Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

Dunkirk_Poster_Italia_01_midDunkirk è un film molto semplice, di cui non è facile parlare. Perché, per qualche motivo, ha suscitato un entusiasmo sfrenato e globale, soprattutto della critica, come non accadeva da tempo. Gli Americani in visibilio, il nostro MYmovies che spende il suo primo voto pieno, Rolling Stone che ritiene di aver visto il miglior film di guerra di sempre. Iperbole su cui passare con un sorriso, pensando ai capolavori di Kubrick e Malick, e lasciando comunque crescere le tue aspettative, ma che, a film visto, suona piuttosto ridicola. Bene, freghiamocene, facciamo finta che il mondo non sia impazzito per quest’ultimo Nolan come se fosse il primo film che abbia mai visto.

L’evacuazione di più di 300mila soldati inglesi dalla spiaggia di Dunkirk avviene per terra, per mare e per aria, e spaccati temporali rispettivamente di una settimana, un giorno e un’ora seguono lo svolgersi e il convergere delle vicende. L’ennesimo viluppo di Nolan che, più che per effettive necessità narrative, sembra seguire le rigide scansioni temporali per personali esigenze simmetriche e per confermare un marchio d’autore. Dunkirk comincia e per poco più di un’ora e quaranta rimane incollato alla sua idea di rappresentazione. Un’idea molto precisa, che impone una qualità dello sguardo e una scansione dell’azione definite in un punto di vista immutabile, non oggettivo ma assestato su una sorta di iperrealismo desaturato. Uno sguardo emozionale ma non empatico, che segue minuziosamente l’azione ma non partecipa alla stessa.

La scena, per quanto vasta e divisa in diverse linee temporali, è completamente unificata dalla fotografia uniforme di Hoyte Van Hoytema (un’impronta decisamente riconoscibile, già protagonista di Interstellar, Lei e  Lasciami Entrare) e dalla colonna sonora incessante di Hans Zimmer, un filo ininterrotto fatto di ticchettii d’orologio, battiti cardiaci e impennate liriche. Si realizza così un unico teatro, una sfera chiusa dove l’unica cosa che esiste è la guerra, sono suoi gli spazi e i suoni, gli esseri umani si muovono al suo interno come cavie consenzienti di un esperimento. Quando muoiono acquisiscono nello sguardo una fissità animale e i loro simili accettano l’ineluttabilità della cosa.

Sky Crawlers: un eroe c’è, in Dunkirk, ed è il pilota di caccia Farrier, un Tom Hardy nuovamente senza volto. Seguendo i suoi attacchi voliamo in prospettive aperte in cui mare e cielo quasi si confondono, delimitati dalla linea dell’orizzonte che si piega e si capovolge assieme alle evoluzioni aeree. In questi spazi, così come nelle altre situazioni, il nemico rimane senza volto, e lo spettatore, portato nell’azione senza passare per la costruzione dei personaggi, si trova in una visione impersonale. Anche l’eroe è tale perché fa cose utili, ma la sua costruzione personale è lasciata ampiamente ai margini. In questo il film è riuscito, raccontando una guerra senza l’epica, e quindi il fascino, che pietre miliari come Full Metal Jacket o Apocalypse Now hanno invece consegnato alla storia del cinema. Tanto la costruzione delle battaglie aeree, quanto la mancanza di definizione di un nemico e l’identificazione del pilota con la sua macchina, rimandano al bellissimo The Sky Crawlers – I Cavalieri del Cielo di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell), che però sviluppa, parallelamente, un apparato teorico parecchio più complesso. Cosa che volutamente manca al film di Nolan che, privo anche di scene madri, lascia una sotterranea sensazione di vuoto, se non di vacuità.

Non è un Paese per Vecchi: la caratteristica principale e identitaria di Dunkirk è il suo essere asciutto, un tratto che dà universalità alla storia e una qualità che eleva il suo essere un film di pura azione. No Country for Old men, che ha compiuto 10 anni, in termini di asciuttezza e racconto orizzontate e distaccato ha segnato un punto d’arrivo del cinema contemporaneo. Se i Coen tengono il tono dal principio alla fine, Nolan non rinuncia del tutto all’enfasi del racconto, concentrata in particolare nelle parole del padrone di una delle imbarcazioni civili impegnate nel salvataggio (altro eroe, legato al messaggio “umano” del film), e in quelle del comandante Kenneth Branagh; poca roba, ma che porta frammenti di un linguaggio di finzione all’interno di un film altrimenti rigorosamente descrittivo.

