Domani nella Battaglia Pensa a Me, appunti sul libro di Javier Marías

domaninellabattagliapensaamejaviermariasArrivo a Domani nella Battaglia Pensa a Me, libro del 1994 di Javier Marías, dopo Zero K, libro del 2016 di Don DeLillo. Il passaggio arriva in un momento particolare perché, con l’eccezione di una manciata di titoli giovanili, Zero K segna il completamento dell’era DeLillo, negli ultimi cinque anni sicuramente l’autore che ho letto di più. DeLillo scrive due tipi di libri, quelli con pochi personaggi e ampie speculazioni teoriche, impiantate su un numero molto limitato di avvenimenti, e quelli con molti personaggi e complessi intrecci di numerosi eventi, variamente contestualizzati. Preferisco sicuramente i primi, mi trovo bene a seguire le divagazioni paranoiche, mentre, quando le cose si ingarbugliano troppo e gli attori si moltiplicano, mi perdo nei nomi e nelle funzioni. Zero K è sulla prima linea, la stessa di Cosmopolis e Rumore Bianco, e naturalmente è un libro sulla morte.

L’impatto con Domani nella Battaglia Pensa a Me è quello con un muro di testo: nella penisola iberica devono aver scelto di fare un uso molto oculato della carta, perché Javier Marìas, come Saramago, riempie completamente le pagine con blocchi di parole, molto di rado va a capo, per nessun motivo delimita dei paragrafi con un rigo vuoto. Adattarsi non è immediato e il contrasto è netto. DeLillo si esprime spesso con frasi brevi e secche, spezzando anche il discorso con riflessioni esterne ed eccentriche. Marías, meno pedante di Saramago nelle ripetizioni, costruisce comunque delle frasi lunghe e autoriflessive, che approfondiscono e ridefiniscono più volte gli stessi concetti. In una forma differente, ritrovo una scrittura prevalentemente speculativa, dove anche i protagonisti vengono spesso traditi, messi da parte, la loro costruzione e le storie accennate. Si racconta piuttosto poco, e i personaggi sono segnaposto per pensieri ossessivi ed espansi. Il discorso va avanti per pagine, fluido, e non è raro trovarsi davanti un blocco di due o tre facciate che, pure definito dalla punteggiatura, si legge come un’unica frase.

Mi piace molto la copertina, L’Altare di Isenheim di Matthias Grünewald, com’è scritto in quarta. Un particolare, quasi nascosto, un uomo in armatura che si accascia nella parte  destra, oscura, del dipinto. Nel libro sembra esserci una descrizione dell’immagine, a pagina 76: “”mentre lui rimaneva per un istante con un ginocchio a terra, l’ultimo resto di equilibrio, il ginocchio come coltello mal conficcato nel legno e le mani che stringono le tempie”.

In un numero molto ristretto di situazioni, di cornici, Marías parla soprattutto di tempo, di coincidenze, e di inganno. L’essere ingannati come condizione inevitabile dell’esistenza, più che come conseguenza di un’iniziativa cosciente. Parla di come vicende comuni siano l’occasione per avvenimenti grotteschi e spesso drammatici. Questi segnano profondamente chi li vive, ma sono tutt’altro che insoliti, funzionano secondo meccanismi ordinari. Lo sguardo è sulle usuali eccezioni che regolano la vita, che accadono in momenti in tutto simili a quelli che l’hanno preceduto e che lo seguiranno – per quanto noi, subendoli, li percepiamo come dotati di una diversa qualità. Oltre al titolo, preso dal Riccardo III, un’altra citazione shakespeariana guida il libro di Marías, la nera schiena del tempo richiamata da La Tempesta. La dimensione in cui possibilità e realizzazioni coesistono, in cui i percorsi si combinano per dare forma a un presente che s’impone immediato, solo in parte comprensibile e ormai già passato.

