Gimme Danger (Jim Jarmusch 2016) Iggy Pop si racconta e ricorda gli Stooges, in una centrifuga di suoni, immagini e rumori

gimme danger slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Al cinema è una serata speciale, costa dieci euro. È speciale perché costa dieci euro. Costano di più, e non ci sono possibilità di riduzioni, le proiezioni di film aggressivamente mainstream, dagli Star Wars in giù, per identificare in questo modo la potenza dell’evento. Stesso destino per le proiezioni che hanno una distribuzione limitata a un paio di giorni, perché sono cose molto ricercate, per un pubblico motivato che in questo modo sostiene lo sforzo di portare in sala, seppure per poco, titoli che altrimenti non arriverebbero ai cinema italiani. In un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film normali, con registi e attori normali, in un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film con Colin Firth.

Andiamo a Gimme Danger, un documentario indirizzato ai fan degli Stooges e a quelli di Jim Jarmusch (reduce del bellissimo Paterson). Io faccio parte dei secondi, ma a poter essere davvero contenti – e neanche con assoluta certezza – potranno essere i primi, che si delizieranno del lungo racconto di Iggy Pop. L’Iguana, che quest’anno ne compie settanta, è seduta su un trono, con la faccia conciata di sempre, le vene delle braccia in rilievo, i piedi nudi e le dita disidratate delle mani che intrecciano quelle dei piedi. Oppure è seduta su una più umile sedia, dietro di lui s’intravede una lavatrice e dei panni, una lavatrice come quella che faceva da sfondo alle interviste a Neil Young in Year of the Horse. Non credevo che l’avrei ritrovata, mi era già sembrata un grumo di minimalismo un po’ forzato. Invece rieccola, deve significare qualcosa, questo associare il rock alla pulizia dei propri abiti, alla centrifuga, a un elettrodomestico bianco di forma parallelepipedale, ma non saprei dire cosa, non con apprezzabile certezza. Iggy racconta, snocciola aneddoti, sulla sua gioventù, sulle prime band, la passione per la batteria, l’incontro con quelli che saranno gli Stooges, la vita da comunista, perché condotta in una comune con i soldi in comune, la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella sua interpretazione materiale e disincantata, e un mucchio di altre cose. I primi concerti, le droghe, gli scioglimenti e le riunioni della band, naturalmente.

Il film prende una forma piuttosto canonica, con i frammenti di intervista mescolati a immagini e brevi filmati d’archivio, agli incontri con altri membri del gruppo. Mentre il batterista Scott Asheton appare spiritualmente dislocato in un tempo che non è precisamente quello presenziato dal suo corpo, un cenno particolare lo merita il chitarrista James Williamson. Sembra essere l’unico a cui tutto accade naturalmente, senza conseguenze considerevoli: splendida e trasgressiva icona rock, quando il suo ruolo è quello, nel 1975 diventa un perfetto ingegnere elettronico. Elegantemente imbolsito nei suoi lineamenti e nella consistenza peculiarmente americani, dopo essere andato in pensione alla Sony torna sul palco con Iggy negli inoltrati anni ’00. Ed è bello pensare a questo ingegnere abbastanza anziano, abbastanza in pensione, da poter tornare a fare rock pesante, cattivo, teatrale.