L’immancabile voto riassuntivo è 4 e non 3,5, perché sospetto che, ricalibrate le aspettative, quando lo rivedrò potrò apprezzarlo di più.

(4/5)

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La Foresta dei Sogni – The Sea of Trees (Gus van Sant 2015), Civiltà Perduta The Lost City of Z (James Gray 2016)

la foresta dei sogni slowfilmNon ho trovato recensioni su La Foresta dei Sogni che non fossero al limite, e anche oltre il limite, dell’offesa personale. Specialmente dalla critica ufficiale, dai fischi a Cannes in poi, questo film di Gus Van Sant è stato indicato come qualcosa di deplorevole. Gente abituata a bersi di tutto, ogni tanto trova un’opera, più o meno a caso, che li ferisce mortalmente nella loro sensibilità; ed è per questo che La Foresta dei Sogni merita il premio “Datevi una calmata, avete giustificato crimini decisamente peggiori”.

Quest’ultimo Van Sant è una specie di favola, e come tutte le favole è un concentrato di disgrazie e un percorso di crescita. La scena si divide fra il Massachusetts e una foresta sul monte Fuji, fra Matthew McConaughey che litiga con Naomi Watts e Matthew McConaughey che assieme a Ken Watanabe prova a farsi un’idea della morte. Perduti nella foresta di Aokigahara, meta privilegiata dei suicidi di ogni parte del mondo, due uomini vagano, come si vagava e ci si perdeva in Gerry, ricordano, ricostruiscono, provano a dare un senso al loro dolore. Sulla partitura sonora uniforme e spesso bucolica degli Alt J e di Mason Bates, le vicende si snodano seguendo un percorso sconnesso quanto inevitabile, in bilico fra dramma occidentale e catarsi zen.

The Sea of Trees ha dei momenti forzati, degli automatismi, la maggior parte dei quali si inserisce nella costruzione di una parabola. In questa forma si può anche giustificare – e a volte apprezzare – la semplicità di una scrittura che sia sempre al servizio del messaggio centrale. Gran parte del giudizio su La Foresta dei Sogni dipende da quanto si sia disposti a credere nella sincerità del film, che personalmente mi sembra possa rispecchiare i sentimenti e le paure dell’autore in modo anche più autentico di altri titoli, accolti con molta più benevolenza.

(3,5/5) 

civiltà perduta slowfilmUn cenno a Civiltà Perduta. Non amo particolarmentei precedenti successi di James Gray, ma The Lost City of Z è davvero un bel film. Dalla favola, citata su, si passa a una forma di narrazione altrettanto fondamentale, il poema epico, in particolare all’Odissea. Tratto dallo stesso Gray da un libro di David Grann, il film è concentrato su Percy Fawcett, militare britannico che all’inizio del ‘900 consacra la propria esistenza all’esplorazione dell’Amazzonia e alla scoperta delle popolazioni indigene. Civiltà Perduta è un film solido, come se ne facevano negli anni ’70. Un film affascinato dalle ossessioni dell’essere umano, da come queste nascano da un concentrato di desideri e debolezze, come con il Cimino de I Cancelli del Cielo. E un film che traccia percorsi in cui perdersi, alla ricerca di ciò che ci è sconosciuto e forse incomprensibile, come nel nostos di Coppola.

Un film compatto che prende corpo da una costruzione ellittica, dando spazio, nell’arco di un paio di decenni, ai momenti in cui il protagonista compie le sue scelte, incarnando un punto di attrito fra la sua società e l’idea che anche modelli culturali differenti possano avere dignità. Il percorso, però, è un’esplorazione personale dell’ignoto, che per sopravvivere dimentica quanto già conosce. L’inseguimento di una visione che concepisce come vitale solo l’affermazione individuale e costruisce i rapporti umani, anche i più profondi, come funzionali a una ricerca egoistica.

(4/5)

 

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton 2016). Un Burton horror per la prova migliore da molti anni

peregrineA voler fare i conti, questo è il miglior film di Tim Burton da almeno dieci anni. E arriva quando titoli di assoluta piattezza come Dark Shadows e Big Eyes mi avevano ormai convinto che nient’altro di buono sarebbe venuto dal regista di Burbank. Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children è una sorpresa, un intreccio di piani e temi che racconta storie universali e sentimenti particolari, portando ora sullo sfondo, ora in primo piano, la Guerra vera e personaggi fantastici, che riflettono nella propria unicità l’assurdità e l’orrore del conflitto. E si tratta, per molti versi, del film di Burton più vicino all’horror. Pur avendo consacrato la sua filmografia al dark e al fantastico, l’autore li ha sempre declinati in modo favolistico, o folkloristico. Qui, invece, trovano spazio diverse scene e immagini piuttosto impressionanti, direttamente legate al genere.