La forma non è quella del flusso di coscienza, dell’indagine soggettiva. Il protagonista di lavoro fa il ghost writer, o negro come usa dire lui, che si presta fra l’altro a fare il negro dei negri; è uno sceneggiatore destinato a non veder crescere i suoi scritti, uno scrittore che immancabilmente sopravvive ai suoi testi. Osserva e rimugina, costantemente, ma lo fa enunciando delle regole generali, cercando degli effetti comuni a delle cause che rimangono astratte e imprevedibili, non indaga le proprie sensazioni ma osserva lo svolgersi degli avvenimenti indipendente dalle nostre azioni. Marías ispeziona il nostro stare nel mondo, l’inadeguatezza con cui dobbiamo fare i conti ogni volta che sottoponiamo a giudizio le nostre azioni passate; un’inadeguatezza inevitabile, dovuta al vivere costantemente un tempo in cui la realtà rimane, in gran parte, in ombra.

Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo, dispera e muori.

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Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

Addio Jirō Taniguchi, artista straordinario.

Lo zen di Gourmet e L’uomo che cammina, la collaborazione fantastica con Moebius, il codice de Il libro del vento, l’intimità di In una lontana città, e moltissimo altro. Jiro Taniguchi è stato uno dei più grandi artisti contemporanei, grazie per tanta bellezza.

QUI – Richard McGuire 2014

QUI Richard McGuire copertinaQUI è una graphic novel dell’americano Richard McGuire, una delle cose più belle con cui sia venuto a contatto negli ultimi tempi. Il libro, 300 spesse pagine a colori che emanano l’odore delle stampe d’arte, è un oggetto piacevole da maneggiare e soppesare, lo apri ed è uno stimolo immediato per i sensi e l’immaginazione.

QUI nasce nel 1989, come idea fulminante trattata in sole sei tavolo in bianco e nero, pubblicate su Raw. Ogni pagina è divisa in sei riquadri di pari grandezza, a ospitare il racconto sempre lo stesso luogo, una stanza, con l’indicazione nell’angolo superiore sinistro di una data, in principio 1957 (anno di nascita di McGuire). Quindi, la data cambia, indietro e avanti per anni, decenni, secoli, millenni, uno sguardo su quello spazio, con piena libertà di movimento nel tempo. All’interno del quadro si aprono altre finestre, ciascuna con la propria indicazione temporale, ognuna sottrae una parte dello spazio dal tempo che fa da sfondo, per descrivere altri momenti: dettagli, avvenimenti più o meno significativi, movimenti, incidenti, voci. Se il lavoro del 1989 – che per intero è qui – è concettualmente già compiuto, è con la versione del 2014 che QUI diventa un’opera d’arte completa. La stanza adesso ricopre due facciate contigue, le immagini, i disegni, realizzati con le tecniche più diverse, assumono una bellezza e una varietà che ci porta a sfogliare dei quadri di varia bellezza, influenzati da più referenti ed epoche pittoriche e artistiche: da Hopper, all’impressionismo, alla riproduzione delle fotografie d’epoca, alle visualizzazioni astratte. Il tutto esaltato da una splendida colorazione, dai toni prevalentemente caldi e autunnali.

QUI è un’esperienza immersiva, prevalentemente visiva, che accenna anche stralci di racconti di vita, corredati da rari dialoghi, ma il racconto principale è quello dato dallo sguardo sui tempi diversi, in una sorpresa che si rinnova in ogni nuova pagina, e si rivela in più modi e con più toni all’interno dello stesso quadro. Quanti mondi si sono affacciati e si affacceranno in un luogo così ristretto, così significativo e comune, dove scorrono le azioni delle persone e la loro assenza, dove si è contemporaneamente giovani e vecchi e non si è; e diventa improbabile assegnare un’importanza diversa ai diversi momenti, tutti accomunati dalla provvisorietà e dall’essere eternamente congelati nella visione dell’artista e nella scoperta del lettore. Quando si alza lo sguardo dal libro, si continua per un po’ a suddividere la realtà in quadri indipendenti, le azioni comuni proprie e delle persone che si incrociano si riempiono di significato per il solo fatto di occupare quel tempo e quello spazio. Ho letto QUI su un autobus e una volta disceso in strada c’era un uomo a terra, innaturalmente steso sull’asfalto come in un video dei Radiohead, imprecava contro un ciclista che non c’era mentre una corona di persone provava ad aiutarlo; poco più avanti un uomo parlava al telefono ripetendo concitato Tutto è possibile, uno sguardo incrocia il mio da un’auto e più avanti due bambini sostano davanti l’ingresso del negozio, si guardano attorno.

