Ralph Spacca Internet (Phil Johnston, Rich Moore 2018), meno ispirato di quando spaccava Tutto

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Nello spaccare Internet, Ralph non sembra trovare la stessa ispirazione di quando, sei anni fa, spaccava Tutto. Il nuovo Disney di Phil Johnston e Rich Moore ha meno idee, abbozza un’allegoria della rete accurata nell’animazione, ma ferma a una serie di spunti abbastanza ovvi. E, cosa sempre più diffusa e sempre meno sopportabile (da Ready Player One a Stranger Things a molti molti altri), riempie questa vacuità con un citazionismo esasperato, fatto di principesse e videogiochi famosi. Pare che le strizzatone d’occhio attraverso la riproposizione blandamente ironica di icone pop continui a funzionare. Non si può neanche parlare più di decontestualizzazione, dal momento che questi film sono diventati esclusivamente dei contenitori, e gli scatoloni consentono solo di accumulare, non di dare letture alternative.

ralph spacca internet locandinaRalph spacca Internet procede per fasi narrative slegate e messaggi opportuni, come quello dell’amore come necessario riconoscimento dell’indipendenza e l’autonomia dell’altro. Accanto a questo, un messaggio un po’ più sotterraneo, che vede la possibilità di fare migliaia di dollari in poche ore con la produzione di video scemi, aiutati dagli algoritmi filantropi e disinteressati della rete. Altro fattore inquietante, è la scrittura di un Ralph che è né più né meno che uno stalker, rendendo piuttosto difficile al personaggio conservare la sua simpatia. Come nel primo episodio, lo scontro finale richiama immagini horror, e la massa di Ralph striscianti, incoscienti, ammassati nel realizzare un enorme Ralph fatto di massa brulicante, ottusa e rosea di altri Ralph, è una visione abbastanza malsana.

(2,5/5)

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Il Ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall 2018). Film gradevole, ma solo una variazione sul tema

ritorno mary poppins slowfilm recensioneIl Ritorno di Mary Poppins tiene proprio dove era più facile scivolare, cioè sulla nuova Mary Poppins. Emily Blunt riesce a essere assolutamente graziosa, dove Julie Andrews era praticamente perfetta. Richiama il piglio del personaggio originale, senza poterne eguagliare l’autorità, ma impegnandosi con dedizione all’avanspettacolo. La nuova Mary Poppins c’è, balla e canta, ma non è più al centro del film. Mentre gli altri personaggi non sono sbagliati, ma non possono dirsi altrettanto riusciti. Se i bambini assortiti sono diligentemente funzionali, non si può dire che l’acciarino Lin-Manuel Miranda e i neoadulti Michael e Jane Banks, ovvero Ben Whishaw e Emily Mortimer, siano personaggi di gran fascino o particolarmente memorabili. Ma neanche loro sono al centro del film, al centro del film c’è Mary Poppins, il film del 1964.

Dell’originale di Robert Stevenson, Rob Marshall e lo sceneggiatore David Magee, propongono una variazione sul tema, che riporta ogni scena del film di cinquant’anni fa in una versione alternativa, per forza di cose meno riuscita o meno originale. Gli spazzacamino, l’incursione cartoonesca e animalesca nell’Inghilterra d’antan, la visita dal parente stralunato che non distingue il pavimento dal soffitto, sono riproposti meccanicamente, e al centro del film, alla fin fine, c’è soprattutto il suo guardare all’originale. Bisogna anche dire che, pur comprendendo la scelta di realizzare effetti visivi vicini a quelli storici, l’interazione con le animazioni è qui più scollata e posticcia, e in generale la ricostruzione sembra assai più ingenua del suo modello, che dal canto suo aveva un approccio tecnicamente pionieristico ed efficacemente meraviglioso.