Al centro di Gimme Danger c’è il racconto, non la musica. Così, con l’eccezione dei titoli di coda, non si ascolta mai un pezzo per intero. Ci sono riff, cenni di testi e di performance, che si interrompono dopo alcuni secondi, per dare spazio ad altri aneddoti e poi ad altri pezzi di canzoni. L’ho trovato piuttosto limitante e, alla lunga, frastornante. Mi sta bene l’epica, ma avrei preferito assistere anche alla musica. Contribuiscono alla visualizzazione del racconto delle ricostruzioni animate, non lontane dallo stile del pythoniano A Liar’s Autobiography, e il montaggio di decine di riferimenti esterni. Spesso richiamati dal regista in immediata e didascalica corrispondenza: si pronuncia Famiglia Addams, film anni ’50, Tre Stooges, salto nel vuoto? Li si vedrà immediatamente materializzare sullo schermo, in un montaggio frammentario e sincopato che è solitamente quanto di più lontano dallo stile di Jarmusch. Il film è un accorato omaggio di un fan alla rockstar con cui aveva già avuto modo di lavorare in Coffee and Cigarette e Dead Man. Prosegue in questo modo per poco meno di due ore, elencando le band influenzate dallo sperimentalismo degli Stooges e senza mai nominare, d’altra parte, correnti come il punk o la scena indipendente, se non per affermare di non farne parte. Gimme Danger racconta una storia a sé, un personaggio che si è guadagnato il diritto ad alzare entrambi i medi in direzione del resto del mondo, e non si fa scrupolo ad esercitarlo. La notte dopo la visione, il sonno è stato un gran frastuono, circolare, primitivo, ossessivo. In questo, probabilmente, il film è arrivato dove voleva.

(3/5)

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Paterson (Jim Jarmusch 2016). Il maestro del cinema minimalista e indipendente firma il miglior film dell’anno

paterson-slowfilm-locandinaDunque non sono rotto, almeno non del tutto, quando arriva un film così ancora riesco a immergermi completamente. Paterson è un’opera che fa ringiovanire, un ritorno al cinema che riporta alle prime emozioni legate alla scoperta di Jim Jarmusch, al minimalismo poetico e alle coincidenze che danno identità a ogni giornata, al romanticismo che l’età adulta rende ancora più ricco di incertezze.

Una settimana nella vita di Paterson, autista di autobus della città di Paterson, New Jersey, scandita dal lavoro, la passione per la poesia, la creatività della compagna e i rantoli di un bulldog inglese. Jim Jarmusch, ancora più del solito, sembra parlare di sé e del suo modo di elaborare il tempo e la vita, di definire il valore delle cose e le esperienze, in un autoritratto più asciutto e spontaneo rispetto al precedente, piuttosto didascalico, Solo gli Amanti Sopravvivono. Paterson, con i sottofondi strumentali accennati, i quadri frontali che raramente ricercano il movimento di camera, il testo di Ron Padgett scritto e recitato che compare sullo schermo, descrive la realtà e la difficoltà del doverne far parte, e incarna anche uno dei più riusciti incontri fra cinema e poesia dai tempi di Il Cielo Sopra Berlino. I protagonisti perfettamente in parte, Adam Driver ormai ricercato da ogni genere di cinema e la splendida Golshifteh Farahani, sono figure e sguardo in una sintassi filmica impeccabile nella costruzione di una distanza colma di empatia. Il montaggio ricorsivo e le scelte della narrazione ricordano come una storia universale – quella della ricerca di sé e della propria relazione col mondo, che inevitabilmente tocca tutti – possa essere raccontata attraverso l’identità dell’episodio, dei gesti, delle abitudini destinate a essere stravolte. Le grandi e piccole variazioni, le pause, i dettagli, diventano tutti significativi, sguardi attraversati dal fascino di altre esistenze.

Non è lo svolgimento di una storia rumorosa già vista troppe volte che può incollare allo schermo, ma la sorpresa della vita e delle piccole ossessioni, ricercate e riportate con complicità da un grande narratore. Un’occasione per riscoprire la differenza tra i film che mostrano solo loro stessi e quelli che, come Paterson, sono più grandi delle singole parti, acquisiscono una definita personalità nella loro completezza, e invadono i pensieri nel mondo esterno, fuori dalla sala. Sullo schermo scorre una settimana di Paterson raccontata da Jim Jarmusch, e si rimarrebbe a guadarne molte altre.

Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra
Li teniamo a portata di mano, sempre
Attualmente la nostra marca preferita
è Ohio Blue Tip

(5/5)

I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Only Lovers Left Alive – Solo gli amanti sopravvivono (Jim Jarmusch 2013)

only lovers left alive slowfilm recensioneAlcune ore della mia vita devono necessariamente essere passate a proclamare l’amore per Jarmusch, a spiegare perché mi piacciano tanto i suoi film, a proporlo e diffonderlo. Molte altre le ho certamente trascorse a vederli e rivederli, quei film, e adesso mi tocca strappare il cerotto. Only Lovers Left Alive non è un gran film, non è neanche un buon film, è il lavoro meno riuscito del regista di Akron, Ohio, che ha girato con Waits e Strummer, ha portato un Uomo Morto in giro per un west in bianco e nero sulla chitarra lisergica di Young, ha tolto le parole al cinema americano per inventare un’epica minimalista, malinconica, ironica, cinema blues.

The Limits of Control è stato il suo primo film completamente vuoto, che vuoto rimane. Qualche gesto, luoghi, indizi che portano solo a loro stessi, un film sospeso eppure compiuto, ancora un Jarmusch nuovo, che porta alle estreme conseguenze i tratti del suo cinema. Only Lovers è invece la storia di un vuoto ingombrante; arriva buon ultimo a (re)interpretare vampiri eterni e decadenti, ma non riesce in un’impresa che forse solo Abel Ferrara con The Addiction ha saputo portare a termine. Perché Ferrara ha troppa sete e parla della sete, mentre Jarmusch, qui, non vuole o non riesce a mettersi davvero in gioco.

Tilda Swinton è splendida, e che fosse un vampiro lo sapevamo tutti, uno di quelli affascinanti e dai gusti raffinati. I gusti e gli appetiti dei vampiri jarmuschiani, sopravvissuti a secoli di guerre e di arte, sono letterari, musicali, e come con Allen nella mezzanotte parigina, si srotola l’elenco di passioni e nomi illustri. La vena citazionista – un citazionismo palese e ricercatamente pleonastico – è sempre stata presente, dai libri di Ghost Dog ai nomi come Lolita e Don Jon in Broken Flowers, ma Only Lovers troppo spesso si limita all’evocazione esplicita di rapimenti e sensazioni, invece di lasciare che queste attraversino la pellicola e diano vita ai personaggi. Per i vampiri gli uomini sono zombie, esseri inetti e privi di profondità, ma la loro proclamata superiorità li porta solo a girare a vuoto. Vampiri snob, eccessivamente orgogliosi della loro musica indie – dark, che si sentono inevitabilmente spaesati in un film esangue. Anche le volontà parodistiche tradiscono Only Lovers, nell’accennare timidi richiami alle radici più popolari e approssimative del genere, senza saper rinunciare a una confezione troppo bella e troppo codificata – seppure nei codici peculiari dell’autore -, che finisce per mancare il bersaglio in quasi tutti i tentativi di dare un tono ironico alla faccenda. E quando l’ironia non riesce la situazione si fa davvero difficile.

Only Lovers è un film troppo distratto per essere completamente cattivo, ed è presto per dire se Jarmusch sia irrimediabilmente annoiato, ma purtroppo non ha meritato l’estenuante euforia dell’attesa.

(3/5)

Jarmusch vampiro, Waits mostro, Venezia laguna

jim jarmuschAnche Jim Jarmusch sta facendo il suo film coi vampiri. "Una cripto storia d'amore fra vampiri, ambientata nella desolazione romantica di Detroit e Tangeri". Dando come fatte le considerazioni inevitabili sull'inflazione che ha travolto i succhisangue, letti e riletti, ibridati e depurati, prendiamo anche per buone le affermazioni del regista che mette le mani avanti dichiarando d'aver pensato alla cosa parecchi anni fa. Poi, io di jarmusch mi vedrei anche un documentario sui pancake e Ferrara nel 1995 con The Addiction già ci mostrava come dall'argomento vampiri si possa distillare di tutto (nel suo caso, un capolavoro). Nel film jarmuschiano ancora senza titolo Michael Fassbender, Mia Wasikowska che già m'era sembrata brava e infatti eccola qui, e l'ormai immancabile Tilda Swinton.

the monster of nixUn giorno scriverò sul club The Sons of Lee Marvin; raccolsi della documentazione, poi quando meno me l'aspettavo mi sono rotto le palle.

