Le Stagioni di Louise (Jean-François Laguionie 2016). La leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita

le stagioni di louise slowfilm recensioneIl miglior cinema è da sempre quello che parla della vita e del tempo. Nel tentativo di portare nella ripetizione del cinema i ricordi, le perdite e i sogni di una vita, c’è la possibilità di raccontare lo scorrere di una parentesi temporale pura, dove gli episodi personali rispecchiano il comune succedersi delle età, e i desideri individuali, per quanto intimi e lontani, ricordano quelli di ogni vita. Gli artisti del disegno e dell’animazione rappresentano costantemente loro stessi e le loro idee, attraverso le scelte visive prima ancora che narrative. Succede, quindi, piuttosto spesso che realizzino una o più opere che mostrano direttamente, e ricordano anche a loro stessi, quali sono le vicende e le sensazioni, i tratti della vita, che li hanno portati a formare il proprio linguaggio.

Le Stagioni di Louise è l’ultimo lavoro di Jean-François Laguionie, maestro dell’animazione francese, autore, fra gli altri, del delicato La Tela Animata e del visionario Gwen, Il libro di sabbia. Laguionie non ha bisogno di riferimenti, ma volendo proseguire nella ricerca delle dirette espressioni d’autore, Louise en Hiver sembra unire gli incroci fra natura e poesia de La Tartaruga Rossa con il ricordo, trasfigurato ma realistico, delle proprie radici e della scoperta dell’arte dell’ultimo Miyazaki di Si Alza il Vento.

La storia, semplice come molte cose dal senso profondo, è quella dell’anziana Louise che, perso l’ultimo treno per tornare in città, si ritrova da sola nella località balneare di Bilingen. Per giorni, settimane, mesi. Osserva il mutare dei colori, si misura con i limiti che vengono dall’età, riflette sulla solitudine – in parte ricercata – e su come gli eventi della sua vita l’abbiano portata a essere la persona che è. Louise vive ogni vicenda e contemporaneamente la osserva, non si compatisce e riflette sul ruolo che ha assunto la sua esistenza. Pensa alle scoperte giovanili, le avventure e gli amori, intrecciati con i ricordi e le tracce della guerra, e a come riportare tutto questo in un presente che non sia solo memoria, ma ancora una fonte di esperienze e un’occasione per interrogarsi. Tiene compagnia a Luoise – che in Italia ha la voce di Piera Degli Esposti – un vecchio cane che “sembra un mucchio di stracci”, che, a volte, si confronta in brevi discussioni, e l’accompagna nelle sue passeggiate, aspettandola quando rimane indietro.

Con uno stile visivo lieve e concreto, che unisce visibili tratti di carboncino e pastello a una computer grafica ben integrata, Laguionie mostra flutti, paesaggi, uccelli, la stessa Louise nell’atto di dipingere. E mostra, d’altra parte, i vicoli geometrici e opprimenti del paese e, in una visione ricorrente nella sua produzione, luoghi ricolmi d’ingombranti oggetti quotidiani, divani, telefoni, elettrodomestici abbandonati e ingrigiti, reperti del passato e della sua ripetitività, portando nel suo piccolo film la leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita.

(4/5)

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I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

La Tela Animata – Le Tableau (Jean-François Laguionie 2011)

La Tela Animata è un film d’animazione del maestro francese Laguionie, un lavoro caldo, colorato, raffinato, arrivato da noi direttamente in home video. Le Tableau ci porta dentro un quadro abitato da tre tipi di figure: i Compiuti, gli Incompiuti e gli Schizzi, dove i primi ostentano superiorità sui secondi e trattano come indesiderabili animali gli ultimi. Un gruppetto formato da Lola, Incompiuta dalle forme gauginiane, Ramo, Compiuto innamorato di un’Incompiuta, e Plume, Schizzo fragile e petulante, parte alla ricerca del pittore. Viaggiando di quadro in quadro, incontrando nuovi personaggi, scoprendo mondi vivi che inscenano il proprio destino seguendo quanto il pittore ha raffigurato.

Le Tableau, come Vita di Pi che pure è passato di qui di recente, ha un’anima fortemente spirituale, e lascia coincidere la ricerca di sé con quella di un creatore, una guida. Laguionie mette in scena dei disegni semplici, pieni, di grande fascino, e rispetto a Gwen, il Libro di Sabbia, suo importante film del 1985, sceglie una narrazione che ha la leggerezza della semplicità e dell’immediatezza, riuscendo a trattare temi profondi con poetica spontaneità e ricercata ingenuità.

(3,5/5)

Gwen, le livre de sable – Gwen, il libro di sabbia (Jean-François Laguionie 1985)

Gwen, le livre de sable, è un film d’animazione fortemente sperimentale, avvolgente e affascinate. L’arte del francese Laguionie (vincitore nel 1978 della Palma d’Oro per il miglior cortometraggio con La traversée de l’Atlantique à la rame) ha un’impostazione fortemente pittorica: surrealista nel ricordare De Chrico e Dalì, caldo nei colori pieni e il tratto morbido del volto ampio della sua protagonista, vicino a Gaugin.

I sessanta minuti di Gwen sono soprattutto l’immersione in un mondo fantastico, bellissimo e ostile, una terra postapocalittica diventata un bruciante deserto. Il popolo che la abita, elegante e longilineo, cammina su lunghi trampoli per muoversi più velocemente e tenersi lontano dalla sabbia rovente, lotta contro il vento incessante che porta sinfonie di archi e trasmette un’onirica idea di leggerezza.

Pur essendo libero sia visivamente che nella costruzione della storia, Gwen è un film pienamente narrativo, che riempie le ellissi del racconto creando delle situazioni istintivamente emozionanti, romantiche o angosciose. La voce narrante, quella della donna più anziana della tribù, recita testi evocativi quanto le immagini, in una libera corrispondenza che ricorda il lavoro di Chris Marker.

Attraversato il deserto misteriosamente ricolmo di enormi oggetti d’uso quotidiano (telefoni, annaffiatoi…), la soluzione di Gwen ha un sapore criticamente grottesco, estremamente concreto rispetto a un lavoro che non ha intenzione di essere pure estetica o arte figurativa.

(4/5)

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