Inguardabile per definizione, cioè un film per cui si dà per scontato il dovere alla visione, ma dal quale mi terrò a debita distanza, affermando così la mia debordante personalità e ribadendo il mio specifico tributo al libero arbitrio. Robin Hood è un sempreverde, fosse anche per la mise tradizionale. Oltre all’ormai scarsissimo interesse che accompagna l’usurato arciere di Sherwood, qui impegnato a mostrare la sua bellicosa e seriosa genesi, si aggiunge la drastica accoppiata Ridley Scott – Russell Crowe. Come norma di vita evito i film con Crowe, e questa s’è dimostrata una discriminate spesso efficace. La faccia di Crowe più che di Robin Hood potrebbe sembrare del suo tirapiedi, o di quello che a Robin Hood organizza gli appuntamenti nei centri benessere.
 
Manolete dev’essere qualcosa di devastante. Speravo che l’ultimo film girato con la calza di nylon sull'obiettivo sarebbe stato quello di quindici anni fa. Nonostante i nomi e numi Penelope Cruz e Adrien Brody, è rimasto parcheggiato tre anni. Toreri patinati: sai di non volerli.
 
Federico Zampaglione quando ha fatto Nero Bifamiliare (che non ho visto) s’è trovato sotto un giro di schiaffo del soldato di dimensioni nazionali. Shadow sta suscitando consensi, ma che in meno di due anni Federico abbia imparato a fare il regista mi sembra improbabile. Più plausibile che i giudizi si siano concentrati più sui soggetti che sulla realizzazione, e adesso rendano omaggio al genere, a quell’horror all’italiana che fa cinefilo e sociologo. Io sono per “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore”.
 
Piacere, sono un po’ incinta, credo che la poesia del titolo italiano se la meriti tutta. Per sparare sull’anatra morta mi affido a Bradshaw, infaticabile recensore di filmacci, che sul Guardian/Internazionale scrive “J-Lo è la protagonista di una commedia romantica che definire banale è un insulto ai film banali d’ogni tempo” e “Alex O’ Loughlin ha così poco carisma che, al confronto, una tazza da caffè sembra Marlon Brando giovane”. 

Gli Inguardabili n.13: Barbarossa (Renzo Martinelli 2009), obiezione di coscienza.

Non sarà particolarmente originale, fortunatamente, prendersela col Barbarossa di Martinelli, il kolossal italiano costato quanto un District 9 (a noi queste altre cose qui ci piace produrre, che ci volete fare?), ma in questo caso, più che di un pregiudizio di inguardabilità sul film, si tratta proprio di un’esigenza di dissociazione. 

Con lo stesso schifo che si prova per per Calderoli, per Miss Padania, per lo sguardo ottuso di Salvini, le ampolle del Po, il disinfettante per gli extracomunitari, i roghi delle case degli extracomunitari, i discorsi smozzicati di Bossi, l’odio per i terroni, l’amore per l’evasione fiscale, il culo nudo di Borghezio in kilt, la faccia nuda di Castelli al tg2, con lo stesso sentimento sento il bisogno di rigettare l’esistenza di questo film. Con Raz Degan che grida libbuertàà, Rutger Hauer che estingue il mutuo e lo stesso Martinelli, che fra un ammanigliamento a  Bossi e uno a Berlusconi, mentre rilascia attestati di stima alla Lega e alle ronde, va poi a girare in Romania perché (parole testuali) “lo zingarume rumeno” è molto più economico.

Martinelli, il miracolato autore di film come Vajont e Carnera (ma, per dire, io a questo film qui non pagherei il biglietto neanche se l’avesse diretto Kubrick), che ogni volta fanno spargere la voce che si sia trovato il leggendario regista che trasforma in merda tutto ciò che tocca. Stavolta s’è trovato nel suo elemento.

Gli Inguardabili n.12, edizione estiva.

Dovrei scirvere di qualche film che ho visto, tipo Coraline, ma ora non ne ho tanta voglia. Allora mi limito a un pezzo di pubblica utilità. Arrivata l’estate, l’afa, le zanzare, le vacanze che non si sa se si fanno, si viene, giustamente, ulteriormente puniti dal non poter più andare al cinema. Transformers II credo sia l’ultimo filmone di grosso impatto, e il suo trailer con tutta quella ferraglia e quelle macerie, quella ruota veramente grossa  che distrugge i ponti (per quanto sia sempre possibile farne di ancora più grosse), quelle macerie e quella ferraglia, un po’ di voglia di vederlo me l’avevano data. Transformers I sarebbe stato facilmente sostituibile da un singolo robot, uno soltanto specializzato nello schiacciarti le palle, una pratica pressa meccanica per testicoli, ma credevo che il due potesse essere un po’ più divertente e più cupo. Invece, univoca poche volte come questa volta, la critica ci dice che La Vendetta del Caduto è anche peggio del primo. Anziché inventarmi qualcosa per insultare questo film che ormai non andrò a vedere, stavolta riporto un pezzo della recensione di Bradshaw, sul Guardian, su L’internazionale:

è una pellicola allo stesso tempo rumorosa e noiosa: è come guardare la vernice che si asciuga mentre qualcuno vi prende a padellate in testa.