Tratto dal libro del 2011 di Ransom Riggs, Miss Peregrine offre numerose invenzioni fantastiche, dalle caratterizzazioni – ben riuscite – dei ragazzi speciali e delle figure mostruose che li perseguitano, alla creazione di loop e intrecci temporali, alla realizzazione di scene dal forte impatto visivo. Anche se in modo forse non perfettamente armonioso, trovano spazio diversi riferimenti e citazioni, dagli X-Men ai primi lavori di Guillermo del Toro, all’omaggio ai pionieristici scheletri a passo uno di Harryhausen. Nella miscela di umori e generi riesce a prendere forma una sensazione definita, opprimente: la minaccia costante della guerra e dei bombardamenti. Che si riflette, senza annullarsi, nella cappa temporale in cui Miss Peregrine (una Eva Green assolutamente in parte) cerca di dare protezione a bambini e ragazzini che appaiono mutati dagli orrori che sono costretti a vivere. Pur nell’enorme distanza, alcuni dettagli e, in certo modo, il tono uniforme dei colori che costruisce attorno ai protagonisti una sorta di gabbia, mi hanno ricordato sensazioni legate alla Trilogia della città di K.

La paura, nel film di Burton, è strettamente legata al tempo e alla realtà inaccettabile che porta con sé, alla scena sospesa di bambini che osservano aerei da guerra volare sopra le loro teste. La cosa più preziosa che posseggono sono i propri occhi, che consentono di legarsi al cinema, al racconto che regala l’illusione di poter sopravvivere in un sogno.

(4/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza (J.J. Abrams 2015)

star[Contiene tracce di spoiler e ologrammi odorosi di cibo da multisala] Fossi stato in Harrison Ford avrei risposto: col cazzo. “Harrison, vuoi fare una nuova puntata di Guerre Stellari? Han Solo muore” “Col Cazzo” disse Harrison Ford, battendo i pugni sul tavolo, alzandosi di scatto e fuggendo via con la massima velocità consentita dall’età, trovando la prontezza di mostrare in corsa un dito medio. Così sono andate le cose, in una galassia lontana lontana. Uccidere Han Solo: sarebbe come se in un film morisse Babbo Natale, o Fonzie, o Gesù. Può considerarsi eticamente e moralmente accettabile uccidere Han Solo, per trovare nel suo sacrificio qualcosa che possa dare uno straccio d’identità a una nuova trilogia di Guerre Stellari? Personalmente la trovo una violazione del contratto stipulato con lo spettatore nel 1977, e questa è la considerazione più “da fan” che mi sento di fare sul nuovo Star Wars. Ma sono anche disposto ad andare oltre, esplorando altri aspetti dell’opera di J.J. Abrams.

Per essere un lavoro non originale Il Risveglio della Forza è un film d’azione abbastanza divertente, punteggiato da sciatterie di scrittura che sarebbero state accolte con molta più durezza, se nella pellicola non apparissero in continuazione volti e situazioni legati all’immaginaria vita avventurosa dello spettatore bambino, col conseguente rilascio di endorfine a rendere tutto più ovattato. Più di venticinque anni fa, solo alla seconda o terza visione ebbi il coraggio di vedere per intero la scena in cui Jabba, mostrando la sua orribile lingua, trascina verso di sé la danzatrice verde, mentre la folla in osservazione non fa nulla per salvarla. Si stava formando qualcosa e Guerre Stellari, straordinaria opera d’artigianato, costruiva mondi meravigliosi e reali, spesso spaventosi, suoni inconfondibili e personaggi ambigui. Ma Star Wars VII, devo dirvelo, non ci riporta davvero ad avere 10 anni. Gran parte delle nuove emozioni sono surrogate ed edulcorate, e nel frattempo sono stati costruiti centinaia di sgargianti mondi digitali. Così il rischio di aver assistito a un remake celato e intrinsecamente datato, invece di un lavoro che possa confrontarsi col cinema contemporaneo, è concreto.

