Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

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A Bigger Splash (Luca Guadagnino 2015)

ABS_1sht_MainAltNew_Art1.inddÈ estate, regno dell’indolenza, volevo un buon film. A Bigger Splash: non avevo ancora visto niente di Luca Guadagnino, ma è uno che fa discutere. “Discutere” è anche una parola esagerata, è uno che fa parlare, chi vede film poi parla da solo, al massimo dice qualcosa a qualcun altro, poi fa finta di ascoltare cos’ha lui da dire. E se non è la sua stessa cosa, è irrimediabilmente sbagliata. Che bello il quadro di David Hockney, ordinato, desolato, silenzioso, esploso, luminoso. Di una luce uniforme e ingestibile, piana come le linee pulitissime del dipinto, inquietate dallo splash. Niente può andare storto, è tutto già perduto.

Come fai a non vedere un film con un titolo così, come puoi non aspettarti qualcosa di simile? Qualcuno di molto simile è Tilda Swinton. Aliena, perfetta, una figura che dal cinema ha imparato a rifiutare il tempo e la definizione delle forme. Il film di Guadagnino è ispirato a La Piscina, titolo del 1969 di Jacques Deray, e sceneggiato David Kajganich. Qualcosa, da qualche parte, è andata storta, chi l’ha visto lo sa. Prima di quel qualcosa, però, A Bigger Splash mantiene le sue promesse. Vita d’artisti in vacanza a Pantelleria, con Swinton rockstar afona per un’operazione alle corde vocali e un compagno bello e tenebroso. Poi arriva Ralph Fiennes con l’appena ritrovata figlia Dakota Johnson, e la superficie della piscina si scompone. Fiennes dà una grandissima prova di cagacazzismo, iperattivo produttore discografico dal ballo sgraziato e la lingua in movimento perpetuo. Poi succedono cose. Come un racconto di Sofia Coppola privato della sua ostentata inconsistenza, A Bigger Splash è un quadro che finge di rappresentare il vuoto, e al tempo stesso finge di voler andare in profondità, e in questo gioco trova un registro linguistico e registico singolare.

A Bigger Splash 1967 by David Hockney born 1937

Sulla parte finale, in maniera pressoché inspiegabile, sceglie una delle chiusure più stonate che sia dato vedere, con un Corrado Guzzanti condannato a una parte umiliante per l’insensatezza del suo personaggio. Io sono anche per dire: se un film inciampa negli ultimi 20 minuti fa’ finta di niente, conserva i primi 100. Qui, però, l’errore fa male, vista la costruzione fin lì coerente e l’importanza che tutte le parti hanno in un quadro finito. Ad ogni modo, volevo un buon film, poteva andare meglio, ma – cosa per niente scontata – ho avuto un film.

(3,5/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Lo Chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti 2015). A corto di miracoli

jeeg robot slowfilm recensioneNon so bene cosa s’intenda con “capolavoro”, “incredibile” e “salvezza del cinema italiano”, ma se significa “film vedibile dove il cattivo alla Joker, come spesso accade, è la cosa migliore”, allora sono d’accordo con quel che si è detto di Lo Chiamavano Jeeg Robot.

L’impressione è che il clamore per il film sia nato soprattutto dal suo addentrarsi in territori americani, ché, per il resto, il cinema italiano è ancora capace di pellicole ben più ispirate e incisive. La specificità del film di Mainetti sta nell’ibridare il mainstream statunitense con il linguaggio nostrano ostentatamente provinciale, per il resto è un film onesto e lineare, con un villain ben interpretato da Luca Marinelli ordinariamente sopra le righe, e una storia portante senza grossi intoppi (per quanto, qualche buca pure la prenda) né colpi di genio. Al centro un Claudio Santamaria credibile Christian Bale de noantri, e un’Ilenia Pastorelli che ha vinto addirittura il David di Donatello per la Recitazione con dei Marshmallow in Bocca.