L’unica linea narrativa che si sono sentiti di espandere è quella “finanziaria”, legata alla banca dove anche Michael lavora, che qui crea il motivo di fondo – quello di dover salvare casa Banks dal pignoramento – su cui procede tutto il film. Che è quindi sorretto da una spinta all’azione piuttosto prosaica, di cui l’originale aveva fatto a meno, riuscendo a giocare su temi più astratti come quello della crescita, del non dover crescere troppo e della malinconia del distacco. Altro elemento del film di Marshall (di cui purtroppo più scrivo e meno mi convince), è il suo procedere a un ritmo troppo sostenuto. Una tendenza fastidiosa che mi sembra fosse già nel terribile Nine. Ogni scena, ogni costruzione di pathos o espressione sentimentale – che sia gioia, sorpresa, tristezza – corre verso la sua definizione, non c’è studio dei tempi e delle pause, ancora una volta tendendo solo a raggiungere quel che è stato già fatto, senza sentire l’esigenza di costruire qualcosa che funzioni – per bene – in autonomia.

L’ultima cosa, che è doveroso aggiungere, è che difficilmente a un bambino questa Mary Poppins non piacerà. Dal punto di vista pratico, l’operazione Disney di riproporre ai più piccoli le suggestioni già collaudate con i piccoli del secolo scorso, è quasi infallibile, e l’intrattenimento è comunque di un livello discreto. Si può quindi andare a vedere Il Ritorno di Mary Poppins aspettandosi che i giovani spettatori si divertano, ballino e cantino? Sicuramente sì. Si può giudicare un film tralasciando come sia la copia piuttosto svogliata di cinema preesistente? Secondo me no.

(3/5)

Solo – a Star Wars story (Ron Howard 2018)

solo-locandinaDell’ultima ondata di Guerre Stellari, Solo è il film che mi ha divertito di più. Passato come il più stanco degli spin-off della saga iniziata quarantuno anni fa da George Lucas, il film firmato (dopo numerosi intoppi) da Ron Howard (ronauard) è uno degli episodi che più ricorda lo spirito originale. Solo è un film leggero e ben fatto, che cerca l’avventura e intanto riesce a tratteggiare un numero ragionevole di personaggi – non come Gli Ultimi Jedi, che ne colleziona di vecchi e di nuovi senza sapere cosa farci – e, soprattutto, lo fa in forma diretta. Nel presentare la genesi di Han&Chewbecca richiama gli indizi e i cenni narrativi presentati nella trilogia originale, ma non sente l’esigenza di ricercare una nuova lettura, di dissacrare. Che era, invece, l’unica preoccupazione di Rian Johnson, autore di un film irritante, perché tanta foga dissacrante può nascere solo dall’idea che Guerre Stellari sia realmente qualcosa di sacro, che abbia bisogno di essere intaccato. L’intera serie, invece, non è né sacra, né così forte da aver bisogno d’essere intaccata, perché lo è già, profondamente. È una cosa discontinua, eterogenea, e ogni singolo film funziona o non funziona esattamente come accade a ogni altro film al mondo, senza che influisca il rispetto esibito o negato nei confronti di un personaggio storico, il conteggio di quante spade laser siano o meno presenti, le specificazioni filologiche di cosa si possa fare usando la forza e altre robe del genere. Quando si ritiene che lo scopo principale di un film possa essere il rapportarsi al mondo e le conoscenze importati da altri film, quel che ne viene fuori è una cosa rozza e metareferenziale.

Han Solo non è un predestinato, è uno che naviga a vista, ed è per questo che ci è tanto simpatico. E una volta passati i primi minuti a confrontare mentalmente il volto e le azioni di Alden Ehrenreich con le espressioni e i gesti di Harrison Ford, il nuovo Solo riesce a vivere di vita propria. Ha poche cose da fare, ben individuate ma di non immediata realizzazione, che comportano una discreta quantità di scontri ed esplosioni, distesa su un tono narrativo semplicemente ironico. Solo prende molto dall’immaginario western e propone un’azione non (troppo) confusionaria, quasi classica, ha delle idee di design migliori dei suoi predecessori, azzecca almeno un paio di personaggi femminili (uno in forma di giovane guerriera, l’altro di robot), e per Chewbecca un’entrata in scena che non sarebbe dispiaciuta a Marlene Dietrich. Ci si diverte, va bene così.