The Monster of Nix è una cosa che già da qualche mese sto schiattando dalla voglia di vedere. Film animato di Rosto lungo 30 minuti, è una roba dark e fiabesca doppiata da Terry Gilliam e Tom Waits che fa un mostro-corvo. Passerà a Venezia al Circuito Off, inizio settembre. Nient'altro da dire (magari qualche punto esclamativo: !!!), qualcosa da vedere: teaser 1, teaser 2 (estremamente fico), trailer
 

Venezia, si diceva. Sono stati presentati i film: un buon programma, mi pare (cosa non rara, se vogliamo dare a Marco quel che è di Marco). In concorso

TOMAS ALFREDSON – TINKER, TAILOR, SOLDIER, SPY
Gran Bretagna, Germania, 127'
Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt
ANDREA ARNOLD – WUTHERING HEIGHTS
Gran Bretagna, 128'
Kaya Scodelario, Nichola Burley, Steve Evets, Oliver Milburn
AMI CANAAN MANN – TEXAS KILLING FIELDS
Usa, 109'
Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloe Grace Moretz, Jeffrey Dean Morgan
GEORGE CLOONEY – THE IDES OF MARCH [FILM D’APERTURA]
Usa, 98'
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
CRISTINA COMENCINI – QUANDO LA NOTTE
Italia, 116'
Claudia Pandolfi, Filippo Timi, Michela Cescon, Thomas Trabacchi
EMANUELE CRIALESE – TERRAFERMA
Italia, Francia, 88'
Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Claudio Santamaria
DAVID CRONENBERG – A DANGEROUS METHOD
Germania, Canada, 99'
Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel
ABEL FERRARA – 4:44 LAST DAY ON EARTH
Usa, 82'
Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Paz de la Huerta, Natasha Lyonne
WILLIAM FRIEDKIN – KILLER JOE
Usa, 103'
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon
PHILIPPE GARREL – UN ÉTÉ BRULANT
Francia, Italia, Svizzera, 95'
Monica Bellucci, Louis Garrel, Céline Sallette, Jérôme Robart
ANN HUI – TAOJIE (A SIMPLE LIFE)
Cina-Hong Kong, Cina, 117'
Andy Lau, Deanie Yip, Anthony Wong, Tsui Hark
ERAN KOLIRIN – HAHITHALFUT (THE EXCHANGE)
Israele, Germania, 94'
Rotem Keinan, Sharon Tal, Dov Navon, Shirili Deshe
YORGOS LANTHIMOS – ALPEIS (ALPS)
Grecia, 93'
Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris
STEVE MCQUEEN – SHAME
Gran Bretagna, 99'
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie
GIAN ALFONSO PACINOTTI [GIPI] – L'ULTIMO TERRESTRE
Italia, 100'
Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Roberto Herlitzka, Teco Celio
ROMAN POLANSKI – CARNAGE
Francia, Germania, Spagna, Polonia, 79'
Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
MARJANE SATRAPI, VINCENT PARONNAUD – POULET AUX PRUNES
Francia, Belgio, Germania, 90'
Mathieu Amalric, Maria De Medeiros, Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni
ALEKSANDER SOKUROV – FAUST
Russia, 134'
Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla
TODD SOLONDZ – DARK HORSE
Usa, 84'
Mia Farrow, Christopher Walken, Justin Bartha, Selma Blair
SION SONO – HIMIZU
Giappone, 129'
Shôta Sometani, Fumi Nikaidô, Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi
TE-SHENG WEI – SAIDEKE BALAI
Cina, Taiwan, 135'
Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling

Curiosità per molti titoli. Crialese torna a cinque anni dal notevole Nuovomondo con Terraferma. Dalle navi si sbarca, della terra nera ci si sporca, dal basso si viene ripresi quando ci si tuffa nell'acqua blu; più che un trailer una firma. Ferrara con Dafoe e Paz de la Huerta – e, a quanto ho capito, la sua giovane bionda ex ragazza che faceva capolino e gli evitava di cascare a terra in un suo recente e barcollante documentario – sarà un film da inseguire, per assistere al giorno precedente alla fine del mondo. Svariato materiale sul sito del nostro. Curiosità, perché no, anche per Gipi, uno degli ultimi poeti a piede libero, che approda al cinema contemporaneamente alla Satrapi. Lanthimos dopo la secca frustata di Dogtooth torna con Alps, film sulla morte e la sostituzione degli affetti. Impossibile non citare, poi, il monumentale Friedkin, Solondz con Walken, Polanski, Sokurov e Cronenberg. Riguardo quest'ultimo, sinceramente dispiace leggere della sostituzione di Waltz con Mortensen. Il triangolo Freud – Spielrein – Jung si scorge già nel trailer nella nitidezza quasi imbarazzante e sconveniente del digitale. È ancora un dolore sapere che queste immagini non invecchieranno mai.
 

The Limits of Control (Jim Jarmusch 2009)

The limits of controlNon è solamente un nome, quello che porta un personaggio di Jarmusch, quanto un'indicazione sul proprio ruolo, la personalità, e, più ancora, il proprio destino. William Blake (il cui nome alternativo è nel titolo del film), Ghost Dog, Don Johnston (che in tv guarda Don Giovanni), ma anche la ragazzina Lolita, sono gli epiteti che il regista sceneggiatore adopera per scoprire il proprio gioco e creare una poetica che si basa sull’inafferrabilità delle cose semplici, che si possono vedere, replicare, ma non possedere completamente. Perché si tratta di gesti, oggetti, atti che, nel loro essere comuni, assumono sempre significati differenti, da persona a persona e da attimo in attimo per ogni persona. Con The Limits of Control l’autore dà indicazioni altrettanto esplicite, scegliendo di privare del tutto i personaggi dei loro nomi. L’uomo solitario, la bionda, la donna nuda, l’Americano, l’uomo col violino e quello con la chitarra, smettono di essere (e di essere solo) veri e propri personaggi, per diventare delle figure, catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.

The limits of control jarmuschOne look in his eye / Everyone denies / Ever having met him.*
Isaach De Bankolé, lone man, segue gli indizi che lo portano ad incontrare diverse persone, fra Madrid e Siviglia, a scambiarsi altri indizi, oggetti misteriosi e dialoghi sospesi. Durante uno di questi incontri Tilda Swinton, blonde, parla della capacità dei film di ricordare il mondo e di confonderlo col sogno, dando la cifra della sensazione ricercata da Jarmusch. L'autore vuole creare un mondo onirico, del quale non è dato conoscere i confini precisi, nè i limiti o le effettive differenze, in una raffigurazione profondamente connessa al reale e al concreto, legata ad architetture, quadri e citazioni utilizzate come  testimonianze lontane del mondo "nostro". Il film e il suo protagonista vogliono essere sfuggenti, subito dimenticati, per confondersi con le sensazioni reali e diventare una di loro. È come se il regista avesse costruito tutte le sue opere in modo da poter poi privare di ogni cosa The Limits of Control, che non è un film vuoto, ma svuotato, ed ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è Dead Man senza i suoi duelli già desaturati, Ghost Dog senza codice, Coffee and Cigarettes senza la sua chiusura tematica e spaziale. E in queste mancanze, questi sottintesi, il regista sa regalare al suo nuovo cinema un’identità forte.

[Il prossimo paragrafo potrebbe non piacere ai più sensibili agli spoiler, per quanto questo concetto abbia un valore relativo, rispetto a questo film.]

The limits of control quadroHe once killed a man with a guitar string.*
Bankolé si nutre esclusivamente di due espressi in tazze separate, non dorme, non parla se non è strettamente necessario, è egli stesso il controllo, e questo gli consente di non avere limite. Il film può essere letto in tanti modi, anche come un suo viaggio esclusivamente interiore, ma, comunque la si voglia mettere, saremo sempre di fronte ad un mosaico di cui è dato vedere solo un tassello per volta.
Ogni suo nuovo incontro è preceduto da una visita al museo, e un quadro gli descriverà le caratteristiche del suo contatto. Durante la sua ultima visita, lone man contempla un quadro coperto da un telo bianco, forse per ritrovare la sua libertà, forse semplicemente per il sollievo di non doversi più raccontare al nostro sguardo.

