The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

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Zona rimozione

risate-di-gioia-monicelliRisate di gioia (Mario Monicelli 1960) ha rifatto la sua apparizione in tv in un caldo pomeriggio d’estate, a ricordare la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico. Film sorprendente, perfetto fino all’applauso a scena aperta per tutta la prima parte, elegantemente sostenuta da battute dai tempi impeccabili: a scambiarsele, per dire, ci sono Totò e Anna Magnani, qui anche nella storica e avanspettacolare rappresentazione di Geppina Gepi. Altrettanto entusiasmanti le escursioni, gli intrecci e gli incontri surreali nella Roma in bianco e nero, sospesa, lunare e autocitazionista di un Monicelli a tratti prejarmuschano (in particolare il Jarmusch di Mystery Train). Nella seconda parte il film svolge la trama della commedia in modo più lineare e narrativo, ma non perde mai la comicità e l’amarezza fino alla cruda conclusione. (4/5)
 
Ricordi prenatali hanno suscitato alcune scene de La Grande Guerra (Monicelli 1959), iscritte in tratti della memoria dedicati alla conservazione degli istinti più antichi, come quelli che portano a scavare una trincea. Un’altra coppia infallibile, quella di Gassmann con Sordi, per costruire un’epica della storia, del cinema e della guerra, resa realistica dalla rappresentazione degli aspetti più umani e comuni. (4/5)
 
basilicata-coast-to-coast-papaleoCommedia d’altro stampo e caratura quella di Basilicata Coast to Coast (Rocco Papaleo 2010), ma comunque profondamente italiana e sostanzialmente gradevole. Ottima apertura dove la voce di Papaleo afferma l’esistenza della Basilicata e ne canta qualità e luoghi comuni locali e meridionali. Il film non rinuncia a qualche pesante tocco di poesia e sentimentalismo, digressioni da videoclip autoprodotti e piuttosto forzata è la “prova d’attrice” di Giovanna Mezzogiorno, ma nel complesso l’opera rientra con merito nella categoria del “ce ne fossero”. (3/5)
 
Altra performance quella di Elio Germano, uno dei punti di forza di Mio Fratello è Figlio Unico (Daniele Luchetti 2007), bel ritratto delle contraddizioni degli anni ’60 e rappresentazione sincera dei legami fraterni e familiari, altrettanto complessi. (3,5/5)
 
Si cambia continente in Conflitto d’Interessi (Robert Altman 1998). Thriller noir incentrato sulle pericolose vicende dell’avvocato Kenneth Branagh, evoca le atmosfere tese e ambigue di Images, per poi adeguarsi ad un intreccio prevedibile e televisivo che in parte inficia anche le scelte estetiche e registiche. Rimangono nella memoria, ad ogni modo, alcune suggestioni (bella la sequenza iniziale in carrellata vivere-e-morire-a-los-angeles-friedkin“topografica” dall’alto ed efficaci le ambientazioni nei boschi spettrali) e un notevole Robert Downey Jr. nei comodi panni di investigatore alcolizzato e piacione. (3/5)
 
Un noir poliziesco anche più incredibile di quanto sperassi è il capolavoro di Friedkin Vivere e Morire a Los Angeles (1985), in costante ricerca estetica ed estetizzante, spigoloso e vitreo come il miglior Mann, spietato nella costruzione narrativa e nel dipingere una serie di personaggi irrimediabilmente marci. E poi l’inseguimento in autostrada contromano, il volto dipinto di Debra Feuer, le esplosioni di violenza e la fotografia di Robby Müller, per una convincente raffigurazione dell’inferno. (4,5/5)
 