(4/5)

Nelle Pieghe del Tempo (Ava DuVernay 2018). Lasciate stare.

nelle pieghe del tempo slowfilm recensioneDavvero, lasciate stare. Se si convive con dei figli minorenni, si può essere tentati da più o meno qualsiasi pellicola possa offrire un sano pomeriggio cinematografico, ma questa lasciatela stare. Nelle Pieghe del Tempo è una produzione Disney medio grossa, con un sacco di nomi medio grossi, che parla di genitori distanti, bambini insicuri, bullismo, adozione, rapporti tra fratelli, rapporti fra amici, prime infatuazioni, spiagge affollate d’estate, omologazione della provincia americana, riconoscimento di sé stessi, fiducia in sé stessi, dinamiche familiari, bellezza della natura, bruttezza della cattiveria e molto molto altro. Parla di tutto questo malissimo, anzi senza parlarne realmente.

Su un impianto che saccheggia da La Storia Infinita, Alice nel Paese delle Meraviglie e via fantasticando, Nelle Pieghe del Tempo, pur essendo la trasposizione di un testo preesistente di Madeleine L’Engle, riesce a offrire una delle sceneggiature più sciatte dei tempi recenti e meno recenti. Una ragazzina, che nello stato di famiglia ha ancora una madre e un fratellino adottivo, ha però perso il padre, in giro per lo spazio infinito grazie alla forza del pensiero. A scuola la prendono in giro per questo, perché i padri normali al massimo passano la notte al bowling con la mano incastrata nel nastro che riporta indietro le palle. Questo non succede nel film, ma mi piace pensarlo. Arriva anche un ragazzino ariano, che però non ha pregiudizi verso i capelli ricci e la pelle ambrata della ragazzina, e i due assieme al fratellino adottivo che si chiama Charles Wallace, da dire sempre per intero sennò non si gira, partono in viaggio per le dimensioni e il tempo e lo spazio, aiutati da tre fate vestite con oggetti che di solito non sono capi di vestiario e immerse in una soluzione di paillette e truccabimbi.

La parte fantastica è totalmente al servizio delle finalità didascaliche del film; d’altra parte, le finalità didascaliche del film non si esprimono in altro modo che non sia la loro raffigurazione fantastica, intesa come come semplice rappresentazione visiva, senza la costruzione di un intreccio degno di interesse. Se consideriamo che anche i personaggi sono la piatta incarnazione di precetti da pubblicità progresso americane, si può avere l’idea di come in questo film ci sia davvero poco da vedere. L’unico comparto non completamente futile è quello che vede la “visionaria” Ava DuVernay impegnarsi in opere scenografiche e di interior design comunque derivative, ma che almeno offrono qualcosa da guardare. Un po’ poco. Davvero, lasciate stare.

(2/5)

Coco (Lee Unkrich, Adrian Molina 2017)

cocoFacendo due conti, alla Pixar non riusciva davvero un film dal 2009, anno di Up. Coco è un buon film, e teniamocelo stretto, che poi si ricomincia con i numeri di Gli Incredibili 2 e Toy Story 4 (quattro). Dopo i ghiacci di Frozen e il sale di Oceania, Disney – Pixar prosegue nel filone “etnico”, ispirato da diverse culture, favole, credenze e religioni. Personalmente, non sono particolarmente attratto dai racconti troppo caldi, dalle chitarre dei mariachi e dalle famiglie allargate, non sono particolarmente attratto dal Messico, ma Coco funziona. E per un’ampia prima parte la sua ispirazione viene da lontano, ricordando in molti modi La Città Incantata. Dal capolavoro di Miyazaki riprende il viaggio inaspettato di un bambino nel mondo degli spiriti, la costruzione di un mondo di architetture fantastiche brulicanti di forme bizzarre, la ricerca dell’identità fino anche al riferimento al senso e al valore del proprio nome. Dall’animismo giapponese si passa all’iconografia del Dìa de Los Muertos, ma Coco conserva una prima parte prevalentemente descrittiva, come nei momenti migliori delle produzioni Pixar.

Coco, che comunque non raggiunge i livelli di ricchezza visiva, astrazione e poesia del maestro giapponese, nella seconda parte torna alla compiuta narrazione occidentale. Lo fa azzeccando una serie di personaggi riusciti, a cominciare dall’allucinato cane Dante, e qualche bella scena, su tutte quella della stessa Coco che, come un delicato omaggio, pur dando il nome al film non ne è la protagonista. Superate le scene più visionarie, il film di Lee Unkrich racconta una storia ben definita e anche ben congegnata, classica nella sua compiutezza e nell’opportunità dei colpi di scena, riportando concretezza – come abitudine dello studio californiano – in un mondo fantastico che, tutto sommato, si muove sempre secondo meccaniche conosciute, che  possano portare un messaggio collaudato e ben riconoscibile.