Quello che non capisco, alla fine, è come accada che gli innumerevoli titoli del filone supereroistico americano, vale a dire il genere più inflazionato degli ultimi 15 anni, vengano da noi (spesso giustamente) trattati con sufficienza e scherno, mentre lo sgomitare di un prodotto nostrano nello stesso territorio, venga salutato come un miracolo del cinema italiano. Ma sono anche abbastanza certo di potermene fare una ragione.

(3/5)

Bella e Perduta (Pietro Marcello 2015). Il cinema ritrova il suo legame con l’intimità delle cose

bella e perdutaPubblicato su Bologna Cult

Distribuito in una manciata di sale, Bella e Perduta è fra le cose migliori che possa accadere di vedere. Il film di Pietro Marcello (autore dell’altrettanto riuscito La Bocca del Lupo e de Il Passaggio della Linea) trova nel realismo poetico e magico, nella commistione fra documentario e finzione, il modo per descrivere la realtà in modo personale e coinvolgente. Racconta l’abbandono dei nostri tesori nell’abbandono della Reggia di Carditello, che un angelo prova a salvare dal suo disfacimento; racconta la terra dei fuochi e realtà rurali apparentemente fuori dal tempo, che attraverso l’accostamento a materiale di repertorio incarnano il raccordo fra l’antico e il contemporaneo. E caratterizza il suo racconto con la figura fantastica e onirica di un Pulcinella, riportato a sua volta al ruolo di tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Richiamato da una dimensione sospesa dove le maschere napoletane passano il tempo a giocare a carte e mangiare fave, Pulcinella attraversa il Paese accompagnato da Sarchiapone, un giovane bufalo maschio, animale di nessun valore per gli allevamenti dedicati alla produzione delle mozzarelle.

Pietro Marcello intreccia i diversi livelli – il documentario, i filmati di repertorio impreziositi dalla patina del tempo, la creazione fantastica – portandoli armoniosamente – e dolorosamente – a descrivere il rapporto fra la natura e l’uomo. Riporta gli spazi in immagini intense e sincere, mai banalmente estetizzanti o forzatamente elegiache, ricerca negli stessi le nostre radici, la nostra bellezza e il tradimento della stessa. Allo stesso modo si avvicina all’innocenza irrinunciabile degli animali e a volti e sguardi umani segnati dal tempo, in una narrazione fatta di brevi incontri e piccole vicende, immediatamente descrittive e significativamente universali. Abitato da persone reali e attori non professionisti, Bella e Perduta trova nelle figure di Pulcinella – un ipnotico Sergio Vitolo, la cui vicenda ricorda in parte quella degli angeli di Wenders – e di Tommaso Cestrone, l’Angelo di Carditello, due figure che riportano il cinema al suo legame privilegiato con l’intimità delle cose.

(4,5/5)

Il Racconto dei Racconti (Matteo Garrone 2015)

il racconto dei racconti slowfilm recensioneL’impressione che lascia Garrone, qui come in Reality, è quella di un cinema stilizzato, fatto di storie e personaggi allegorici e immagini ricercate, che al tempo stesso costruisce una dimensione diegetica realistica e densa, che non si limita a mostrare il riflesso dello sguardo dell’autore. Il Racconto dei Racconti – tre storie a sfondo fantastico ispirate alla raccolta secentesca di fiabe Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile – se da una parte sembra ricercare le radici nobili di un genere, dall’altra si distacca completamente dal genere stesso, per come s’è effettivamente sviluppato. Affascinante e cupo, onirico e concreto, ne Il Racconto dei Racconti c’è qualcosa che mette in mostra le nostre radici, la nostra identità, qualcosa di inquietante e animale, di feroce e ottuso, assieme a qualcosa che si ostina a mostrarsi vitale.