Come in una sauna finlandese, per esaltare lo shock, spostiamoci dal genio allo schifo. La domanda che pone Gentlemen Broncos (Jared Hess 2009) è questa: cos’è un film che dichiara apertamente di voler essere una merda e di aspirare a suscitare dei conati nello spettatore? La risposta per me è semplice: è esattamente e semplicemente una merda. Noioso e ripetitivo più di un criceto nella ruota quando non è disgustoso come un criceto nella ruota che si vomita addosso, Broncos ripropone la squallida umanità dinew-york-i-love-you Napoleon Dynamite, riuscendo solo a filmare una galleria di personaggi insulsi dallo sguardo assente. L’impostazione registica vagamente alla Anderson è un insulto. Si impara che i pitoni cacano sciolta. (1,5/5)
 
New York I Love You (Fatih Akin, Yvan Attal, Allen Hughes, Shunji Iwai, Jiang Wen, Shekhar Kapur, Joshua Marston, Mira Nair, Natalie Portman, Brett Ratner, Andrei Zvyagintsev. 2008) è un film a episodi che conserva una media piacevolezza con piccole oscillazioni in meglio o in peggio. A recitarci c’è una sfilza di nomoni che neanche vi sto a dire. Il montaggio a volte frammentato degli episodi permette agli stessi di intrecciarsi, dando intelligentemente un tono più corale. Gradevole la frazione di Shunji Iwai (per il 2011 è finalmente previsto un suo nuovo film per quanto americano e dal nome Vampire…), e non male anche quella di Natalie Portman, per la prima volta in veste di regista e sceneggiatrice. Il tema è in generale l’amore, il tono indie-chic senza grosse sorprese, quanto può esserlo adrift-in-tokyo-satoshil’inserimento di no surprises (ops) nella colonna sonora. (3/5)
 
Quest’ultimo film è meno conosciuto ed è quello che fareste bene a notare. Adrift in Tokyo, portato a termine per noi  da Miki Satoshi nel 2007, è un bel film. Una commedia agrocomica con sprazzi di idiozia nipponica, ma ottimamente resa dalla recitazione convincente e internazionale di Jo Odagiri, studente arruffato e senza legami, e Tomakazu Miura, improbabile estorsore con istinti paterni. Il loro girovagare per  una Tokyo in versione inedita, in una veste prevalentemente antiestetica, alterna incontri con personaggi carichi e assurdi con la formazione di legami improvvisati, a sostituire quelli naturali, inesistenti o perduti. Un film divertente, poetico in forma autentica e autoironica, abilmente malinconico e poco incline ad ammiccare allo spettatore. (4/5)

Visioni dall’Estremo Oriente – una poetica dell’immagine

Fino a pochi anni fa le possibilità di vedere opere provenienti dalla Cina, Taiwan, Giappone, Corea, erano limitate a pochi titoli, ed unico portatore di questa “cultura altra” era Enrico Ghezzi, dalla sua nicchia finesettimanale in orario per licantropi e vampiri. Oggi, per una parziale apertura del mercato, per l’attenzione di alcune cineteche, ma soprattutto per l’aiuto delle nuove tecnologie solidali, il paniere dei titoli reperibili è molto cresciuto.
Il circuito principale ed ufficiale predilige il cinema di genere, specialmente horror, dove la produzione hollywoodiana ha trovato numerosi spunti per remake più o meno riusciti. Le opere importate presentano dei tratti comuni molto rigidi e ripetitivi, che una volta assimilati rendono il filone poco interessante. Mi riferisco ai vari Ringu, Ju-on, Dark water, The eye…
 