The Limits of Control è un film sulla percezione, della realtà (splendidamente fotografata da Chris Doyle, che riesce a ghiacciare i toni caldi delle location), di quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quello che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee e le suggestioni presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni ed intuizioni, che ha saputo mettere il proprio nome sui temi e le visioni di Antonioni o di Wenders (il quale, fra l’altro, si era avvicinato al lavoro dell'“allievo” con Non Bussare alla mia Porta), conservando e perfezionando il tocco della sua ironia e delle sue figure.

*All’inizio degli anni ’90 Jim Jarmusch e Tom Waits fondano il club The Sons of Lee Marvin (pare ne siano membri anche Nick Cave e Iggy Pop…), con lo scopo di riunirsi per vedere i film dell’attore, e associata al club è la canzone Black Wings (dalla quale sono tratti i versi), cupa e polverosa ballata su un assassino, che sembra fornire alcuni spunti e atmosfere a The Limits of Control.

Ma quando esce, in Italia, The Limits of Control? Si parla di febbraio 2010 per la Mikado, ma sono fonti ufficiose.

(5/5)

She's got one magic trick / Just one and that's it / Ooh… She disappears (M. Ward).

The Limits of Control (Jim Jarmusch 2009)

Anteprima libanese di Paolo "Pa" Paolone:

Venerdì scorso ho avuto la possibilità di vedere il film di Jarmusch qui a Beirut, nell’ambito del 9 Beirut International Film Festival. Ne parlo per solleticare la attenzione tua e di tutti gli altri lettori di questo splendido spazio. La rassegna è stata aperta il 7 Ottobre da F.F.Coppola che ha presentanto di persona il suo ultimo lavoro (la partecipazione a conferenza stampa e visione del film era su inviti, dei quali non me n’è arrivato nessuno!) e si chiuderà il 14 con le ultime pellicole di T.Kitano "Akiresu to Kame" e Ang Lee "Taking Woodstock", che spero di riuscire a vedere. Aggiungo il link della Rassegna.

Sebbene non credo di essere abbastanza capace nello scrivere un commento e per quanto, visto che se ne attende per l’autunno la proiezione in italia, non so quanto possa essere utile e/o adeguato presentarne uno riguardo il film di Jarmusch, vado avanti dicendo che l’ho trovato bellissimo, nella sua freddezza, nel suo distacco totale, nella sua plasticità ed artificiosità legata soprattutto ai particolari, alle manie ai modi di vestire, di camminare, di parlare dei personaggi, all’assurdità immotivata dei discorsi, nella sua ripetitività quasi ossessiva, nella sua costruzione attenta a dettagli infinitesimali eccezionalmente curati in una complessiva mancanza di senso assoluto delle azioni di tutti i figuranti e dell’intero svolgersi del film. Non c’è una trama, non si sanno i motivi, le ragioni, gli obiettivi, chi è buono, chi è cattivo, chi ha un tornaconto personale e chi ne ha uno assoluto, ma è lieve il lasciarsi accompagnare dall’assenza della trama nel susseguirsi di piccoli rituali, di riferimenti concreti ed astratti ad altri dettagli che nell’insieme non portano a nessuna struttura complessiva.

Il tutto si muove su di un viaggio tra Francia e Spagna con un occhio raffinato, manierista e assolutamente disinteressato a temi di promozione turistica (sebbene senza alcun senso come riferimento, l’Allen di Vicky Cristina Barcelona mi ritornava in mente come una zuppa di cipolle in gola), spezzoni girati in treno con banali giochi di luce elegantemente inseriti su fondali (non so se reali o aggiunti successivamente) di una suggestione disumana, tra pale eoliche imperiose e impressionanti come molossi, e scorci d’entroterra spagnolo completamente brulli e deserti, ideali per la freddezza e l’incomprensibilità dei personaggi che non hanno nessuna pretesa nè voglia di trasmettere a te spettatore chi sono, cosa ci fanno lì, e perchè.