(5/5) 

Cosmopolis, Nancy Babich.

Le piccole ossessioni fanno stare bene. Quando ritorno automaticamente su alcune sensazioni che nascono da film, libri, associazioni, provo un piacevole senso di coerenza. Cosmopolis erano in questo momento il film e il libro necessari, dotati della freddezza e ineluttabilità che trovo in molte delle opere che amo, e la dedica di DeLillo a Paul Auster che subito porta in territori conosciuti e ricordi tardo adolescenziali.

Quando un film e un libro sono così vicini, buona parte del piacere può nascere dall’incontro dei due diversi codici. Il film di Cronenberg riporta quasi interamente le parti dialogiche del libro di DeLillo, vuole e riesce a mutuare anche il timbro dell’intera opera. Tutto quanto è attorno alle parole cambia nelle diverse possibilità della persistenza: parte di entrambe le storie si svolge in una limousine bianca, ma solo nel film la capsula è sempre visibile, la separazione fra interno ed esterno e la riduzione dell’auto a superficie sempre evidente. Mentre un libro, dal canto suo, può rinchiudere il lettore e i personaggi in uno stile di scrittura, ad esempio ostentando la punteggiatura

– Un taglio di capelli comprende. Associazioni mentali. Calendario alla parete. Specchi dappertutto.

Frammentario, paranoico e autodistruttivo, infettivo, immediato ed elusivo, Cosmopolis è la piccola ossessione dell’anno. Ossessiva è l’idea d’isolamento, il sughero nell’abitacolo barriera inutile per i rumori antichi e stratificati della città, ma essenziale nella sua presenza. L’aspirazione asettica del capitalismo in strettissima simbiosi con gli impulsi animali esal(t)ati dal protagonista, che della finanza è la provvisoria incarnazione. La continua certezza che tutto sia superato e inadeguato, tutta la tecnologia che corrisponde e riflette il capitale – ma il denaro, i numeri, sono più astratti, più perfetti, più veloci – , mentre persiste il fascino maleodorante degli istinti. Le pulsioni sessuali e la ricerca di confronti fisici e reali, nella disperazione l’attrazione morbosa verso il proprio carnefice e infine la certezza, per tutti, di non poter ricevere la salvezza.

La mutazione di Eric dura un giorno, il tempo del suo viaggio, ma racchiude un intero arco di esistenza, un lasso temporale sufficientemente ampio da rendere superato e obsoleto Eric stesso.

DeLillo deve racchiudere i suoi dialoghi in altre parole, in mancanza di una cornice visiva immediata, e nella sua opera, curiosamente, trovano spazio scene più cinetiche e cinematografiche di quelle costruite da Cronenberg. Il Cosmopolis al cinema è anche più antispettacolare e teorico – fino all’intransigenza – del testo originale, è evidentemente interessato al succedersi dalle frasi e le sigilla, sterilizzando le possibilità d’azione e digressione e i sospetti di umanità, che pure DeLillo vuole ancora instillare.

Oltre la Vendetta – il cinema di Park Chan-wook

oltre la vendetta

Michelangelo Pasini pubblica in questi giorni con l'Ass. Culturale Il Foglio questo interessante libro sul regista coreano.