Poi ci sono un po’ di cose che non so nemmeno se sono film, titoli strani come Crossing Over o La Donna di Nessuno, che secondo me non esistono davvero, e se qualcuno cerca di andare al cinema a vederli urta contro una sagoma di cartone a forma di entrata del cinema, tipo i saloon di cinecittà, e se ti sporgi scopri che dietro il pannello stanno demolendo il cinema per costruire "Pagherò", il primo esemplare di una promettente catena di discount. ma questo non potremo mai saperlo, perché nessuno proverà mai a vederli, e tutti presto avremo un nuovo posto dove poter fare la spesa.

Insomma, il cinema è finito, e infatti già da qualche giorno io vedo film malesi e coreani che si rivelano molto più pallosi del concesso. tutto questo e poco altro prossimamente, su queste pagine.

Gli Inguardabili, n.11

È un periodo in cui bisogna stare davvero accorti, un tempo in cui le sale sono invase da minchiate molto aggressive. Anche da titoli che promettono bene, ma questi non interessano a Gli Inguardabili, la cui missione rimane la salvaguardia dello spettatore.

Cominciamo con un’anomalia, un inguardabile guardato (ci tengo a dirlo, non a pagamento), il fenomeno generazionale del momento assieme alle figurine che si grattano e puzzano ed Ennio Doris, che è tanto efficiente da non avere neanche bisogno di essere grattato. Dicevo, Twilight. Sarebbe impossibile misurarsi con Twilight, significherebbe andare contro lo spirito del tempo, e quindi partire sconfitti. L’unica mossa plausibile, con lo spirito del tempo, è prenderla con spirito. Twilight è pieno di adolescenti dall’aria malinconica, la pelle bianca, le labbra rosse, le acconciature stupefacenti. E io lo so che questa corrente si chiama emo, e indica, in generale, persone troppo sensibili. Del tutto accidentalmente alcuni di questi adolescenti sono anche dei vampiri, ma la cosa è ininfluente perché Twilight è solo una storiellina d’amore. Qualcosa di simile a City of Angels, ma se quest’ultimo è giustamente affondato (ah, quanta meraviglia in Cage che si improvvisa Amleto utilizzando una pera in vece del povero Yorick), Twiligh ha beccato i tempi e il target giusto per potersi non preoccupare d’essere ridicolo. E allora è bello quando una tipa sale a cavalcioni del suo ragazzo e questo si arrampica come un macaco sugli alberi, è bello quando si fanno partite a baseball in mezzo ai fulmini digitali, ed è bello che non ci sia una solo battuta di sceneggiatura che abbia necessità d’esistere.

Ok, basta così, fra l’altro Twilight è già storia vecchia. Cos’altro c’è da non vedere? Ragazzi, è tornato Luhrmann. Moulin Rouge rimane una delle esperienze più inspiegabili della mia vita, con uno smells like teen spirit che ancora grida vendetta. Volendo utilizzare delle categorie critico-estetiche ben consolidate, se romeo+giulietta si limitava ad essere una pacchiana rottura di palle, Moulin Rouge è un cazzata furibonda, disperatamente protesa al kitsch, ma ancorata alla spazzatura, senza riuscire neanche ad essere trash. E con questo curriculum il nuovo melodrammone, Australia, è praticamente una promessa già mantenuta.

A proposito di registi dannosi, chi odiasse se stesso come il prossimo suo, può anche confidare nella nuova fatica di Muccino, Sette Anime. Pare faccia schifo persino a Muccino, che pure è uno che pelo sullo stomaco ne ha a matasse.

Buona fortuna e alla prossima.

Twilight: 1,5/5

Gli Inguardabili, n.10

Il fatto che il film si chiami High School Musical 3 implica l’esistenza di High School Musical 1 e 2, il che mi lascia sconcertato, ma anche un po’ mi lusinga, per il non avere la minima idea di cosa siano, ma finisce anche per intimorirmi, perché il 3 è riuscito a comunicarmi l’esistenza della serie. Magari è un buon film adolescenziale, ma, lo ammetto, sono nella postadolescenza già da un po’.

Di Donkey Xote, coproduzione ispano italiana, vidi un po’ di making of e qualche scena al future film dell’anno scorso, e bastano un paio di fotogrammi per capire che è davvero triste. C’è il ciuco di Shreck che fa la bestia di Sancho Panza, e poi una palla abissale. L’unico momento interessante è una rovente scena d’amore fra il ciuco e Ronzinante.