Bene, questa è la mia amarezza per quel che non è il nuovo Guerre Stellari: un film capace di continuare un’epica. Anche perché privo di pathos – che dell’epica, assieme all’etica, è l’essenza – nel momento in cui si propone di ricalcare fedelmente i passaggi principali dell’Episodio IV. Niente “fremiti nella forza” per l’esplosione affrettata di una manciata di pianeti, solo qualche espressione corrucciata archiviata nel primo stacco di montaggio. Un attacco alla Morte Nera confuso e dalle premesse demenziali, un Harrison Ford che è astuccio di se stesso, Han Solo privo di scrittura e preda della sindrome di Peter Pan. Poi ci sono anche le cose che funzionano. A cominciare dalle spade laser e il Millennium Falcon, quelli funzionano sempre. E i nuovi personaggi, su tutti la nuova eroina Rey che, pur se in chiave Disney, è la cosa riuscita meglio. Somiglia – non a caso – più a una protagonista di Frozen che a una figura di Star Wars, ma tant’è, almeno ha un suo modo per relazionarsi con il presente. Se questa, com’è probabile, sarà la saga della famiglia Solo, con Rey e il fratellaccio imberbe Kylo Ren, e Luke nel ruolo del nuovo Obi Wan, ci sono tutti i presupposti per mettere in scena esattamente la stessa storia. Naturalmente staremo ad aspettare e vedere, che siamo pur sempre uomini di fede. Il prossimo capitolo sarà scritto e diretto da Rian Johnson, regista valido ma dallo stile mimetico, lontano dalla costruzione di una cifra personale. Potrebbe rischiare di essere anche più interessante lo spin off Rogue One: A Star Wars Story, ambientato nelle fasi immediatamente precedenti all’Episodio IV e affidato al talentuoso Gareth Edwards: chissà che la minore pressione e tensione al merchandising non giochino a suo favore.

Nel frattempo, addio Han, insegna agli angeli a sparare per primi.

(3,5/5)

The Imitation Game (Morten Tyldun 2014)

the imitation game slowfilm recensioneCi sono pareri divergenti su questo film. Dentro di me, intendo. Il soggetto – quel matto di Alan Turing – è interessante, la ricostruzione storica, per quanto minimale, convincente, gli attori, da Cumberbatch in giù, gradevoli e in parte. Prevale l’impressione, però, che prima di tutto abbiano puntato al titolone per famiglie, di quelli da vedere senza sentirsi in colpa perché non sono troppo scemi, e senza timori che ci si possa imbattere in qualcosa d’insolito da osservare, o ascoltare, o provare a capire. The Imitation Game, pur essendo prevalentemente un gioco di personaggi e caratterizzazioni, è costruito su dialoghi non particolarmente curati né brillanti. Un approccio piuttosto pigro per un film girato prevalentemente in interni, con una storia fatta di codici cifrati e corse contro il tempo, e al centro un genio della matematica con seri problemi nelle relazioni sociali e, soprattutto, omosessuale in un Paese e un tempo in cui questo era vietato. The Imitation Game ha alcuni, forti momenti di pathos, e un protagonista che tutto sommato si costruisce da sé; è un film lineare – con i consueti flashback del caso – e procede deciso, ma sostanzialmente senza sorprese.

La linea più interessante è quella che vede Turing variamente impegnato a essere dio. E, come si sa, è difficile essere un dio. Da una parte il protagonista è costretto a decidere della vita e della morte di civili e soldati, che dipenderanno dai risultati di adeguati calcoli statistici; dall’altra la sua macchina è soprattutto il tentativo di (ri)creare un nuovo essere, una Creatura frankensteiniana in cui trovare una corrispondenza altrimenti irraggiungibile. In entrambi i casi il problema riguarda identità ed esistenze ridotte alla loro essenza logica da una persona che vorrebbe incarnare la logica, ma è dotata di un’identità che viene percepita come un’inopportuna minaccia, e dunque punita.

Tutto sommato apprezzabile la scelta di lasciare fuori dalla ricostruzione la drammatica fine di Turing, per quanto anche qui traspaia la volontà di rivolgersi a un mercato quanto più ampio possibile.

Sherlock sfila via quel mezzo punto in più.

(3,5/5)

Minima Immoralia: 12 Anni Schiavo, Nebraska, La Mafia Uccide Solo d’Estate, Captain Harlock, Snowpiercer

12 anni schiavo recensione slowfilmFinché non faccio questa cosa non mi sento tranquillo. Altri sono persi per sempre, per questi sarà ingiustizia sommaria, così è che va. Un nuovo scalpitante episodio della rubrica Poche Parole per Alcuni Film.