Concentrandosi, invece, sul cinema così detto d’autore, la critica che gli viene spesso mossa è di essere eccessivamente “lento”. Quello asiatico è un cinema che parla poco, ed è questo lo scarto principale rispetto alla produzione cinematografica che ha adottato e cui ci ha abituato l’occidente. Da qui discende una predilezione per l’immagine e la sua costruzione, la narrazione attraverso il mostrare, che richiede maggiore attenzione, partecipazione ed interpretazione da parte del destinatario.
Un cinema fatto prevalentemente di immagini dà agli oggetti la stessa dignità degli attori, permette una frammentazione della storia in rapidi flashback, permette di specificare situazioni e stati d’animo attraverso la rilevanza del contesto, che si fa espressione delle soggettività del personaggio e del regista. Permette notevoli ellissi, essendo l’attenzione concentrata sull’immagine, che presentifica tutto quel che mostra, con vincoli minori di esaustività ed esplicitazione. Allo stesso tempo una narrazione di questo tipo dissemina di punti focali l’intera pellicola, diminuendo l’importanza della storia complessiva, dell’evoluzione del personaggio e di tutti quei passaggi chiave propri del nostro cinema.
 
È probabilmente questa predilezione per il visivo uno dei fattori che ha portato il Giappone ad essere uno dei primi Paesi in cui l’arte dell’animazione ha assunto dignità pari a quella del cinema "dal vero": l’armonia del visivo ricercata in tutte le pellicole trova naturale espressione anche in altre forme, che siano distaccate dai vincoli del reale e che possano esprimere compiutamente la poetica dell’autore. In questo campo i nomi di spicco sono quelli di Miyazaki (Principessa Mononoke, La città incantata, Il castello errante di Howl), Otomo (Akira, Steamboy) e Oshii (Ghost in the shell, Innocence).
 
Chiusa la parentesi sull’animazione, un vero e proprio “maestro del muto” è il taiwanese Tsai Ming-liang. Opere come Vive l’amour, Che ora è laggiù, e l’ultimo Il gusto dell’anguria, creano una cifra stilistica, di chiara derivazione teatrale, dove il modo di mostrare le cose prevale su quel che viene mostrato e sull’intreccio. Lunghi pianosequenza a camera fissa, assenza di colonna sonora extradiegetica, rarissimi dialoghi, la ricerca di simmetrie fotografiche all’interno di soliti paesaggi urbani, sono gli ingredienti che rendono il suo cinema una testimonianza memoriale, uno sguardo personale sull’individuo, colto nella sua normalità e quindi universalità.
 
Più noti al grande pubblico Takeshi Kitano, che riesce a creare splendidi, vanitosi (anti)eroi (Hana bi, Sonatine…), oppure con Dolls affoga delle leggende metropolitane nell’estetismo più puro, rendendole struggenti; e Wong Kar-wai, autore di quell’In the mood for love diventato il simbolo del melodramma made in Hong Kong, formalmente e sentimentalmente perfetto.
Qualche parola vorrei spenderla per due autori giapponesi che non hanno ancora trovato posto nel mercato italiano, ma che sono fra i registi più significativi presenti sulla piazza. Il primo è Shunji Iwai, le sue opere migliori un mediometraggio di poco più di un’ora, Pic-nic, delicato equilibrismo fra nostalgia, ricerca visiva, poesia, follia. Altro è All about Lily Chou Chou, dove in più di tre ore si segue la vita di un gruppo di ragazzi, mescolando avventure formative, ironiche, drammatiche, in un’affascinate bulimia tematica ed espressiva.
Il secondo è Takashi Miike, iperattivo nella sua produzione media di 5 film all’anno. Nelle sale italiane s’è visto solo il pessimo The call, mentre decine sono le opere d’ogni genere ben più apprezzabili. Il Miike poetico è l’autore di Bird people of China, quello più sconvolgente il creatore di Ichi the killer. Quest’ultimo, che ha visto crescere attorno a sé una fama ammirata e timorosa, è un film che per la violenza espressa è decisamente fuori media, ma è un buon esempio di come un ottimo regista possa fare di un b-movie un’opera importante, estremizzando le possibilità del genere fino a trovare dei punti di contatto con la videoarte. Ichi dà la possibilità di confrontarsi con una concezione della morale e soprattutto del visibile (o meglio del “mostrabile”) che ci è culturalmente distante, e che quindi non può che portare ad un arricchimento.