"Park Chan-wook è conosciuto in Occidente quasi esclusivamente per quella che critica e pubblico amano chiamare la trilogia della vendetta. Ma nonostante Sympathy for Mr. Vengeance, Oldboy e Sympathy for Lady Vengeance rappresentino un tassello fondamentale della sua filmografia, non si può limitare la poetica del regista coreano a queste tre pellicole. Con uno stile capace di sintetizzare classicismo e modernità, cinema di genere e caratteri decisamente più autoriali, Park Chan-wook è considerato uno degli alfieri della new wave coreana del nuovo millennio. "

 

Persepolis, LMVDM

Di Persepolis ne ho già parlato. Il film è molto bello, il libro pure. Non è uno di quei casi in cui la carta stampata è nettamente superiore alla pellicola. Di certo il libro, corposo, dà più dettagli, ma si può dire che la Satrapi abbia trasposto nel cinema tutta l’anima dell’opera. Che, anzi, trova una cura particolare nei disegni e una notevole efficacia nelle parti digressive e musicali. Persepolis è un mondo in perfetto equilibrio fra la vita della protagonista e quella del suo popolo, e prima di leggere la prima pagina, siate sicuri di avere la giornata a disposizione per leggere tutte le altre.

LMVDM, la mia vita disegnata male, è il libro di Gipi. Quello che fa la strisce verticali per L’internazionale. Il fumetto è bellissimo, doloroso e divertente, quanto è dolorosa e divertente l’opera di una persona che si nasconde raccontandoti tutto di lui. Costruzione antiretorica e autoironica, disegni raffinati e abbozzati, bianco e nero per la realtà, acquerelli per le fantasie. Gipi ama Pazienza e, fortunatamente, si vede. Introvabile al momento della prima pubblicazione natalizia, è tornato ed è imprescindibile.

La Conquista dell’Inutile (Werner Herzog 2004)

Al contrario di quello di Lynch, questo è un libro vero, quantitativamente parlando. Si tratta del diario tenuto da Herzog durante i tre anni di lavorazione per Fitzcarraldo, pubblicato vent’anni dopo,  in Italia nel 2007. Un diario estremamente dettagliato nelle descrizioni del rapporto con gli indigeni e della loro miseria, nell’immersione all’interno della foresta amazzonica, molto meno per quel che riguarda le riprese, a cui si arriva solo dopo due terzi del libro.

Quel che ne esce fuori, fra lotte contro la burocrazia, lotte fra tribù ostili, lotte con bestie di ogni genere, è un’impresa che ridimensiona quella affrontata da Fitzcarraldo ad una passeggiata. Il titolo del libro racchiude l’approccio e la consapevolezza del regista, che parla dell’opera come della sua visione, sotto il cui peso teme di essere distrutto. La Foresta racchiude una smodata quantità di forme di vita e uno spietata indifferenza per le stesse, organismo in continua putrefazione e rigenerazione.

Nella seconda parte del libro spicca la personalità nevrotica di Kinski, intento a sbraitare furiosamente e senza soluzione di continuità, incredibilmente egocentrico, vanitoso e pazzo. Furioso contro i lacci delle scarpe troppo stretti e contro il mondo, ecco un divertente sfogo: "Gridava fuori di sé, sbraitando che gentaglia, che canaglie fossero quelli come Sergio Leone e Corbucci, quegli stronzi colossali. C’è voluto parecchio prima che Kinski fosse esausto. Le sue urla si sono poi accese di nuovo, ma brevemente, per dire che persona spietatamente non dotata, che maiale spietatamente grasso fosse Fellini.". Si ritrovano quindi gli aneddoti presenti anche ne Il Mio Nemico Più Caro, fra cui gli indigeni Campas che si offrono al regista per far fuori l’attore tedesco.

Uno dei motivi per cui ero incuriosito da questo libro è per una scena di Fitzcarraldo dove, nell’issare la nave sul colle, alcuni attori vengono investiti e uccisi dalla rottura di un tornello. Visto il tono del film ed il regista al comando, è una scena che m’ha sempre fatto piuttosto impressione e lasciato dei dubbi, sul fatto che potesse essere la ripresa di un incidente reale. La ritrovo a pagina 311, dove risulta essere, fortunatamente, più o meno l’unico apporto di finzione all’impresa.

Insomma, un buon diario di bordo, ben scritto e utile ad entrare nelle ossessioni di Herzog e nella sua poetica, meno utile se si cercano delle indicazioni prettamente tecnico-cinematografiche.