Non per cattiveria, e non so neanche se la cosa, messa così, possa risultare attraente, ma sono sicuro che valga la pena vederlo appena possibile, e non vedo l’ora di poter godere delle parole tue e dei visitatori di questo piccolo regno. Intanto suggerisco una considerazione in cui mi sento più a mio agio, almeno come tema generale: il fatto che qui a Beirut siano arrivati già questi film (date un’occhiata al programma e alla lista di film selezionati), in un paese considerato (e questa considerazione, a me che ci sto da ormai quasi un anno, mi lascia molto di più di una perplessità) in via di sviluppo e pieno zeppo solo di terroristi islamici barbuti, mentre in Italia bisogna ancora attendere…

[UPDATE: invece la recensione di iosif è, finalmente, qui.]

Jim Jarmusch

gira il suo primo film nel 1980 con la pellicola regalatagli da Wenders avanzata da Lo Stato delle Cose, che fra l’altro raccontava di un film che non si riesce a finire per mancanza di pellicola. Jarmusch si inserisce subito in quel clima di casualità e aneddotica che caratterizza tutta la sua opera, ed è per questo che gli vogliamo bene, perché il suo personaggio e il suo sguardo somigliano ai personaggi e agli sguardi dei suoi protagonisti. Il suo minimalismo è ricercato ma necessario, spontaneo nel mostrare l’atmosfera che conserva dentro di sé.

Permanent Vacation immediatamente mette in scena spazi vuoti, ma rimarrà l’unica opera in cui il regista sente l’esigenza di creare un luogo indefinito, irreale nel rievocare un conflitto passato e un'umanità esclusivamente rappresentativa. Successivamente le stesse necessità troveranno espressione in luoghi geografici definiti, accomunando fra loro le periferie del mondo. Nelle sue opere Jarmusch filma la realtà e la rende irreale con la coerenza delle sue scelte, convinto che l’utilità di un vaso sia nel vuoto che contiene.

Con Stranger Than Paradise (1984) i personaggi acquisiscono una maggiore importanza, il tono si fa più ironico e accessibile, e contemporaneamente le scelte formali più definite, con l’adozione di un bianco e nero radicale e contrastato (molto, molto blues), le numerose sequenze in camera fissa, gli stacchi fra una scena e l’altra marcati da schermi neri più duraturi del normale, a suddividere il tutto in quadri indipendenti. Arrivano le prime incomprensioni linguistiche, le impossibilità comunicative che anche nei film successivi spingeranno a trovare soluzioni alternative alla parola.

In Down by Law (1986) sarà Benigni a trovarsi perduto in America in balia del suo anglo-toscano. Ma in generale non sembra sia utile il dialogo fra individui: la parola è significativa solo quando universale e poetica, come nel Whitman citato dallo stesso Benigni, l’Hagakure di Ghost Dog, William Blake in Dead Man. Down by Law ha uno di quegli incipit che consumano la videocassetta a furia di rivederli, finché non inventano i dvd e finalmente hai la tranquillità dell’indistruttibile supporto digitale. Anzi, Down by Law ha esattamente ed esclusivamente quell’incipit, con le carrellate ad andare e tornare sulle case basse e gli alberi spogli e gli spazi desolati della Louisiana, che scivolano su Jockey Full of Bourbon. Tom Waits e John Lurie, personaggi dalle caratteristiche del tutto simili (anche nel nome, Zack e Jack. e tanto volutamente simili che sono state tagliate delle scene che avrebbero troppo caratterizzato uno nei confronti dell’altro), ovviamente si detestano. Come tutti gli eroi jarmuschiani sono geneticamente votati alla solitudine, immersi in un ambiente che è il loro specchio e la loro prigione (qui non solo in senso metaforico). L’eccezione è Benigni, un elemento esterno incapace di accogliere le regole che impongono di lasciarsi andare alla deriva, e che infatti intromette nel film delle soluzioni fiabesche che lo porteranno alla felicità, soluzioni incomprensibili per gli altri due protagonisti.