Nessuno dei due è un Inguardabile DOC, perché il primo ha il suo pubblico, che sa cosa va a vedere e possibilmente si diverte, il secondo nasce sconfitto, ed a nessuno al mondo interesserà il destino di Donkey Xote. Il motivo principale per cui questo scritto è scritto, è

me ne importa assai poco di titoli storpiati nella traduzione italiana, ma il tipo che ha inventato “Giù al Nord” per far capire al pubblico che si parla di spassosi bifolchi rincoglioniti, proprio come sono qui in Terronia, andrebbe appeso per i piedi, cosparso di miele sopra un formicaio e, infine, fortemente stigmatizzato. Giacché ci sono, faccio presente che l’umorismo del popolo francese, che ha visto questo film quanto nessun film aveva mai visto prima, è quello che in un qualsiasi luogo del mondo si trova in una qualsiasi quarta elementare. Come se da noi i film più visti fossero quelli dei Vanzina o di Neri Parenti. hehe.

Gli Inguardabili, n.9

Questa settimana c’ho un inguardabile che è un pezzo da novanta. Praticamente come fare outing. A me del nuovo film di Woody Allen non può fregare di meno. Vicky Cristina Barcelona, già il titolo è irritante, e non ho nessuna voglia di vedere questi toni caldi che insinuano triangoli fra attori fighi. E poi, da quant’è che se ne parla, di questo film? Se mettessero da parte un po’ di energie per distribuire Oshii e Kitano questo sarebbe un mondo migliore.

Altro oggetto inavvicinabile: Quel Che Resta di Mio Marito. Merda, i film sulla mezza età rampante andrebbero vietati, specialmente quelli pieni di ragazzacce. Questo e Mamma Mia son cose da cui stare lontani almeno 100 metri. Che poi è così interessante il crepuscolo, problematico. E al cinema tutti soffrono, uomini, donne e bambini, tranne gli ultrasessantenni. Il solo fatto di essere vivi gli fa sfoggiare sorrisi a decinaia di denti.

Giacché siamo in vena di confessioni, un film che mi incuriosisce è Lezione 21. Sarà perché non ho mai letto niente di Baricco e quindi sono incosciente, o perché Beethoven ha composto la colonna sonora di Arancia Meccanica, o per la neve in locandina.

 

 

 

 

Gli Inguardabili, n.8 – è tempo di replay.

In realtà poco da dire, giusto l’occasione per riprendere questa rubrica che ben si conforma al clima afoso e disimpegnato. Questo luglio cinematografico va un po’ a singhiozzo, ed alla tentazione di lasciare tutto e andare a giocare a racchettoni con i testicoli della Collezione Planet Terror, si oppongono un po’ di bizzarrie e un paio di filmoni. La bizzarria è quella, già annunciata da tempo, di Haneke, che non propone un remake di Funny Games, ma un replay. [qui un po’ di spoiler, casomai qualcuno avesse non visto Funny Games] Haneke non ci sta: prende il telecomando, nega l’evidenza e manda indietro. Il che mi ricorda qualcosa. Io ci starei attento a quest’uomo [fine spoiler]. Quanto possa valere un’operazione del genere è difficile stabilirlo. Attori più fighi e più americani e soldi per la pubblicità, queste le differenze dichiarate. E richiami inconsulti ad Arancia Meccanica nel trailer, nonché minacce di venirti a sfasciare casa e gambe, una roba raffinata. E Haneke che intervistato dice "Natural Born Killers e Arancia Meccanica sono film che utilizzo con i miei sudenti per spiegare un principio: non puoi fare una dichiarazione anti-fascista utilizzando metodi fascisti". Non l’ho capita; non posso capire una frase che metta sullo stesso piano NBK e Arancia Meccanica, qualsiasi interpretazione cela una contraddizione. Ma lasciamo stare. Io Funny Games l’ho già visto, è un bel film, e se ad Haneke gli va bene e se ho trovato il senso della frase sopra, si augura che fra i metodi fascisti vengano introdotte le mazze da golf.

I filmoni, dal punto di vista della stazza, saranno rullo di tamburi due supereroi. Wow. Naturale poi che le persone normali non trovino lavoro. Questi due fanno parte della schiera dei tormentati, Hellboy, assiduo fumatore, palestrato, lampadato fino all’amaranto, camicia aperta, codino e corna limate, insomma un vero tamarro. Facile che me lo vada a vedere. Ed il tormentato per eccellenza, il Batman di Nolan, qui Cavaliere Oscuro con tanto di Joker. Non un replay, ma un  remake. Mi spiace, il cinema è finito, provate a ripassare fra qualche mese.

Gli Inguardabili, n.7

Sex and the City: un gruppo di sottoventenni eccessivamente truccate va in giro per negozi, fa un sacco di cose alla moda e nel frattanto riflette sull’amicizia e sull’amore.

No, scusate, quello è Bratz.

Sex and the City: un gruppo di ultraquarantenni eccessivamente truccate va in giro per negozi, fa un sacco di cose alla moda e nel frattanto riflette sull’amicizia e sull’amore.

Buono così.