Nel suo intreccio Il Racconto dei Racconti fonde le storie che nascono da tre re e tre reami, dai toni diversi, eppure dotate di un timbro comune. Conserva, con forza quasi radicale, la struttura delle fiabe, presentando dunque percorsi lineari e morali, resi disturbanti dalla forza visiva data da architetture e luoghi fortemente caratterizzati, dotati di una grana corposa che ricorda, molto più delle tendenze attuali, il nostro cinema di almeno quarant’anni fa. Una scena come quella della lotta contro il drago marino, sovrastata dalle meravigliose rocce nere delle gole dell’Alcantara, con una creatura quasi immobile, l’azione soffocata dalle acque torbide ed enfatizzata dalla colonna sonora in crescendo, regala emozioni molto più forti della maggior parte dell’ingombrante computer grafica degli ultimi anni. Il Racconto dei Racconti è un’opera iconografica, colma di segni, che si appropriano dell’atmosfera e degli ambienti, trasfigurati in labirinti e geometriche prigioni, e che compaiono come dettagli, piaghe e squarci su corpi costretti e modificati da sentimenti egoistici, il filo comune al complesso della narrazione.

(4/5)

Minima Immoralia: Le Meraviglie (Alice Rohrwacher 2014), Apes Revolution (Matt Reeves 2014), Predestination (Michael e Peter Spierig 2014)

le meraviglie slowfilm recensioneDa Le Meraviglie, Gran Premio della Giuria di Cannes, sinceramente mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto film, ma se si vuole (finalmente) portare attenzione su opere del genere, ce ne sono di più decise, originali e d’impatto. Il film di Alice Rohrwacher ha una certa grazia (e durezza) documentarista, ma col passare dei minuti non riesce a rinunciare a elementi narrativi esplicitamente finzionali, che spingono per esplicitare dei precetti che un film con una grana del genere dovrebbe evitare di imporre in questo modo. Le Meraviglie nasce sospeso e poi si lega a un apparato stanco di critica sociale e simbologie meccaniche. Una splendida unione di realtà e fiction il cinema italiano lo ha toccato con La Bocca del Lupo, un incontro tutt’altro che banale fra natura e cultura con Le Quattro Volte, e, ancora, Minervini racconta con linguaggio documentario conservando un rigore, e quindi una forza, che Le Meraviglie non ha.
(3/5)

apes revolution slowfilm recensioneBene, questa è una categoria residuale dove si ammassano titoli visti un po’ di tempo fa: l’accostamento, quindi, è da doccia scozzese. Non so cosa sia successo alla produzione della nuova serie di Planet of the Apes, tutto sommato non ho trovato il turbamento e l’interesse necessari a farmi fare delle ricerche serie, ma Apes Revolution, a fronte di un primo capitolo convincente, è un sequel imbarazzante. È cambiato tutto: regista, attori, sceneggiatori, protagonisti, a parte il mutante digitale Serkis. Apes Revolution – in originale Dawn of the Planet of the Apes – è un blockbuster inconsistente, a impatto zero (roba non da poco per un film postapocalittico), dai meccanismi banali ed innocui, con alcuni (non pochi) momenti di trash inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Avrei bisogno di cancellare dalla memoria l’immagine di una scimmia che sta in piedi su un cavallo al galoppo, e smitraglia con aria cattiva tenendo un uzi per mano. Il tutto al rallentatore, come fosse una scena de Il Mucchio Selvaggio. Film di prepotente bruttezza, sotto ogni punto di vista.
(2/5)

predestination slowfilm recensionePredestination, degli australiani Spearig Brothers, è il loro film nuovo nuovo, pur sembrando concettualmente precedente al più celebre Daybreakers (2009). Perché Daybreakers è un brutto film, questo piccolo Predestination sembra invece la tesi di laurea, l’esordio fintamente cerebrale che ti consente, poi, di approdare ai brutti film. Si tratta della classica idea da cortometraggio stiracchiata, un marchingegno il cui unico interesse consiste nell’esporre un’unica intuizione, che gli autori abbiano ritenuto molto affascinante. Non ci sono dettagli, digressioni dal focus, né invenzioni di alcun tipo in Predestination. Quasi tutto girato in interni postindustriali e anonimi, l’unica scelta degna di interesse è un lungo dialogo in un bar, probabilmente inserito più per esigenze di minutaggio che per altro, ma abbastanza ben gestito. Brava Sarah Snook, credibilmente androgina, tutto il resto è un giochino che si prende sul serio.
(2,5/5)