(4/5)

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Rian Johnson 2017) L’abbraccio mortale del franchising

star-wars-gli-ultimi-jedi slowfilm recensioneProverò a farla breve, perché non ha molto senso dilungarsi sui vari motivi, sentimentali ed estetici, per cui Star Wars: Episodio VIII: Gli ultimi Jedi segna la fine della giovinezza e l’ingresso nel franchising. Premessa sull’autore: da Brick, a Brothers Bloom, a Looper, era chiaro come Rian Johnson praticasse un cinema mimetico, ricalcando diversi generi e autori anche con discreta capacità, ma senza lasciare intravedere una cifra personale. Qui le cose non migliorano. Johnson tratta Star Wars come se la saga fosse un genere in sé, ne insegue i canoni e contemporaneamente sente l’esigenza postmoderna di provare a stravolgerli. Ma l’idea, tutt’altro che insensata, viene eseguita inserendo nel mondo di Guerre Stellari elementi estranei, senza provare ad adattarli, con la conseguenza principale di portare tutto nella banalità del linguaggio comune al cinema mainstram.

Dopo il remake / reboot per le nuove generazioni di Il Risveglio della Forza, Gli Ultimi Jedi ha il compito di adeguare definitivamente la struttura alla lunga serialità, con il moltiplicarsi dei personaggi e delle storie e la minimizzazione in entrambi del respiro epico, il proliferare di episodi aperti anche all’interno del singolo film, l’idea che ogni titolo possa avere un’impostazione differente, essendo una variazione sul tema dei gusti del pubblico. Insomma l’adesione al modello Marvel. Con Episodio VIII si estingue la vecchia generazione di eroi, e si fa davvero poco per dare interesse ai nuovi, anche in funzione di un ricambio che sappiamo sarà metodico, da una trilogia all’altra, da uno spin-off all’altro, fino alla fine dei tempi.

Nell’epica, la semplicità ha una sua importanza. Devono essere chiari i ruoli degli attanti e chiare quanto ambiziose le loro missioni, che devono rispecchiare qualcosa che non solo è scritta nel destino, ma è stata incisa in poche parole e a caratteri grossi. Difficile pensare che da qualche parte, nel destino, fosse scritto che dovessimo interessarci a un’astronave ferma nello spazio senza benzina. Eppure per una metà del film il centro è quello, mentre si porta all’interno della saga un racconto laterale, sulla linea di Rogue One, e  lo si porta in un mondo alla Grande Gatsby, mentre Finn e una tizia mai vista vanno alla ricerca di un tizio mai visto.

Anche nell’estetica, la semplicità ha la sua importanza. Qui probabilmente c’entra l’anagrafe, ma sono anche propenso a credere che il modo di trattare l’azione, nel passaggio dall’analogico al digitale, abbia subìto un decadimento oggettivo. Quando alle cose devi prenderti la briga di dare una sostanza concreta, è probabile che nella scena abbiano un loro spazio e una loro funzione. Da Star Wars alle varie vicende supereroiche, a tutte le scene numeriche concitate che mi scivolano addosso, l’unica preoccupazione sembra essere quella di riempire il quadro in ogni suo centimetro, portando lo sguardo in percorsi implausibili per una macchina da presa, e di fatto cancellando la presenza dello spettatore. Non dico che tutto questo non possa funzionare, ma sono abbastanza dell’idea che si tratti, per la narrazione e le sue modalità di visualizzazione, di un impoverimento effettivo e di una generale perdita di necessità e identità.

In conclusione, due rivendicazioni. La prima per Blade Runner 2049, che deve la sua riuscita alle cose per cui è stato spesso criticato, ovvero per il suo incarnare un film soprattutto d’osservazione, che gestisce i tempi senza essere ossessionato dall’essere costantemente funzionale allo spettacolo e a una trama che, purtroppo, si avvierà anche quella all’anonima serialità (se davvero avrà un seguito). La seconda per la trilogia di George Lucas che, pur con tutti i suoi errori,  nasceva ancora da passioni e idee.

Non l’ho fatta brevissima, ma avrebbe potuto andare peggio.

(2,5/5)