A Down by Law, che segna la maturità di Jarmusch, seguono due film ad episodi e a colori, Mystery Train (1989) e Taxisti di Notte (1991), che in qualche modo guardano indietro, nel decentrarsi rispetto ai personaggi e nel frazionarsi in episodi a volte riusciti, altre meno. In entrambi i film tutte le storie raccontate accadono simultaneamente; sono intrecciate dal montaggio nel primo, mentre Taxisti tiene separati i cinque cortometraggi. Mystery Train ha dalla sua la presenza di Joe Strummer e Screamin’ Jay Hawkins (quest’ultimo nel ruolo più divertente del film). Taxisti di notte, pieno di star “alternative”, ha probabilmente delle trovate migliori: con l’eccezione dell’episodio italiano, abbandonato a Benigni, gli altri sono buoni o ottimi. A Los Angeles, New York, Parigi, Roma o Helsinki si incontrano vite marginali, sospese o disperate.

Quattro anni dopo, 1995, Jamusch gira in suo capolavoro Dead Man. Applicando i suoi schemi al mito fondativo americano aumenta la portata antieroica, la destrutturazione dell’epica, il fascino dei personaggi. Si torna al bianco e nero, cupo e gelido al tempo stesso, a fargli da spalla la chitarra elettrica di Neil Young. Nello svolgersi dell’undicesima traccia della colonna sonora si può ascoltare l’evoluzione del film, con un giro di chitarra scarno sempre più deformato, fino a diventare un urlo psichedelico, un bad trip indefinito. E il rumore del vento. Johnny Depp non è solo destinato alla morte fin dal principio, è la morte stessa: tutto ciò che vede è morte e attraversa città e boschi senza luce in un’odissea (con tanto di Nessuno al suo fianco) lineare e silenziosa, punteggiata da incontri inquietanti e scontri mancati. La struttura è classicamente, omericamente epica, orizzontale, abitata da personaggi monodimensionali e predestinati, con cui è impossibile identificarsi ma dai quali è altrettanto impossibile non lasciarsi guidare.

Simile nella costruzione e nell’intento il successivo Ghost Dog (1999), che ospita però una maggiore ironia, in quello che è forse il film più accessibile di Jarmusch. L’estrema coerenza legata alla rassegnazione per il proprio destino trova un’esplicitazione diretta nei richiami all’Hagakure. Un’aderenza  al codice che comporta l’essere spietati con gli altri come con se stessi. I personaggi marginali, i reietti della società, sono i protagonisti di questo cinema, e portano il peso della consapevolezza.

Il successivo Coffee and Cigarettes del 2003 è una raccolta di cortometraggi, alcuni recuperati dagli anni ’80 e ’90. Tutti vedono confrontarsi dei personaggi al tavolino di un bar costruito come una scacchiera. Alcuni hanno toni comici, altri decisamente più malinconici, altri sono volatili.

Quello che è al momento l’ultimo film di Jarmusch, Broken Flowers (2005), presenta dei sostanziali cambiamenti d’ambiente, seppure non d’atmosfera. È l’incursione nella borghesia, i protagonisti stessi sono più anziani e quindi sopravvissuti, e sono alla presa con una vita che probabilmente non si aspettavano. Delle donne che Bill Murray va a visitare una si occupa di armadi altrui, un’altra è psicologa degli animali, un'altra vive in un prefabbricato color pastello. Lo stesso Murray s’è arricchito vendendo computer. L’unica ufficialmente reietta è Tilda Swinton: per lei, infatti, il tempo non è passato e le ferite sono ancora aperte. Anche questo un viaggio, un film fatto di vuoti e di imbarazzi, dove la sospensione più potente è affidata allo sguardo vacuo di Murray, incerto nel presente e goffamente alla ricerca di un passato. 

Permanent Vacation: 3,5/5

Stranger than Paradise: 4/5

Down by Law: 5/5

Mystery Train: 4/5

Taxisti di Notte: 4/5

Dead Man: 5/5

Ghost Dog: 4,5/5

Coffee and Cigarettes: 4/5

Broken Flowers: 4,5/5