L’Arte della Felicità (Alessandro Rak 2013)

arte della felicita rak recensione slowfilmL’Arte della Felicità è uno dei rarissimi esempi italiani di animazione per un pubblico adulto, animazione di altissimo livello, che probabilmente altrove avrebbe fatto parlare della nascita di una scuola, della scoperta di possibilità espressive largamente ignorate e d’improvviso affiorate già mature. Il film di Alessandro Rak, invece, è passato quasi sotto silenzio, rintracciabile in una manciata di appuntamenti noti agli amanti del cinema, mentre avrebbe le qualità per una diffusione molto più ampia.

Dal Tibet a Napoli, la storia racconta di due fratelli musicisti, dove il maggiore diventa un monaco buddista, e il secondo, sentitosi abbandonato, lascia il piano per il vecchio taxi dello zio. Nel suo abitacolo, diventato per Sergio una casa in perpetuo movimento, un guscio, si succedono diverse figure pronte a raccontare la propria vita, i sogni, la disillusione, e la personale ricerca della felicità.

Nato in uno studio nei quartieri spagnoli e arricchito dal lavoro di musicisti e artisti napoletani, L’Arte della Felicità è un lavoro visivamente stupefacente. In un incrociarsi e fondersi di tecniche la costruzione è quella del film d’autore, fra immagini fisse che osservano lo scorrere del tempo, accessi di luce e voli orizzontali, flashback che raccontano storie attraverso i contorni di foto in bianco e nero e momenti puramente musicali, accompagnati da ricercate descrizioni visive.

Se in Tibet il sole è accecante, a Napoli la pioggia non dà tregua. Punteggiato da frasi, accenti e modi di dire locali, in realtà il testo del film e la costruzione dei suoi personaggi sono molto lontani dai luoghi comuni e i colori conosciuti. Come la città di Blade Runner sempre spazzata dal diluvio, ma con i sacchi dell’immondizia al posto degli ombrelli dai manici luminosi, Napoli è raccontata da una voce da film blues americano, uno speaker apocalittico dal pizzetto e i lineamenti waitsiani, gli occhiali a specchio e i capelli dritti, mentre le parole che affollano il taxi di Sergio ricordano i dialoghi esistenzialisti e sopra le righe di film francesi. L’effetto è a volte straniante, discorsi e monologhi suonano quasi innaturali, specialmente se contestualizzati, ma tutto viene riportato in tono dalla splendida musica che sottolinea il respiro e l’intensità internazionale del film. Il character design ricorda le linee e l’espressività di Satoshi Kon e il Bakshi di American Pop, mentre spunti e citazioni spaziano da Essi Vivono a La 25ª Ora, alla rivisitazione autoriale e mediterranea dei disaster movie hollywoodiani, in un’inventiva e una libertà che oggi può mostrare Ari Folman. La varia bellezza e la frammentazione, pur esplicitando l’ambizione e il coraggio del progetto, sono al servizio di un sentimento unico, malinconico, come malinconici sono la bella musica e il distacco. Come in una pellicola di Capra, tolta la soluzione consolatoria o, nella migliore delle interpretazioni, ottimista, rimane un film che anche nel presente trova soprattutto motivi di tristezza e di smarrimento. Più che della felicità, ci ricorda dell’esistenza dell’arte, da inseguire e da scoprire anche a costo di sacrifici, che appaiono come momenti essenziali del processo creativo. Se in un film come La Grande Bellezza prevale l’amarezza per un tradimento e una resa ormai irrecuperabili, qui davvero sopravvive una scintilla, che viene dal coraggio di realizzare “dal basso” del cinema che ha molto da raccontare e ricercare, da far vedere e far ascoltare.

(4/5)