12 Anni Schiavo. In giro si dice sia un film Hollywoodiano, reinventato dall’estro autorale di Steve McQueen. Mi sento di concordare con la prima parte dell’affermazione. McQueen ha messo davvero tanto della sua formazione videoartistica in Hunger, era già stanco in Shame e firma con 12 anni una pellicola ampiamente nei ranghi, forte del più Academyco dei mea culpa statunitensi. Mi sento di incomprendere, oltre alla premiazione come miglior film e migliore sceneggiatura non originale, l’Oscar come migliore attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, che starà nel film 10 minuti, di cui 5 passati a essere frustata fuori campo. C’è tutta un’idea di espiazione dei sensi di colpa attraverso il riconoscimento di premi catartici che dall’Oscar non si staccherà mai.
(3/5)

nebrasck slowfilm recensioneNebraska. Leviamoci anche il secondo sassolino dalla proverbiale scarpa. Io ho l’umana sensazione che Alexander Payne sia una brava persona, che fa quello che fa perché ci crede, in buona fede. Però quello che fa sembra sempre una versione annacquata di qualcosa che è stata già fatta meglio. Nebraska mi ha irritato meno di un Sideways, ma resta un manualetto per lo svolgimento del filmino indie. Prima lezione, come togliere il colore faccia fico. Roba agrodolce, con echi di Jarmusch, Straight Story e di qualsiasi road movie di riconsiderazione familiare. Male non fa, bene nemmeno.
(3/5)

La Mafia Uccide solo d’Estate. Qui rischio grosso. Pif mi piace assai, quel maledetto è rimasto praticamente l’unica cosa a giustificare l’esistenza di un canale come Mtv. Nei suoi particolarissimi reportage è spontaneo, intelligente, ironico, simpatico, addirittura poetico. Il suo film non è molto di più, anzi è un po’ di meno. Perde quell’immediatezza che Pierfrancesco Diliberto riesce a trasmettere quando interagisce con persone e situazioni di cui gli preme capire e far capire qualcosa. Per quanto parlare di mafia sia ormai una cosa sostanzialmente di nicchia, per passatisti, dietrologi e amanti del fantasy. Quindi Pif fa comunque bene. Ma forse sa troppo di cosa sta parlando, lima la storia e i contenuti lasciandoli sospesi fra una trasfigurazione artistica ancora non del tutto matura e un racconto diretto della proprie esperienze. Dovrei rivederlo, è passato un secolo.
(3/5)

capitano harlock slowfilm recensioneCaptain Harlock. Ho fatto qualche difficoltà ad entrare nella realtà dell’animazione in CGI, poi, a conti fatti, non è malvagio. Soprattutto perché ha una storia, per quanto contraddittoria, forse confusa, interessante anche perché contraddittoria e forse confusa. Quella sottile, forse inesistente, linea giapponese che distingue il distruttore del mondo dal suo salvatore. In meno di due ore Captain Harlock racconta un mucchio di cose, ha il pregio ormai raro di essere un’opera compiuta, e nel frattempo mette in scena anche una quantità di esplosioni, battaglie navali, fumi e raggi laser. Piuttosto contraddittori e confusi anche questi. Va bene così, stiamo parlando di un pirata spaziale con una benda su un occhio e un’astronave modellata sul più tamarro degli anelli teschio per metallari; che sia lasciato libero di fare il cazzo che gli pare.
(3/5)

snowpiercer slowfilm recensioneSnowpiercer. Lo dico subito, è il migliore del gruppo. L’autore è il Bong Joon-ho di The Host. Che è bravo, riesce a rendere serie le cose buffe e concettuali, come mostri e treni arca che solcano la terra ghiacciata, e intanto inietta una dose di assurdità grottesca che mantiene il tutto digeribile. Non è un film del tutto da applaudire, Snowpiercer, che ha le sue sputtanatezze, però fra le uscite recenti è quello che ha più trovate visive, con richiami a Gilliam e Jeunet – Caro, e si preoccupa di creare un’atmosfera. Per chi riesca a esimersi dall’esercitare la sua arguzie alla ricerca di incongruenze e prevedibilità, rimane un film con una quantità ragguardevole di invenzioni e scene memorabili.
(4/5)

Ci sarebbe anche Miyazaki, ma vorrei spenderci qualche rigo in più. È l’ultimo, che diamine, portate rispetto.